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by Paolo Monaco sj

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Esercizi >

Il discernimento spirituale personale

Lezione al corso di studi “Svegliate il mondo!” (Loppiano, 2017)

 

 

 

 

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ALTRE PAGINE

 

Il discernimento
spirituale (Jurado)

 

Direttori
degli «Esercizi
spirituali»
di sant’Ignazio
di Loyola

 

Esercizi
spirituali
nella Vita
Ordinaria
(EVO)

 

Titolo e
Presupposto

 

Tre modi
di pregare

 

Meditazione e
contemplazione

 

Come mi
è andata

ES [77]:
esaminare
la preghiera
personale

 

Il movimento
della Parola

Le fasi della
preghiera

 

 

1. Premesse

 

2. Discernimento spirituale
personale

 

3. Come accompagnare
un processo di discernimento?

 

4. Condizioni di un discernimento
spirituale personale che cerca un
bene “maggiore”

 

Testi

 

Bibliografia

 

Programma 2017
Svegliate il mondo

 

 

 

 

1. PREMESSE

 

Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità. Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me” (Gv 17, 15-23).

 

“Non ci abbandonare nella tentazione, ma liberaci dal male” (Mt 6, 13).

 

“Dio manifesta la sua volontà attraverso la mozione interiore dello Spirito, che «guida alla verità tutta intera» (cf. Gv 16,13), e attraverso molteplici mediazioni esteriori. In effetti, la storia della salvezza è una storia di mediazioni che rendono in qualche modo visibile il mistero di grazia che Dio compie nell’intimo dei cuori. Anche nella vita di Gesù si possono riconoscere non poche mediazioni umane, attraverso le quali Egli ha avvertito, ha interpretato e ha accolto la volontà del Padre, come ragione di essere e come cibo permanente della sua vita e della sua missione” (CIVCSVA, Il servizio dell’autorità e l’obbedienza, n. 9).

 

“Per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali, senza motivare l’apertura alla grazia, avessimo già sostenuto a sufficienza le famiglie, consolidato il vincolo degli sposi e riempito di significato la loro vita insieme. Abbiamo difficoltà a presentare il matrimonio più come un cammino dinamico di crescita e realizzazione che come un peso da sopportare per tutta la vita. Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle” (AL 37).

 

È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare» [347][1]. È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Questo non solo darebbe luogo a una casuistica insopportabile, ma metterebbe a rischio i valori che si devono custodire con speciale attenzione [348][2] (AL 304).

 

·  Il discernimento spirituale personale è un mezzo abituale che tutti i cristiani sono chiamati a utilizzare per vivere il Vangelo, ovvero, per ordinare la propria vita senza prendere decisioni in base ad alcun affetto disordinato[3], cioè, per “cercare e trovare la volontà divina nell’organizzare la propria vita per la salvezza dell’anima”[4].

 

·  Discernere per scegliere è un’attività quotidiana di tutte le persone. Ogni uomo e ogni donna, così come ogni famiglia, gruppo, associazione, comunità, istituzione religiosa, équipe professionale ecc. elabora un proprio “tipo” di discernimento secondo la propria sensibilità, visione del mondo, obiettivi ecc.

 

·  La necessità del discernimento spirituale personale sta nel fatto che la partecipazione alla vita di comunione trinitaria avviene, per la mediazione di Gesù Cristo risorto e di Maria, nella carne, nella storia (spazio e tempo) e nelle espressioni sociali/ecclesiali dell’umanità (economia, arte, letteratura, scienza, tecnologia, politica ecc.).

 

·  Occorre accompagnare la crescita di Gesù in noi secondo la concreta umanità della singola persona (età, condizione, cultura ecc.), fino alla “pienezza della misura di Cristo” (Ef 3, 14). Infatti, come dice Gesù nel Vangelo, si è “madre” di Gesù (in noi, nell’altro e in mezzo a noi) se si “fa la volontà del Padre che è nei cieli” (Mt 12, 50).

 

 

2. DISCERNIMENTO SPIRITUALE PERSONALE

 

·  Discernere significa “ascoltare la voce” dello Spirito che parla in me, nell’altro, nell’umanità e nella Chiesa, rivelandomi la volontà del Padre e il mio desiderio/volontà più profondo/autentico.

 

·  In ogni circostanza c’è una “Parola” che invita/esige/causa un discernimento per una
scelta/decisione del bene da fare
(volontà del Padre).

 

·  Il discernimento spirituale personale serve per riconoscere la volontà del Padre nel dialogo, non sempre facile, tra mozioni interiori e mediazioni esterne.

