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L’Autobiografia di s. Ignazio di
Loyola alla luce delle “visioni” |
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IGNAZIO “AUTORE” L’Autobiografia Il criterio di Come Dio ha guidato |
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L’Autobiografia come memoriaNei commenti al racconto di Ignazio vengono solitamente messi in evidenza, tra gli altri, alcuni elementi narrativi principali: la vita come continuo pellegrinaggio alla ricerca della volontà di Dio; il metodo del discernimento spirituale che, attraverso gli Esercizi spirituali, va gradualmente appreso e applicato; le qualità umane di un cavaliere che si mette al servizio di Cristo. A questi elementi si aggiungono, inoltre, i riferimenti storici che aiutano a contestualizzare i singoli episodi; le citazioni dagli altri scritti di Ignazio, come l’Epistolario, il Diario, ecc.; i rimandi agli altri documenti fondazionali della Compagnia di Gesù, come la Deliberazione dei primi padri, la Formula dell’Istituto, le Costituzioni, ecc. In questo modo l’Autobiografia viene presentata come un esempio significativo di auto-introspezione psicologica, cioè di quel genere letterario che la tradizione spirituale moderna e contemporanea ha sempre applicato a tali narrazioni. Il valore spirituale del racconto, quindi, consiste nel fatto che tale ricerca psicologica è raccontata da un santo, cioè da un uomo di fede che ha vissuto una forte e particolare esperienza di Dio. Per il lettore poi tale esperienza diventa normativa e punto di riferimento, poiché, lasciandosi guidare dal santo, egli può a sua volta vivere la propria esperienza di Dio. |
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Ignazio “autore”
dell’Autobiografia |
Il filo d’oroQueste pubblicazioni hanno sicuramente il grande merito di aver fatto conoscere Ignazio ad un vasto pubblico. Nello stesso tempo, però, semplificano il valore dell’Autobiografia, poiché mettono in evidenza soltanto la superficie dell’esperienza spirituale di Ignazio. Esse infatti indirettamente suggeriscono l’idea che la sua intenzione fosse quella di raccontare se stesso. Leggendo, però, con attenzione l’Autobiografia e i Prologhi di p. Nadal e p. da Camara, possiamo renderci conto che l’intenzione di Ignazio è un’altra. Egli non desidera presentare se stesso, non vuole comunicare quello che egli capisce di sé. Della sua storia personale, invece, Ignazio desidera cercare e comunicare ciò che Dio ha fatto nella sua vita, ovvero, come Dio ha realizzato in lui il Suo disegno: Ignazio vuole “raccontare Dio”. È alla fine del racconto, infatti, non all’inizio, che Ignazio riconosce il vero se stesso, la sua identità profonda: essere canale di un carisma e fondatore della Compagnia di Gesù[3]. Nell’Autobiografia egli ripercorre la sua storia personale per cercare e comunicare ciò che in essa vale per tutti: il carisma incarnato e la fondazione divina. Ignazio dunque conosce se stesso conoscendo il disegno di Dio che egli vede da e in Dio realizzato nella sua vita. Alla luce di questa identità poi possiamo comprendere più profondamente le dimensioni particolari dell’esperienza spirituale di Ignazio, come quelle del pellegrino e del maestro di discernimento. In queste pagine,
allora, innanzitutto studieremo la modalità con la quale Ignazio racconta la
sua vita. Quindi verrà messo in
evidenza il filo d’oro della sua esperienza spirituale. Comprenderemo così il
senso profondo del fine che p. Nadal attribuiva al racconto dell'Autobiografia: fondare veramente la
Compagnia. |
Ignazio
di loyola “autore” dell’Autobiografia
Negli anni 1553-55 Ignazio vive ormai da circa 16 anni a Roma, dove era arrivato nel 1537. È superiore generale della Compagnia di Gesù e della sua vita sembra ormai concluso il disegno di Dio: la sua esperienza carismatica è infatti definitivamente innestata nella Chiesa, la quale ha approvato la Compagnia di Gesù, le sue Costituzioni e gli Esercizi spirituali. Come nasce l’Autobiografia?Ormai prossimo alla fine della sua vita, morirà nel 1556, i primi compagni gli chiedono con insistenza di raccontare la sua esperienza, ma egli resiste e rimanda per quasi quattro anni. P. Nadal, uno di loro, così scrive nel suo Prologo: Io e altri Padri avevamo sentito dire da parte
di nostro Padre Ignazio che egli aveva chiesto a Dio di ottenere tre grazie
prima di lasciare questa vita: la prima, che l’Istituto della Compagnia fosse
approvato dalla Sede Apostolica; la seconda, che lo fossero gli Esercizi
spirituali, la terza, che avesse la possibilità di redigere le Costituzioni. Ricordandomi di questo e vedendo che egli le
aveva già conseguite tutte e tre, temevo che stesse ormai per essere chiamato
di tra noi a miglior vita. Sapendo, poi, che i santi Padri Fondatori di un
Istituto monastico avevano usato lasciare ai posteri, a mo’ di testamento,
alcune raccomandazioni, dalle quali confidavano che questi avrebbero potuto
essere aiutati per raggiungere la perfezione della virtù, cercavo il momento
nel quale poter chiedere opportunamente la stessa cosa al Padre Ignazio.
