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Autobiografia

Cristo come sole

L’Autobiografia di s. Ignazio di Loyola alla luce delle «visioni»

 

 

 

 

pdficona

 

 

 

 

 

 

Altre pagine

 

Autobiografia
di sant’Ignazio
di Loyola
(file audio)

 

L’ultima parte
dell’Autobiografia
(nn. 79-101)
nell’originale
italiano antico

 

L’Autobiografia
di sant’Ignazio
di Loyola
(testo completo)

 

 

jhs

Introduzione. 3

 

Ignazio “autore” dell’Autobiografia. 3

 

Cristo come sole. 5

 

Intima conoscenza. 7

 

 

 

 

 

 

 

 

INTRODUZIONE

 

Il testo della «Autobiografia di sant’Ignazio di Loyola» è stato pubblicato recentemente sotto vari titoli, quali, ad esempio, «Il racconto del pellegrino» e «Storia di una vocazione e missione».

 

Queste pubblicazioni hanno evidenziato due immagini di Ignazio: il pellegrino e il maestro di discernimento.

 

Nell’Autobiografia, infatti, Ignazio stesso parla di sé come di un «pellegrino» e in alcuni momenti egli sottolinea il proprio grado di conoscenza delle cose dello spirito: all’inizio del suo cammino «cieco»[1], mentre alla fine, «trovava Dio in ogni momento»[2].

 

Altre edizioni, invece, hanno adottato un titolo più vicino all’originale, «Autobiografia», lasciando però invariato l’impianto interpretativo oppure cercandone una sintesi. Il racconto di Ignazio viene presentato come la descrizione sapienziale di un pellegrinaggio interiore.

 

Nell’Autobiografia noi possiamo conoscere il passo di Dio nella storia di Ignazio, cioè, come Dio lo abbia preparato alla fondazione della Compagnia di Gesù e come egli abbia continuamente cercato e trovato Dio in tutte le cose, rispondendo alla Sua volontà in un discernimento spirituale sempre più affinato. Anche il lettore è così invitato a cercare il passo di Dio nella sua storia, per corrispondere sempre più pienamente alla Sua volontà.

 

 

L’Autobiografia come memoria

 

Nei commenti al racconto di Ignazio vengono solitamente messi in evidenza, tra gli altri, alcuni elementi narrativi principali: la vita come continuo pellegrinaggio alla ricerca della volontà di Dio; il metodo del discernimento spirituale che, attraverso gli Esercizi spirituali, va gradualmente appreso e applicato; le qualità umane di un cavaliere che si mette al servizio di Cristo.

 

A questi elementi si aggiungono, inoltre, i riferimenti storici che aiutano a contestualizzare i singoli episodi; le citazioni dagli altri scritti di Ignazio, come l’«Epistolario», il «Diario» ecc.; i rimandi agli altri documenti fondazionali della Compagnia di Gesù, come la «Deliberazione dei primi padri», la « Formula dell’Istituto», le «Costituzioni» ecc.

 

In questo modo l’Autobiografia viene presentata come un esempio significativo di auto-introspezione psicologica, cioè di quel genere letterario che la tradizione spirituale moderna e contemporanea ha sempre applicato a tali narrazioni. Il valore spirituale del racconto, quindi, consiste nel fatto che tale ricerca psicologica è raccontata da un santo, cioè da un uomo di fede che ha vissuto una forte e particolare esperienza di Dio. Per il lettore poi tale esperienza diventa normativa e punto di riferimento, poiché, lasciandosi guidare dal santo, egli può a sua volta vivere la propria esperienza di Dio.

 

 

Il filo d’oro

 

Queste pubblicazioni hanno sicuramente il grande merito di aver fatto conoscere Ignazio ad un vasto pubblico. Nello stesso tempo, però, semplificano il valore dell’Autobiografia, poiché mettono in evidenza soltanto la superficie dell’esperienza spirituale di Ignazio. Esse infatti indirettamente suggeriscono l’idea che la sua intenzione fosse quella di raccontare se stesso.

 

Leggendo, però, con attenzione l’Autobiografia e i Prologhi di p. Nadal e p. da Camara, possiamo renderci conto che l’intenzione di Ignazio è un’altra. Egli non desidera presentare se stesso, non vuole comunicare quello che egli capisce di sé. Della sua storia personale, invece, Ignazio desidera cercare e comunicare ciò che Dio ha fatto nella sua vita, ovvero, come Dio ha realizzato in lui il Suo disegno: Ignazio vuole “raccontare Dio”.

 

È alla fine del racconto, infatti, non all’inizio, che Ignazio riconosce il vero se stesso, la sua identità profonda: essere canale di un carisma e fondatore della Compagnia di Gesù[3]. Nell’Autobiografia egli ripercorre la sua storia personale per cercare e comunicare ciò che in essa vale per tutti: il carisma incarnato e la fondazione divina. Ignazio dunque conosce se stesso conoscendo il disegno di Dio che egli vede da e in Dio realizzato nella sua vita.

