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by Paolo Monaco sj

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Tre modi

Tre modi di pregare [238-260]

Altri autori

 

 

 

 

 

 

 

SCHEDE EVO

 

Introduzione

 

Altri autori

 

Brou

 

Casanovas

 

Longridge

 

Schiavone

 

Tre modi di
pregare

 

Addizione

 

Primo modo

 

Secondo modo

 

Terzo modo

 

 

A. BROU, 1 Sant’Ignazio maestro d’orazione,
La Civiltà Cattolica, Roma 1954, pp. 205-210  1

 

 

 

Tre modi di pregare.
Il primo….
1

 

… il secondo…. 3

 

… e il terzo. 4

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre modi di pregare. Il primo…

 

Sant’Ignazio dice [238] che non è tanto un’orazione propriamente detta, quanto “un modo di prepararsi alla preghiera e renderla più accetta a Dio” facendola partire da un’anima avida di purificarsi.

 

S’intitola Preghiera sui comandamenti. Premessi i preliminari indispensabili, messa cioè in calma la mente [239] e Chiesa a Dio la grazia per trarre profitto da quest’esercizio [240], si passano in rassegna i comandamenti, i peccati capitali, l’uso fatto delle facoltà e dei sensi; si verificano le proprie mancanze e se ne domanda perdono a Dio prendendo buone risoluzioni, sé da dare a ognuno di questi esami parziali il tempo di un Pater e Ave [241]. Riflessioni, come si vede, elementarissime, alla portata di tutti, ma che possono orientare l’anima verso qualche cosa di meglio: l’orazione vera e propria.

 

Sant’Ignazio nella 18° annotazione osserva: “Agli esercitanti, i quali hanno potuto seguire la prima parte degli Esercizi, ma per i quali il resto sarebbe troppo difficile, che possono arrivare alla confessione generale, ma non fino alla elezione, sarà utile insegnare il primo modo di orare sui precetti e i peccati. Esso conviene ed è molto adatto per gli ignoranti, para personas mas rudas o sin letras [18]. Per ben comprendere questa direttiva bisogna rifarsi al tempo in cui sant’Ignazio, laico e semplice studente, mentre ancora cercava la sua strada dava, a chi voleva ascoltarlo, lezioni di vita cristiana. il suo apostolato, cominciato a Manresa e proseguito a Barcellona, nelle università di Alcalà, di Salamanca e di Parigi, s’indirizzava a persone di ogni categoria. Le inchieste di Alcalà nel 1527 mostrano il santo che raduna uomini e donne nei cortili interni delle case, dove, secondo un testimonio “egli insegnava i dieci comandamenti di Dio, i peccati mortali (cioè i peccati capitali), i cinque sensi e le facoltà dell’anima”: il preciso programma degli esami di coscienza usati al suo tempo e prima di lui[1]. “Il Santo – continua il teste – spiegava molte bene con l’aiuto dei Vangeli, di san Paolo e degli altri santi, e raccomandava di esaminare la propria coscienza due volte al giorno, di mettersi dinanzi a un’immagine e là sforzarsi di vedere in che cosa si era peccato”; e altri aggiungono ch’egli insegnava a meditare con le tre potenze, il modo di amare Dio e di riflettere sulle preghiere vocali”[2]. Chi non riconosce molti elementi che si trovano negli Esercizi?

 

In questa maniera a gente del popolo, spesso appena strappata al vizio, egli insegnava a fare orazione, con metodi semplici ma ricchi di particolari pratici. Come al solito egli non è tanto occupato dalla teoria quanto dalla pratica, convinto com’era che per molta gente quel che si dice non serve a nulla se insieme a quel che debbono fare non s’indica loro il modo di farlo. Proprio, dunque, questi modesti inizi vanno tenuti presenti nel leggere i tre modi di orare con le loro minuzie.

 

Il p. Polanco fa osservare che quest’esercizio sui peccati è specialmente adatto a quanti vogliono passare dalle buone risoluzioni alla pratica: praxim inquirentibus. Una tradizione raccolta nel Direttorio aggiunge che san Francesco Saverio sene serviva per assicurare la perseveranza dei suoi convertiti; i quali, una volta presa la decisione di condurre una vita cristiana, se praticheranno regolarmente l’esame di coscienza, non raramente la materia dello stesso esame procurerà loro un buon argomento di meditazione[3].