Nell’anno 1551 (1552, ndr), mentre ci trovavamo insieme, avvenne che Padre Ignazio dicesse: «In quel
momento io ero più in alto del cielo». Aveva avuto, come ritengo, un’estasi o
un rapimento, come spesso gli capitava. Tutto pieno di rispetto gli domandai:
«Di che si tratta, Padre?». Egli cambiò discorso. Pensando, dunque, che
quello fosse il momento buono, domandai al Padre e lo supplicai che egli ci
volesse esporre come il Signore lo aveva guidato dall'inizio della sua
conversione, affinché quel racconto potesse avere per noi valore di
testamento e di direttiva paterna. «Infatti - dico - avendo già tu ottenuto,
o Padre, quelle tre cose che hai desiderato vedere prima della tua morte,
temiamo che tu debba essere ormai chiamato al cielo». Il padre adduceva come scusa le sue
occupazioni: per questo non poteva dedicare alla faccenda né la sua
attenzione, né il suo tempo. Nondimeno egli disse: «Celebrate Polanco, Ponzio
e tu tre Messe secondo questa intenzione; e, dopo aver pregato, riferitemi
che cosa ne pensate». «Padre – dissi – penseremo lo stesso di adesso». Egli
aggiunse in modo molto dolce: «Fate quello che dico». Dicemmo le Messe;
riferimmo lo stesso; promise che lo avrebbe fatto. L’anno seguente, quando
ritornai di nuovo dalla Sicilia per essere mandato in Spagna, chiesi al Padre
se avesse fatto qualcosa. «Nulla», rispose. Ritornando dalla Spagna nel 1554,
ancora lo pregai: non vi aveva ancora messo mano. A questo punto, però,
spinto da non so quale sentimento e, certamente, con insistenza, dissi al
Padre: «Sono quasi quattro anni che ti prego non solo a nome mio, ma anche a
nome di altri Padri, che tu, o Padre, ci spieghi come Dio ti ha diretto
dall’inizio della tua conversione; noi siamo persuasi che questo sarebbe
utili prima di tutto a noi e alla Compagnia. Ma, siccome vedo che tu non lo
fai, ti voglio assicurare di questo: se farai ciò che tanto desideriamo, noi
ci gioveremo accuratamente di questo beneficio; se non lo farai, non per
questo saremo d’animo più debole, ma metteremo ugualmente la nostra fiducia
nel Signore come se tu ci avessi lasciato tutto per iscritto». Il Padre non rispose nulla, ma quello stesso
giorno, come ritengo, chiamato a sé P. Luis Gonçalves, cominciò a raccontare
ciò che quel Padre, di ottima memoria, metteva poi per iscritto. Questi sono
gli Atti del Padre Ignazio che ora stanno andando in giro[4]. Il colloquio di p. da Camara con Ignazio, al quale si riferisce p. Nadal, così viene raccontato dal protagonista: Nell'anno 1553, un
venerdì mattina, 4 di agosto, vigilia della Madonna delle Nevi, mentre il
Padre si trovava nel giardino, vicino alla casa o appartamento del Duca,
cominciai a rendergli conto di certe particolarità della mia anima; tra le
altre cose gli parlai della vanagloria. Il Padre mi diede come rimedio di
riferire molto spesso le mie cose a Dio, sforzandomi di offrirGli tutto ciò
che di buono si trovasse in me, riconoscendolo come Suo e rendendoGliene
grazie; e di questo mi parlò in modo tale da consolarmi molto, fino al punto
che non potei trattenere le lacrime. E così il Padre mi raccontò che per due
anni era stato travagliato da questo vizio, tanto che, quando a Barcellona si
stava imbarcando per Gerusalemme, egli non osava dire a nessuno che andava a
Gerusalemme, e così accadeva n altre simili circostanze; aggiunse, inoltre,
che in seguito su questo punto aveva sentito una grande pace nella sua anima.