 

·  Discernere, in ultima analisi, significa partecipare del processo di discernimento che Gesù compie nella sua interiorità (Spirito santo) per cercare, trovare e fare la volontà del Padre.

 

·  Gesù impara, e poi insegna, per tutta la sua vita a riconoscere in sé (mozioni interiori) e negli altri (mediazioni esteriori) la volontà del Padre e la voce del nemico.

 

Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui” (Lc 2, 40).

Scese dunque con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso… E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” (Lc 2, 51-52).

“Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo… Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4, 1-2.13).

“Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini»” (Mc 8, 33).

“Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui” (Mt 27, 42).

“Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»” (Mc 15, 33-34).

 

·  Il discernimento personale ha una dimensione collettiva: le “mie” scelte riguardano non solo me, ma le persone con le quali vivo/sono-in-relazione e in definitiva la Chiesa e l’umanità.

 

 

3. COME ACCOMPAGNARE UN PROCESSO DI DISCERNIMENTO?

 

·  Maria e lo Spirito Santo

 

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).

“Sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo»… Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro” (Lc 2, 48.50).

“Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2, 51).

“Non hanno vino… Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora… Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2, 3-5).

“«Donna ecco tuo figlio!»… «Figlio, ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé” (Gv 19, 26-27).

 

·  Rileggere il vissuto a partire dal futuro nella luce del Risorto e riconoscendo l’azione dello Spirito Santo: Gesù con i discepoli di Emmaus (cf. Lc 24, 13ss), Pietro con la comunità dopo l’esperienza con Cornelio (cf. At 10-11).

 

·  Il più profondo “farsi uno”, farsi compagno/a (cf. 1Cor 9, 19-23).

 

·  L’amore reciproco: il discernimento spirituale è possibile se i due stanno tra loro “come il Padre e il Figlio”. Vivendo il comandamento nuovo (cf. Gv 13, 34-35) si fa presente tra i due Gesù in mezzo (cf. Mt 18, 20) che fa dei due Chiesa (Maria): è in questo “ambiente umano-divino” che lo Spirito santo può comunicarsi. Gesù in mezzo garantisce, insieme alla mediazione ecclesiale dell’accompagnatore, che il discernimento sia “evangelico”, “spirituale”, “ecclesiale”, “autentico”.

 

“PRESUPPOSTO - Affinché tanto chi dà gli esercizi come chi li riceve traggano maggior aiuto e vantaggio [más se ayuden y se aprovechen, più si aiutino si avvantaggino], bisogna presupporre che ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla; e se non può salvarla, cerchi di sapere in che senso l’intenda, e se l’intendesse in modo sbagliato, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti perché, intendendola rettamente, si salvi”[5].

 

·  Proporre l’oggetto del discernimento in verità, trasparenza, onestà, oggettività, senza altri interessi neppure di natura religiosa, spirituale o apostolica.

 

“Chi dà a un altro modo e ordine, per meditare o contemplare, deve narrare fedelmente la storia della contemplazione o meditazione, scorrendone soltanto i punti con breve o sommaria spiegazione; perché la persona che contempla, cogliendo il vero fondamento della storia, riflettendo e ragionando da sola, e trovando qualcosa che gliela faccia un po’ più chiarire o sentire, o con il proprio ragionamento o perché l’intelligenza è illuminata dalla divina potenza, ricava maggior gusto e frutto spirituale di quanto non ne troverebbe se chi dà gli esercizi avesse molto spiegato e sviluppato il senso della storia; infatti, non il molto sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e gustare le cose internamente[6].

 

·  Stare come l’ago della bilancia senza spingere le persone da una parte piuttosto che dall’altra.

 

“Chi dà gli esercizi non deve spingere chi li riceve a povertà né a promessa più che ai loro contrari, né a uno stato o modo di vivere piuttosto che a un altro. Perché, sebbene fuori degli esercizi possiamo, lecitamente e meritoriamente, esortare tutte le persone probabilmente idonee a scegliere continenza, verginità, vita religiosa e ogni tipo di perfezione evangelica; tuttavia, in questi esercizi spirituali, è più conveniente e molto meglio, nel cercare la divina volontà, che lo stesso Creatore e Signore si comunichi alla sua anima devota abbracciandola nel suo amore e lode e disponendola per la via nella quale potrà meglio servirlo in futuro. Di modo che chi li dà non propenda né si inclini verso l’una o l’altra parte; ma, stando nel mezzo, come una bilancia, lasci immediatamente operare il Creatore con la creatura e la creatura con il suo Creatore e Signore[7].