 

Del resto nulla vieta di allargare il campo e il modo di tali riflessioni, per esempio sostituendo ai peccati le virtù contrarie, gli esempi di Gesù, della sua Madre e dei santi, e la maniera da essi tenuta nell’uso delle loro facoltà e dei loro sensi [248]; e a queste serie indicate negli Esercizi si possono aggiungere i doveri del proprio stato, i voti, le beatitudini, i doni dello Spirito Santo, le regole del proprio ordine religioso: tutti schemi che si possono usare a mo’ di lente litanie ed estendersi a vere e proprie meditazioni[4].

 

 

 

… il secondo…

 

“Il secondo modo di orare, consiste nel contemplare ogni parola nella preghiera” [249]; e anche qui, a giudicare dalla minuziosità delle rubriche, si direbbe che il metodo sia stato redatto per principianti.

 

“L’orazione preparatoria si farà conforme alla persona alla quale viene indirizzata la preghiera. In ginocchio o seduto, secondo che si preferisce e che si trova più devozione, gli occhi chiusi o fissi su di un punto, senza lasciarli vagare qua e là, si dirà Pater e si rimarrà a considerare questa parola fino a che si trovano significati, paragoni, gusto e consolazione; e così ogni parola”. Ciò si farà senza fretta, senza preoccupazione di esaurire la materia, riservandosi di tornarvi se occorre un’altra volta per terminare [252-255].

 

Qui siamo in vera orazione mentale. Sant’Ignazio parla di trovare dei “sensi” dei “paragoni”, cioè di quei confronti che sono argomenti per l’anima, degli a fortori per esempio; invita poi a contemplare il senso delle parole e cioè ad assaporarle, a gustarle per tutto quel tempo che durerà la devozione: metodo alla portata di tutti, ma che si presta mirabilmente agli slanci dell’anima, agli affetti. Le preghiere vocali soprattutto scritturali e liturgiche, se meditate, sono particolarmente efficaci per elevare l’anima. La Chiesa nei suoi riti usa costantemente le parole ispirate, e così fanno anche i mistici nelle loro effusioni. Ma se lo Spirito Santo prega in noi e con le nostre labbra si rivolge al Padre con un linguaggio che il Padre intende, qual altro linguaggio si potrebbe preferire a quello che lo Spirito Santo stesso ha dettato ai suoi santi? Conviene quindi che non solamente leggiamo, ma meditiamo i testi divini. Del resto si può dire che per lunghi secoli questo genere di meditazione è stata la sostanza dell’orazione quotidiana nei monasteri e dei fedeli più istruiti. Quanto dicono gli antichi della lectio, preparatoria della meditatio e della contemplatio, vale anzitutto per i libri santi. “La lectio, dice l’autore della Scala claustralium, è un esame attento delle Sacre Scritture, alle quali applichiamo il nostro intelletto”[5].

 

Si comprende come questa specie di razione possa riuscire utile a quanti hanno l’obbligo di recitare l’ufficio divino; meditare sui salmi, sulle orazioni, sui responsori, e sulle omelie, fa capire quel che si dice a Dio in nome della Chiesa, e per conseguenza fa penetrare l’orazione mentale nelle preghiere vocali imposte; così verrà soddisfatto, al dire dei Direttòri, il precetto di san Paolo: orabo spiritu, orabo et mente: pregherò in spirito e comprenderò la mia preghiera (1Cor 14,15).

 

 

 

… e il terzo

 

Il terzo modo ci riporta ancora sulla preghiera vocale. Sant’Ignazio la chiama oración por compas: ch’è quanto dire “preghiera a ritmo”. La versio prima, la dice per intervalla; vale a dire una recita molto lenta, si direbbe ritmica, come una specie di salmodia interiore fatta pronunciando una parola a ogni respiro, senza, beninteso, nulla di meccanico, il ritmo accelerandosi o rallentandosi secondo l’utilità. Avverrà, anzi, che se una parola sarà sufficiente a tenere l’anima occupata, dal terzo modo si passi al secondo: pronunciando le parole, l’attenzione si porterà ora sul loro senso, ora sulla dignità delle persone con cui si parla, ora alla distanza che separa la loro dignità dalla nostra miseria.