Una o due ore dopo
andammo a mangiare; e, mentre stava mangiando col Maestro Polanco e con me,
nostro Padre disse che Maestro Nadal e altri della Compagnia molte volte gli
avevano fatta richiesta di una cosa e che non si era mai deciso a farla. Ma
aggiunse che, dopo aver parlato con me, mentre si trovava tutto raccolto in
camera, aveva provato molta devozione e inclinazione a farla; e, parlando in
modo da manifestare che Dio gli aveva dato grande chiarezza sul doverla
compiere, disse che si trovava ormai del tutto deciso. La cosa era questa:
manifestare tutto quello che era passato nella sua anima fino allora;
aggiunse che aveva anche deciso che fossi io la persona alla quale avrebbe
rivelato queste cose. (...) il Padre
Nadal, appena arrivato, pur rallegrandosi molto per quanto era stato
iniziato, mi comandò che importunassi il Padre, dicendomi molte volte che con
nessun altra cosa il Padre poteva fare un bene maggiore alla Compagnia che
con il fare questo, e che questo significava fondare veramente la Compagnia[5]. Come abbiamo visto, l’Autobiografia nasce nel momento in cui Dio fa cogliere ad Ignazio il rapporto tra l’esperienza positiva del suo colloquio con p. da Camara e l’insistente richiesta dei primi compagni. Dio fa capire ad Ignazio che fondare veramente la Compagnia si realizza nel manifestare tutto quello che gli era passato nella sua anima fino allora. |
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Il modo di narrare: ricorda e raccontaCosì lo descrive p. da Camara: Il modo di narrare
del Padre è quello che gli è abituale in tutte le cose, cioè così chiaro che
sembra che renda presente all’altro tutto il passato. Pertanto non c’era
bisogno di domandargli nulla, perché tutto quello che importava che
l’ascoltatore capisse, il Padre si ricordava di dirlo. Io, senza dire niente
al Padre, andavo immediatamente a metterlo per iscritto, dapprima in forma di
appunti di mia mano, poi in maniera più estesa, come ora risulta scritto. Ho
cercato di non introdurre nessuna parola che non l’abbia udita dal Padre; e
se in qualche cosa temo di avere mancato, è nel non essere riuscito a rendere
bene la forza di alcune parole del Padre, proprio per non essermene voluto discostare[6]. Ignazio non scrive “da solo” la storia della sua vita, chiudendosi nella sua stanza, cioè in se stesso. Egli ricorda tutto quello che importava che l’ascoltatore capisse e subito lo comunica a p. da Camara, il quale ascolta senza domandargli nulla. Questi, poi, ritornato nella sua stanza, a sua volta ricorda ciò che Ignazio gli ha raccontato e lo scrive, affinché tutti possano conoscere quanto ricordato e raccontato da Ignazio. L’Autobiografia è quindi innanzitutto frutto della “comunione d’anima” fra due persone: Ignazio dona tutto quello che era passato nella sua anima fino allora e p. da Camara riceve nella sua anima quanto detto da Ignazio. È proprio questa esperienza di comunione, espressione dell’amore reciproco, che permette allo Spirito Santo, attraverso Ignazio, di “mettere dentro” p. da Camara il carisma e di fondare in lui la Compagnia. Il vero autore dell’Autobiografia allora non è Ignazio e neppure p. da Camara, ma è lo Spirito Santo, è Gesù in mezzo a loro. Possiamo leggere in questa chiave il fatto che Ignazio racconta la sua storia, utilizzando la terza persona singolare, invece della prima. Quasi a sottolineare, appunto, che non è l’uomo Ignazio a “raccontare se stesso”, le sue qualità psicologiche o le sue virtù spirituali, ma è lo Spirito Santo che nella memoria dell’uomo fa emergere il Suo carisma, Se stesso. È lo Spirito Santo che parla di Sé incarnato in Ignazio. Questa è l’Autobiografia: Spirito Santo puro. |
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Ignazio “autore”
dell’Autobiografia |