 

·  Conoscere le persone nella loro reale situazione di vita interiore, per quanto possibile.

 

“Giova molto che chi dà gli esercizi, senza voler chiedere né conoscere i pensieri e i peccati personali di chi li riceve, sia fedelmente informato delle varie agitazioni e pensieri che i diversi spiriti suscitano in lui; affinché, secondo il maggiore o minore profitto, possa dargli alcuni esercizi spirituali convenienti e conformi alle necessità dell’anima così agitata”[8].

 

·  Proporre un discernimento “possibile”.

 

“Questi esercizi si devono adattare alle disposizioni delle persone che vogliono fare gli esercizi spirituali, cioè alla loro età, istruzione o intelligenza; affinché a chi è poco colto o debole di fisico non si diano cose che non possa portare agevolmente e dalle quali non possa trarre profitto. Allo stesso modo, si deve dare a ciascuno secondo la misura in cui vorrà rendersi disponibile, perché possa trarne più aiuto e vantaggio[9].

 

·  Una persona libera, che ha fiducia nel prossimo, che rispetta la libertà dell’altro, che guarda la realtà con il cuore, che permette all’altro di sbagliare per imparare dai propri errori, che rischia e si mette in gioco, che sa andare al di là delle convenzioni, tradizioni, abitudini e sa attivare dei processi di cambiamento per il bene delle persone…

 

 

4. CONDIZIONI DI UN DISCERNIMENTO SPIRITUALE PERSONALE
CHE CERCA UN BENE “MAGGIORE”

 

·  Desiderio grande di fare solo la volontà del Padre come risposta all’amore per me: come Gesù!

 

“Giova molto a chi riceve gli esercizi entrare in essi con magnanimità e liberalità verso il suo Creatore e Signore, offrendogli tutto il proprio volere e libertà, perché sua divina maestà si serva, tanto di lui quanto di tutto quello che possiede, secondo la sua santissima volontà”[10].

 

“Affinché il Creatore e Signore operi più efficacemente nella sua creatura, se per caso la tale anima è disordinatamente affezionata e incline verso una cosa, è molto conveniente muoversi, impegnando tutte le proprie forze, per arrivare al contrario di ciò a cui è male affezionata. Se, per esempio, è propensa a cercare e a ottenere un ufficio o un beneficio, non per l’onore e la gloria di Dio nostro Signore né per la salute spirituale delle anime, ma per i propri vantaggi e interessi temporali, deve affezionarsi al contrario, insistendo nelle preghiere e altri esercizi spirituali e chiedendo l’opposto a Dio nostro Signore: cioè, di non volere quell’ufficio o beneficio, né qualsiasi altra cosa, se sua divina maestà, riordinando i suoi desideri, non gli cambi la sua prima affezione; di modo che il motivo per desiderare o tenere una cosa o l’altra sia solo il servizio, l’onore e la gloria di sua divina maestà[11].

 

·  Il discernimento spirituale personale si fa contemplando i misteri della vita di Cristo, si fa nella conoscenza (amore e luce): “Conoscenza interiore del Signore (della sua interiorità in me e della mia interiorità in lui), perché più lo ami e lo segua[12].

 

·  Il discernimento spirituale personale si fa in “paradiso” (nel “seno del Padre”) dove ci ha portato il Risorto, si fa “essendo Luce nella Luce”. La volontà del Padre è sentita e riconosciuta anche come mia volontà. In altre parole: “essendo Luce Io faccio la Mia volontà”.

 

“Una volta si recò, per sua devozione, a una chiesa distante da Manresa poco più di un miglio: credo che si chiamasse San Paolo. La strada correva lungo il fiume. Tutto assorbito nelle sue devozioni, si sedette un poco con la faccia rivolta al torrente che scorreva in basso. E mentre stava lì seduto, gli si aprirono gli occhi dell’intelletto: non ebbe una visione, ma conobbe e capì molti principi della vita interiore, e molte cose divine e umane; con tanta luce che tutto gli appariva come nuovo. Non è possibile riferire con chiarezza le pur numerose verità particolari che egli allora comprese; solo si può dire che ricevette una grande luce nell’intelletto.

Il rimanere con l’intelletto illuminato in tal modo fu così intenso che gli pareva di essere un altro uomo, o che il suo intelletto fosse diverso da quello di prima.

Tanto che se fa conto di tutte le cose apprese e di tutte le grazie ricevute da Dio, e le mette insieme, non gli sembra di aver imparato tanto, lungo tutto il corso della sua vita, fino a sessantadue anni compiuti, come in quella sola volta.