 

Siffatto modo di pregare è molto utile in periodi di lavoro distraente e di stanchezza e durante i viaggi, nonostante che non siano mancati critici che vi hanno scorto una contaminazione di meccanicismo e qualcosa di simile ai mulinelli nella preghiera dei buddisti. Il metodo serve proprio allo scopo contrario, a impedire cioè che le preghiere vocali diventino formule meccaniche, portando l’anima a rendersi consapevole di quello che dice, della sua miseria e della suprema dignità di Dio. Sic stemus ad psallendum ut mens nostra concordet voci nostrae, diceva san Benedetto. In piedi per cantare, l’anima nostra sia concorde con la nostra voce[6]. Perciò questo metodo può rendere preziosi frutti nella preghiera liturgica, insegnando a pregare con lentezza rispettosa e con attenzione a non perdere di vista Dio con cui si parla… ut digne, attente ac devote hoc officium recitare valeam. Può capitare anche che uno non comprenda la formula che recita, o perché non sa il latino, o perché il testo è difficile, o perché non ha tempo di soffermarsi, o perché è stanco di mente… Basterà allora che l’anima pensi di essere alla presenza di Dio; e la preghiera, anche ridotta a semplice esercizio di rispetto e di adorazione, sarebbe eccellente.

 

Per finire, integriamo sant’Ignazio con un commento di santa Teresa. Certe anime – dice la santa – sono o dicono di essere incapaci di pregare mentalmente, ma recitano lunghissime preghiere vocali e sono anime molto favorite da Dio. Dio può ben servirsi dell’orazione vocale per portare un’anima nello stato di perfetta contemplazione. In queste anime, di fatto, preghiera mentale e preghiera vocale vanno insieme. A che vale la preghiera delle labbra senza l’altra, se non per fare la più brutta delle musiche quando neanche le parole vanno sempre d’accordo tra loro!”[7].

 

Il segreto di questa unione è molto semplice. “Proferendo le parole, penetrarsi del pensiero che parliamo a Dio; fare, dunque, più attenzione a Dio che alle parole… Considerare chi è lui e chi siamo noi, per poi vedere se ci basta l’animo di parlargli se non con grande rispetto! Altro non si richiede! Io do per certo che quando uno fa bene quel che si richiede per approfondire questi due punti, prima di cominciare la preghiera vocale ha già impiegato un tempo notevole per l’orazione mentale”[8].

 

“Per esempio, recitando il Pater noster, pensiamo che Gesù in persona ce l’insegna, e ce l’insegna standoci accanto. Non sogliono, infatti, i maestri tenersi lontani dai loro alunni quando li istruiscono. Gesù è accanto a noi. Oh! che mezzo eccellente per recitare bene il Pater il rimanere accanto a Gesù che ce l’ha insegnato!”[9].

 

Dagli umili metodi che, seguendo sant’Ignazio, abbiamo esposti, anche i non principianti e i non ignoranti possono ricavare profitto. Per quanto, infatti, uno possa essere progredito nell’orazione, possono venire ore e periodi in cui si ha l’impressione di retrocedere, provando fatica, fiacca, malattia, distrazioni ossessionanti, tentazioni ostinate, lavoro eccessivo, prove interiori. Allora sarà utile ricorrere a questi procedimenti elementari fosse solo per essere certi di avere corrisposto alla grazia, e fatto quanto ci era possibile fare.

 

Inizio

 

 

 

 



[1] In Ludolfo Certosino: “Prima si debbono considerare i peccati commessi per costatarne la molteplicità, e il bene omesso e il male fatto con pensieri, parole e opere per mezzo dei cinque seni, contro i dieci comandamenti, le opere di misericordia”. Vita Christi, parte I, cap. 85, n. 5 (Exercitia, n. 238).

[2] Scripta, I, pp. 609, 612-13.

[3] Exercitia, pp. 826, 933.

[4] Nadal, IV, p. 581.

[5] P. L. 184, 475.

[6] Regola, cap.19.

[7] Cammino della perfezione, capp. 17 e 25, pp. 134, 187, 188.

[8] Ivi, cap. 22, pp. 171, 173.

[9] Ivi, cap. 24, p. 185.