L’Autobiografia come esperienza di comunioneQuesta esperienza di comunione, poi, non rimane chiusa ai due, ma si dilata: attraverso il ricordo e la scrittura di p. da Camara, l’Autobiografia diventa mediazione della “comunione d’anima” fra lo Spirito Santo e il lettore. Attraverso l’Autobiografia, che “contiene” l’anima di Ignazio, lo Spirito Santo può realizzare la comunicazione del carisma e la fondazione della Compagnia anche in tutti i lettori. Appare evidente, allora, che la comprensione dell’Autobiografia, l’incontro con l’anima di Ignazio, l’accoglienza del carisma e della fondazione, domanda ai lettori come condizione necessaria quella di essere in comunione con lo Spirito Santo. E questo è possibile se i lettori, come Ignazio e p. da Camara, sono uniti nel nome di Gesù, sono uno tra loro in virtù dell’amore reciproco. In questa esperienza di comunione vissuta tra due o più, quindi, Ignazio e l’Autobiografia, diventano canale dello Spirito Santo che comunica il carisma e realizza la fondazione. Va qui sottolineato il fatto che quando parliamo di “fondazione della Compagnia”, non si vuole indicare soltanto il rapporto che intercorre tra Autobiografia e i religiosi appartenenti all’Ordine della Compagnia di Gesù. Si intende, invece, indicare un valore che interessa tutte le forme di vita che hanno la loro radice nel carisma ignaziano. Compagnia di Gesù infatti non va inteso unicamente come il nome dell’Ordine religioso fondato da Ignazio. Esso ha un significato più profondo: come il cenobio per Benedetto e la fraternità per Francesco, così la Compagnia di Gesù indica in modo sintetico quello stile di vita che contraddistingue nella Chiesa il carisma ignaziano e che si incarna di diverse forme e vocazioni. |
CRISTO COME SOLE
Dopo aver compreso il modo di narrare di Ignazio, vogliamo trovare risposta ad un’altra domanda: come Dio lo ha guidato nel ricordare la sua esperienza? Ignazio stesso ha esaudito questa richiesta, quando, al termine del racconto e su sollecitazione di p. da Camara, egli descrive il modo nel quale aveva fatto gli Esercizi spirituali e le Costituzioni. Io
dipoi queste cose narrate, alli 20 di Ottobre domandai al pelegrino degli
Exercitii et delle constitutioni, volendo intendere come l’havea fatte. Lui
mi disse che gli esercitii non gli havea fatti tutti in una sola volta,
senonché alcune cose, che lui osservava nell’anima sua, et le trovava utili,
gli pareva che potrebbero anche essere utili ad altri, et così le meteva in
scritto, verbi gratia, dello examinar la conscientia con quel modo delle
linee, etc Le electioni spetialmente mi disse che le haveva cavate da quella
varietà di spirito et pensieri, che haveva quando era in Loyola, quando stava
anchora malo della gamba. Et mi disse che delle constitutioni mi parlerebbe
la sera. Il
medesimo giorno, prima che cenasse, mi chiamò con un aspetto di persona che
stava più raccolto dell'ordinario, et mi ha fatto un modo de protestatione,
la somma della quale era in mostrare la intentione et semplicità, con che
havea narrate queste cose, dicendo che era ben certo che non narrava niente
di più; et che havea fatte molte offese a nostro Signore dipoi che lo havea
cominciato a servire; ma che mai non haveva havuto consenso di peccato
mortale; anzi sempre crescendo in devotione, id est, in facilità di trovare
Iddio; et adesso più che mai in tutta la vita sua. Et ogni volta et hora che
voleva trovare Dio, lo trovava. Et che anche adesso havea molte volte
visioni, maxime quelle, della quali sopra si è detto, di vedere Cristo come
sole. Et questo gli accadeva spesso andando parlando di cose di importanza,
et quello gli faceva venire in confirmatione. Quando
diceva messa, haveva anche molte visioni; et che quando faceva le