 

Rimase un certo tempo in quello stato; poi andò a inginocchiarsi davanti a una croce, lì vicino, per ringraziare Dio. E proprio lì gli apparve quella figura che già molte altre volte aveva contemplato e che non era mai riuscito a comprendere: cioè quella cosa già descritta sopra, che gli pareva bellissima e con molti occhi. Ma ora, stando davanti alla croce, vide molto bene che quella cosa tanto affascinante non aveva la luminosità consueta. Ed ebbe una chiarissima conoscenza, a cui la volontà aderiva totalmente, che quello era il demonio. E anche in seguito, per molto tempo, continuò ad apparirgli spesso. Ma egli, in segno di scherno, la scacciava con il bastone che aveva sempre con sé”[13].

 

·  Consapevolezza dei miei desideri, delle mozioni, pensieri e sentimenti che si muovono in me, di ciò che mi attrae e di ciò che respingo/mi ripugna, di ciò che voglio e non voglio: “Che cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10, 51). Qui possono aiutare le “Regole per il discernimento degli spiriti” di sant’Ignazio di Loyola[14].

 

Una parola sull’affettività. “È la presa di coscienza della reazione globale dell’essere vivente a contatto con il suo ambiente vitale, in modo tutto particolare a contatto con il suo ambiente interpersonale[15]. Tre livelli di affettività.

 

- Affettività sensibile (corpo): quando lo stimolo che provoca la nostra reazione è di ordine sensibile ed è percepito attraverso i sensi (il timore, la paura di fronte ad una minaccia alla nostra integrità fisica, alla malattia o alla violenza di un aggressore).

 

- Affettività culturale (anima): quella destata in noi dalla percezione di un valore o disvalore appreso attraverso l’intelligenza (l’entusiasmo per la giustizia o lo sdegno per l’ingiustizia ecc.).

 

Questi due livelli sono distinti, non riducibili uno all’altro, ma non separati, perché unico è il soggetto che li sente e li esprime, il nostro io. Di conseguenza uno risuona nell’altro, c’è intercomunicazione. Ciò che si percepisce nell’affettività spirituale “ridonda” in quella sensibile e viceversa (la confusione per aver commesso un errore mette in movimento la sensibilità magari fino al pianto; una febbre mette in difficoltà l’esercizio dell’affettività spirituale come potrebbe essere il godimento estetico ecc.).

 

- Affettività spirituale (spirito). Lo Spirito Santo opera una ricreazione, in quanto infonde la fede nella nostra intelligenza e la rende capace di cogliere valori specificamente cristiani: in risposta al loro stimolo reagiamo con le altre due “energie” infuse, cioè con la speranza e la carità. Nasce, dunque, in noi mediante il dono dello Spirito, un’affettività nuova, spirituale-soprannaturale, quella specifica dei figli di Dio. Non sta però sospesa in aria, ma si inserisce nel soggetto umano, nelle nostre facoltà e nella nostra affettività naturale. E, a motivo dell’unità del soggetto, si verifica anche qui una sorta di intercomunicazione o di “ridondanza”, analoga a quella sopra descritta.

 

·  Decisione fondamentale per il fine: Dio e la salvezza della mia anima, orientando in modo diretto/dritto a Lui tutto me stesso. Tutto il resto sono solo mezzi/vie.

 

“PREAMBOLO PER FARE UNA SCELTA - In ogni buona scelta, in quanto dipende da noi, l’occhio della nostra intenzione dev’essere semplice, avendo di mira unicamente il fine per cui sono creato, cioè per lode di Dio nostro Signore e salvezza dell’anima mia; e così qualunque cosa io scelga dev’essere tale da aiutarmi a conseguire il fine per cui sono creato, senza subordinare né tirare il fine al mezzo, ma il mezzo al fine. Accade infatti che molti prima scelgano di sposarsi, il che è mezzo, e poi di servire Dio nostro Signore nel matrimonio, mentre servire Dio è fine. Similmente vi sono altri che prima vogliono avere benefici e poi servire Dio in essi. Di modo che questi non vanno diritti a Dio, ma vogliono che Dio venga diritto alle loro affezioni disordinate; e di conseguenza, fanno del fine il mezzo e del mezzo il fine. Sicché quello che dovevano prendere per primo, prendono per ultimo. Prima infatti dobbiamo prefiggerci il voler servire Dio, che è il fine, e secondariamente prendere beneficio o sposarmi se più mi conviene, che è mezzo per il fine; così nessuna cosa deve muovermi a prendere tali mezzi o a privarmi di essi, se non soltanto il servizio e lode di Dio nostro Signore e salvezza eterna dell’anima mia[16].

 

Quanti prossimi incontri nella giornata tua – dall’alba alla sera – in altrettanti vedi Gesù.

Se il tuo occhio è semplice chi guarda in esso è Dio. E Dio è Amore e l’amore vuole unire conquistando.

Quanti – errando – guardano alle creature e alle cose per possederle! Ed il loro sguardo è egoismo od invidia o, comunque, peccato. O guardano dentro di loro per possedersi, per possedere la loro anima, e il loro sguardo è spento perché annoiato o turbato.

L’anima perché immagine di Dio, è amore e l’amore ripiegato su se stesso è come la fiamma che, non alimentata, si spegne.

Guarda fuori di te: non in te, non nelle cose, non nelle creature: guarda al Dio fuori di te per unirti con Lui.

Egli è in fondo ad ogni anima che vive e, se morta, è il tabernacolo di Dio che essa attende a gioia ed espressione della propria esistenza.

Guarda dunque ogni fratello amando e l’amare è donare. Ma il dono chiama dono e sarai riamato.

Così l’amore è amare ed esser amato: come nella Trinità.

E Dio in te rapirà i cuori, accendendovi la Trinità che in essi riposa magari, per la grazia, ma vi è spenta.

Non accendi la luce in un ambiente – pur essendovi la corrente elettrica – finché non provochi contatto dei poli.

Così la vita di Dio in noi: va messa a circolare per irradiarla al di fuori a testimoniare Cristo: l’uno che lega Cielo a terra, fratello a fratello.

Guarda dunque ad ogni fratello donandoti a lui per donarti a Gesù e Gesù Si donerà a te. È legge d’amore: «Date e vi sarà dato» (Lc 6, 38).

Lasciati possedere da lui – per amore di Gesù -, lasciati “mangiare” da lui – come altra Eucarestia -; mettiti tutto al servizio di lui, che è servizio di Dio, ed il fratello verrà a te e t’amerà. E nel fraterno amore è il compimento d’ogni desiderio di Dio che è comando: «Io vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 13, 34)”[17].

 

·  Riconoscere che ogni scelta è tra bene e male, una terza via non c’è (cf. grano e zizzania: Mt 13, 24-30.36-43). La difficoltà del discernimento sta nel fatto che spesso il nemico “si trasforma in angelo di luce[18] proponendo un “falso bene”.

 

“Chiedere conoscenza degli inganni del cattivo capo e aiuto per guardarmene e conoscenza della vita vera che il sommo e vero capitano indica e grazia per imitarlo[19].

 

·  Volontà di utilizzare i mezzi adatti al fine secondo quanto Dio metterà nella mia volontà: indifferenza/libertà di fronte a tutte le vie possibili, anche quelle che respingo/mi ripugnano.

 

“La terza [tipologia di persona] vuole liberarsi dell’affetto, ma vuole liberarsene in modo tale da non aver neppure affezione a tenere la cosa acquisita o non tenerla, ma vuole soltanto volerla o non volerla secondo che Dio nostro Signore gli metterà nella volontà e a tale persona sembrerà meglio per servizio e lode di sua divina maestà; e, nel frattempo, vuole fare come se lasciasse tutto affettivamente, sforzandosi di non volere né quello né alcuna altra cosa se non lo muova unicamente il servizio di Dio nostro Signore; in maniera che il desiderio di poter meglio servire Dio nostro Signore lo muova a prendere la cosa o lasciarla”[20].

 

“Quando noi sentiamo affetto o ripugnanza contro la povertà attuale, quando non siamo indifferenti [liberi] alla povertà o alla ricchezza, per spegnere tale affetto disordinato giova molto chiedere nei colloqui (sebbene sia contro la carne) che il Signore lo scelga nella povertà attuale; e questo egli vuole, chiede e supplica, a condizione che sia di servizio e lode di sua divina bontà[21].

 

·  Amore che si dispone ad andare oltre i limiti.

 

“Il terzo [grado/maniera di umiltà] è umiltà perfettissima, quando, cioè, includendo la prima e la seconda, ed è di uguale lode e gloria della divina maestà, per imitare e assomigliare più attualmente a Cristo nostro Signore voglio e scelgo piuttosto povertà con Cristo povero che ricchezza, piuttosto ignominie con Cristo pieno di esse che onori, e desidero più di essere stimato insensato e folle per Cristo, il quale per primo fu ritenuto tale, che saggio e prudente in questo mondo”[22].