constitutioni le haveva anche molto spesso; et che adesso lo può questo
affirmare più facilmente, perché ogni dì scriveva quello che passava per
l’anima sua, et lo trovava adesso scritto. Et così mi mostrò un fasce assai
grande di scritture; delle quali me ne lesse buona parte. Il più erano
visioni, che lui vedeva in confirmatione di alcuna delle constitutioni, et
vedendo alle volte Dio Padre, alle volte tutte le tre persone della Trinità,
alle volte la Madonna che intercedeva, alle volte che confirmava. In
particolare mi disse in le determinationi, delle quali stette 40 dì dicendo
ogni dì messa, et ogni dì con molte lagrime, et la cosa era se la chiesa
haverebbe alcuna entrata, et se la Compagnia si potrebbe aiutare di quella. Il
modo che observava quando faceva le constitutioni era dire ogni dì messa et
rappresentare il punto che trattava a Dio et fare oratione sopra quello; et
sempre faceva l’oratione et messa con lagrime. Io desiderava vedere quelle
carte delle constitutioni tutte, et lo pregai me le lasciasse un poco: lui
non volse[7]. In questa lunga risposta di Ignazio non troviamo soltanto l’indicazione di come egli abbia scritto gli Esercizi spirituali e le Costituzioni. C’è molto di più. |
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Ignazio “autore”
dell’Autobiografia |
Il criterio di interpretazioneCon un atteggiamento più raccolto dell'ordinario Ignazio avverte l’improvvisa necessità di dichiarare la propria retta intenzione: egli è ben certo che non narrava niente di più. Ma niente di più di che cosa? E che cosa lo rende ben certo? Ignazio ha ormai concluso il racconto della sua vita. Egli non ha comunicato un resoconto dettagliato, ma una serie di episodi significativi. Due brevissime sintesi, infatti, delimitano il racconto dell’Autobiografia. Nella
prima, all’inizio, Ignazio descrive se stesso prima dei 26 anni”: “Fino a 26 anni fu uomo dedito alle vanità
del mondo e trovava soprattutto piacere nell’esercizio delle armi, con grande
e vano desiderio di procurarsi fama”[8]. Nella
seconda, alla fine, dopo aver tratteggiato i primi tempi della permanenza sua
e dei primi compagni a Roma, egli rimanda la narrazione delle altre cose a p.
Nadal: “Le altre cose potrà narrare
Mro. Nadale”[9]. Qual è dunque il criterio che Ignazio ha utilizzato nel ricordare e che egli può portare a testimonianza della verità del suo racconto? Per rispondere a questa domanda, che poi è la domanda sulla verità della sua persona, Ignazio comunica a p. da Camara la sintesi del suo itinerario spirituale e il suo attuale rapporto con Dio. Soprattutto egli rivela il principio ermeneutico che lo ha guidato nel ricordare, Cristo come sole: - havea fatto molte offese - non haveva havuto consenso di peccato
mortale - sempre crescendo in devotione, id est,
in facilità di trovare Iddio - et ogni volta et hora che voleva trovare
Dio, lo trovava - et che anche adesso havea molte visioni,
maxime quelle, della quali si è detto, di vedere Cristo come sole. Et questo
gli accadeva spesso andando parlando di cose di importanza, et quello gli
faceva venire in confirmatione. Ignazio ricorda e racconta la sua storia, quindi, nella luce di un’intima e totale unione con Dio. In quella luce divina Ignazio vede tutte le cose, quindi anche la sua stessa storia personale, e, scoprendo in essa la ricorrente visione di Cristo come sole, egli intravede il filo d'oro che attraversa tutta la sua esistenza. Ignazio dunque ha voluto comunicare una sua esperienza profonda: nel raccontare egli non ha inventato nulla, perché nel ricordare è stato guidato da Dio. Ignazio cioè non ha raccontato niente di più di quello che Dio voleva che egli raccontasse. |
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Ignazio “autore”
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