 

·  Il frutto del discernimento spirituale personale è una “elezione” (decisione/scelta) che può riguardare dimensioni interiori della persona, uno stato di vita, una professione ecc.

 

 

UN ESEMPIO

 

·  Come Gesù educa i dodici al discernimento spirituale personale:
i “quattro” annunci della morte-risurrezione.

 

1. La scelta di Dio (cf. Mc 8,27-38).

 

2. La visione evangelica della persona, sacramento della Trinità (cf. Mc 9, 30-50).

 

3. L’amore reciproco, il rifiuto di ogni potere, dare la vita in riscatto (cf. Mc 10, 32-45).

 

4. La lavanda dei piedi (gesto della donna schiava) e il comandamento nuovo di Gesù che rivoluzionano ogni struttura culturale umana e permettono di “far parte con Gesù” della vita trinitaria e di generarlo in ogni momento/circostanza nel mondo (cf. Gv 13, 1ss).

 

 

TESTI

 

Il servizio dell’autorità e l’obbedienza

 

Obbedienti a Dio attraverso mediazioni umane

 

9. Dio manifesta la sua volontà attraverso la mozione interiore dello Spirito, che «guida alla verità tutta intera» (cf. Gv 16,13), e attraverso molteplici mediazioni esteriori. In effetti, la storia della salvezza è una storia di mediazioni che rendono in qualche modo visibile il mistero di grazia che Dio compie nell’intimo dei cuori. Anche nella vita di Gesù si possono riconoscere non poche mediazioni umane, attraverso le quali Egli ha avvertito, ha interpretato e ha accolto la volontà del Padre, come ragione di essere e come cibo permanente della sua vita e della sua missione.

Le mediazioni che comunicano esteriormente la volontà di Dio vanno riconosciute nelle vicende della vita e nelle esigenze proprie della vocazione specifica; ma si esprimono anche nelle leggi che regolano la vita associata e nelle disposizioni di coloro che sono chiamati a guidarla. Nel contesto ecclesiale, leggi e disposizioni, legittimamente date, consentono di riconoscere la volontà di Dio, divenendo attuazione concreta e “ordinata” delle esigenze evangeliche, a partire dalle quali vanno formulate e percepite.

Le persone consacrate, inoltre, sono chiamate alla sequela di Cristo obbediente dentro un “progetto evangelico”, o carismatico, suscitato dallo Spirito e autenticato dalla Chiesa. Essa, approvando un progetto carismatico quale è un Istituto religioso, garantisce che le ispirazioni che lo animano e le norme che lo reggono possono dar luogo ad un itinerario di ricerca di Dio e di santità. Anche la Regola e le altre indicazioni di vita diventano quindi mediazione della volontà del Signore: mediazione umana ma pur sempre autorevole, imperfetta ma assieme vincolante, punto di avvio da cui partire ogni giorno, e anche da superare in uno slancio generoso e creativo verso quella santità che Dio “vuole” per ogni consacrato. In questo cammino l’autorità è investita del compito pastorale di guidare e di decidere.

È evidente che tutto ciò sarà vissuto coerentemente e fruttuosamente solo se rimangono vivi il desiderio di conoscere e fare la volontà di Dio, ma anche la consapevolezza della propria fragilità, come pure l’accettazione della validità delle mediazioni specifiche, anche quando non si cogliessero appieno le ragioni che esse presentano.

Le intuizioni spirituali dei fondatori e delle fondatrici, soprattutto di coloro che hanno maggiormente segnato il cammino della vita religiosa lungo i secoli, hanno sempre dato grande risalto all’obbedienza. San Benedetto già all’inizio della sua Regola si indirizza al monaco dicendogli: «A te (...) si rivolge ora la mia parola; a te che, rinunciando alle tue proprie volontà per militare per Cristo Signore, vero re, prendi su di te le fortissime e gloriose armi dell’obbedienza» [15][23].

Si deve poi ricordare che il rapporto autorità-obbedienza si colloca nel contesto più ampio del mistero della Chiesa e costituisce una particolare attuazione della sua funzione mediatrice. A riguardo il Codice di Diritto Canonico raccomanda ai superiori di esercitare «in spirito di servizio la potestà che hanno ricevuto da Dio, mediante il ministero della Chiesa» [16][24].

 

Evangelii gaudium

 

44. D’altra parte, tanto i Pastori come tutti i fedeli che accompagnano i loro fratelli nella fede o in un cammino di apertura a Dio, non possono dimenticare ciò che con tanta chiarezza insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica: «L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali» [49][25].

Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno [50][26]. Ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile. Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute.

 

L’accompagnamento personale dei processi di crescita

 

169. In una civiltà paradossalmente ferita dall’anonimato e, al tempo stesso, ossessionata per i dettagli della vita degli altri, spudoratamente malata di curiosità morbosa, la Chiesa ha bisogno di uno sguardo di vicinanza per contemplare, commuoversi e fermarsi davanti all’altro tutte le volte che sia necessario. In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale. La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana.

 

170. Benché suoni ovvio, l’accompagnamento spirituale deve condurre sempre più verso Dio, in cui possiamo raggiungere la vera libertà. Alcuni si credono liberi quando camminano in disparte dal Signore, senza accorgersi che rimangono esistenzialmente orfani, senza un riparo, senza una dimora dove fare sempre ritorno. Cessano di essere pellegrini e si trasformano in erranti, che ruotano sempre intorno a sé stessi senza arrivare da nessuna parte. L’accompagnamento sarebbe controproducente se diventasse una specie di terapia che rafforzi questa chiusura delle persone nella loro immanenza e cessi di essere un pellegrinaggio con Cristo verso il Padre.

171. Più che mai abbiamo bisogno di uomini e donne che, a partire dalla loro esperienza di accompagnamento, conoscano il modo di procedere, dove spiccano la prudenza, la capacità di comprensione, l’arte di aspettare, la docilità allo Spirito, per proteggere tutti insieme le pecore che si affidano a noi dai lupi che tentano di disgregare il gregge. Abbiamo bisogno di esercitarci nell’arte di ascoltare, che è più che sentire. La prima cosa, nella comunicazione con l’altro, è la capacità del cuore che rende possibile la prossimità, senza la quale non esiste un vero incontro spirituale. L’ascolto ci aiuta ad individuare il gesto e la parola opportuna che ci smuove dalla tranquilla condizione di spettatori. Solo a partire da questo ascolto rispettoso e capace di compatire si possono trovare le vie per un’autentica crescita, si può risvegliare il desiderio dell’ideale cristiano, l’ansia di rispondere pienamente all’amore di Dio e l’anelito di sviluppare il meglio di quanto Dio ha seminato nella propria vita. Sempre però con la pazienza di chi conosce quanto insegnava san Tommaso: che qualcuno può avere la grazia e la carità, ma non esercitare bene nessuna delle virtù «a causa di alcune inclinazioni contrarie» [133][27] che persistono. In altri termini, l’organicità delle virtù si dà sempre e necessariamente “in habitu”, benché i condizionamenti possano rendere difficili le attuazioni di quegli abiti virtuosi. Da qui la necessità di «una pedagogia che introduca le persone, passo dopo passo, alla piena appropriazione del mistero» [134][28]. Per giungere ad un punto di maturità, cioè perché le persone siano capaci di decisioni veramente libere e responsabili, è indispensabile dare tempo, con una immensa pazienza. Come diceva il beato Pietro Fabro: «Il tempo è il messaggero di Dio».

 

172. Chi accompagna sa riconoscere che la situazione di ogni soggetto davanti a Dio e alla sua vita di grazia è un mistero che nessuno può conoscere pienamente dall’esterno. Il Vangelo ci propone di correggere e aiutare a crescere una persona a partire dal riconoscimento della malvagità oggettiva delle sue azioni (cfr Mt 18,15), ma senza emettere giudizi sulla sua responsabilità e colpevolezza (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). In ogni caso un valido accompagnatore non accondiscende ai fatalismi o alla pusillanimità. Invita sempre a volersi curare, a rialzarsi, ad abbracciare la croce, a lasciare tutto, ad uscire sempre di nuovo per annunciare il Vangelo. La personale esperienza di lasciarci accompagnare e curare, riuscendo ad esprimere con piena sincerità la nostra vita davanti a chi ci accompagna, ci insegna ad essere pazienti e comprensivi con gli altri e ci mette in grado di trovare i modi per risvegliarne in loro la fiducia, l’apertura e la disposizione a crescere.

 

173. L’autentico accompagnamento spirituale si inizia sempre e si porta avanti nell’ambito del servizio alla missione evangelizzatrice. La relazione di Paolo con Timoteo e Tito è esempio di questo accompagnamento e di questa formazione durante l’azione apostolica. Nell’affidare loro la missione di fermarsi in ogni città per “mettere ordine in quello che rimane da fare” (cfr Tt 1,5; cfr 1 Tm 1,3-5), dà loro dei criteri per la vita personale e per l’azione pastorale. Tutto questo si differenzia chiaramente da qualsiasi tipo di accompagnamento intimista, di autorealizzazione isolata. I discepoli missionari accompagnano i discepoli missionari.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

LIBRI SUGGERITI

Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, in Gli scritti, Editrice AdP, Roma 2007.

Ignazio di Loyola, Autobiografia, in Gli scritti, Editrice AdP, Roma 2007.

M. Ruiz Jurado, Il discernimento spirituale. Teologia, storia, pratica, Edizioni San Paolo,
Cinisello Balsamo 1997.

Jean-Claude Dhotel, Per discernere insieme, Edizioni AdP, Roma 2002.

 

LIBRI CONSIGLIATI

M.I. Rupnik, Il discernimento, Lipa, Roma 2004.

S. Fausti, Occasione o tentazione. Discernere e decidere, Ancora, Milano 2005.

P. Schiavone, Il discernimento. Teoria e Prassi, Paoline, Milano, 2009.

 

ARTICOLI

S. Rendina, Mozioni spirituali e discernimento negli esercizi spirituali, in Appunti di spiritualità n. 50, C.I.S., Napoli 2000.

P. Monaco, Cercare insieme la volontà di Dio, in Unità e Carismi 6 (2006) 21-26.

P. Monaco, Sentire in sé la volontà del Padre, in Unità e Carismi 1 (2007) 35-41.

 

MAGISTERO

Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Il servizio dell’autorità e l’obbedienza, nn. 9ss.

Papa Francesco, Evangelii gaudium, nn. 169-173.

Papa Francesco, Amoris letitia, nn. 34.307.

 

CHIARA LUBICH

Se il tuo occhio è semplice, in La dottrina spirituale, Città Nuova Editrice, Roma 2006, pp. 134-135.

La carità è ciò che conta, la carità è ciò che resta, in In cammino col Risorto, Città Nuova
Editrice, Roma 1987, pp. 44-46.

Gesù educatore, in Città Nuova, 31 (1987), n. 9, pp. 33-36.

La prudenza, in In unità verso il Padre, Città Nuova Editrice, Roma 2004, pp. 40-43.

Per una politica di comunione, in Nuova Umanità, 23 (2001/2), n. 134, pp. 211-222.

Maria e la comunicazione, Castel Gandolfo, 6 giugno 2003.

Santità di popolo, in Città Nuova, 22 (1978), n. 19, pp. 40-41.

Spesso l’amore non è amore, in La dottrina spirituale, Città Nuova Editrice, Roma 2006,
pp. 219-221
.

Pensieri: Il Maestro interiore, in La dottrina spirituale, Città Nuova Editrice, Roma 2006,
pp. 221-222.

 

 

 

Inizio

 

 

 



[1] [347] Summa Theologiae I-II, q. 94, art. 4.

[2] [348] Riferendosi alla conoscenza generale della norma e alla conoscenza particolare del discernimento pratico, san Tommaso arriva a dire che «se non vi è che una sola delle due conoscenze, è preferibile che questa sia la conoscenza della realtà particolare, che si avvicina maggiormente all’agire» (Sententia libri Ethicorum, VI, 6 [ed. Leonina, t. XLVII, 354]).

[3] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 1.

[4] Ibidem.

[5] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 22.

[6] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 2.

[7] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 15.

[8] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 17.

[9] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 18.

[10] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 5.

[11] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 16.

[12] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 104.

[13] Ignazio di Loyola, Autobiografia di sant’Ignazio di Loyola, nn. 30-31.

[14] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, nn. 313-316.

[15] C. Bernard, Pour mieux donner les exercíces spirituels, CIS, Roma, 1980, p. 102.

[16] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 169.

[17] C. Lubich, Se il tuo occhio è semplice, in La dottrina spirituale, Città Nuova Editrice, Roma 2006, pp. 134-135.

[18] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 332.

[19] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 139.

[20] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 155.

[21] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 157.

[22] Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, n. 167.

[23] 15 San Benedetto, Regola, Prologo, 3. Cf. anche Sant’Agostino, Regola, 7; San Francesco d’Assisi, Regola non bollata, I, 1; Regola bollata, I, 1; cf. Vita consecrata, 46.

[24] 16 Codice di Diritto Canonico, can. 618.

[25] [49] N. 1735.

[26] [50] Cfr Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Familiaris consortio (22 novembre 1981), 34: AAS 74 (1982), 123-125.

[27] [133] Summa Theologiae, I-II, q. 65, art. 3, ad 2: «propter aliquas dispositiones contrarias».

[28] [134] Giovanni Paolo II, Esort. ap. postsinodale Ecclesia in Asia (6 novembre 1999), 20: AAS 92 (2000), 481.