 

Alla luce di questa identità poi possiamo comprendere più profondamente le dimensioni particolari dell’esperienza spirituale di Ignazio, come quelle del pellegrino e del maestro di discernimento.

 

In queste pagine, allora, innanzitutto studieremo la modalità con la quale Ignazio racconta la sua vita. Quindi verrà messo in evidenza il filo d’oro della sua esperienza spirituale. Comprenderemo così il senso profondo del fine che p. Nadal attribuiva al racconto dell'Autobiografia: fondare veramente la Compagnia.

 

 

 

Ignazio di loyola “autore” dell’Autobiografia

 

Negli anni 1553-55 Ignazio vive ormai da circa 16 anni a Roma, dove era arrivato nel 1537. È superiore generale della Compagnia di Gesù e della sua vita sembra ormai concluso il disegno di Dio: la sua esperienza carismatica è infatti definitivamente innestata nella Chiesa, la quale ha approvato la Compagnia di Gesù, le sue Costituzioni e gli Esercizi spirituali.

 

 

Come nasce l’Autobiografia?

 

Ormai prossimo alla fine della sua vita, morirà nel 1556, i primi compagni gli chiedono con insistenza di raccontare la sua esperienza, ma egli resiste e rimanda per quasi quattro anni. P. Nadal, uno di loro, così scrive nel suo Prologo:

 

Io e altri Padri avevamo sentito dire da parte di nostro Padre Ignazio che egli aveva chiesto a Dio di ottenere tre grazie prima di lasciare questa vita: la prima, che l’Istituto della Compagnia fosse approvato dalla Sede Apostolica; la seconda, che lo fossero gli Esercizi spirituali, la terza, che avesse la possibilità di redigere le Costituzioni.

 

Ricordandomi di questo e vedendo che egli le aveva già conseguite tutte e tre, temevo che stesse ormai per essere chiamato di tra noi a miglior vita. Sapendo, poi, che i santi Padri Fondatori di un Istituto monastico avevano usato lasciare ai posteri, a mo’ di testamento, alcune raccomandazioni, dalle quali confidavano che questi avrebbero potuto essere aiutati per raggiungere la perfezione della virtù, cercavo il momento nel quale poter chiedere opportunamente la stessa cosa al Padre Ignazio. Nell’anno 1551 (1552, ndr), mentre ci trovavamo insieme,  avvenne che Padre Ignazio dicesse: «In quel momento io ero più in alto del cielo». Aveva avuto, come ritengo, un’estasi o un rapimento, come spesso gli capitava. Tutto pieno di rispetto gli domandai: «Di che si tratta, Padre?». Egli cambiò discorso. Pensando, dunque, che quello fosse il momento buono, domandai al Padre e lo supplicai che egli ci volesse esporre come il Signore lo aveva guidato dall'inizio della sua conversione, affinché quel racconto potesse avere per noi valore di testamento e di direttiva paterna. «Infatti - dico - avendo già tu ottenuto, o Padre, quelle tre cose che hai desiderato vedere prima della tua morte, temiamo che tu debba essere ormai chiamato al cielo».

 

Il padre adduceva come scusa le sue occupazioni: per questo non poteva dedicare alla faccenda né la sua attenzione, né il suo tempo. Nondimeno egli disse: «Celebrate Polanco, Ponzio e tu tre Messe secondo questa intenzione; e, dopo aver pregato, riferitemi che cosa ne pensate». «Padre – dissi – penseremo lo stesso di adesso». Egli aggiunse in modo molto dolce: «Fate quello che dico». Dicemmo le Messe; riferimmo lo stesso; promise che lo avrebbe fatto. L’anno seguente, quando ritornai di nuovo dalla Sicilia per essere mandato in Spagna, chiesi al Padre se avesse fatto qualcosa. «Nulla», rispose. Ritornando dalla Spagna nel 1554, ancora lo pregai: non vi aveva ancora messo mano. A questo punto, però, spinto da non so quale sentimento e, certamente, con insistenza, dissi al Padre: «Sono quasi quattro anni che ti prego non solo a nome mio, ma anche a nome di altri Padri, che tu, o Padre, ci spieghi come Dio ti ha diretto dall’inizio della tua conversione; noi siamo persuasi che questo sarebbe utili prima di tutto a noi e alla Compagnia. Ma, siccome vedo che tu non lo fai, ti voglio assicurare di questo: se farai ciò che tanto desideriamo, noi ci gioveremo accuratamente di questo beneficio; se non lo farai, non per questo saremo d’animo più debole, ma metteremo ugualmente la nostra fiducia nel Signore come se tu ci avessi lasciato tutto per iscritto».

 

Il Padre non rispose nulla, ma quello stesso giorno, come ritengo, chiamato a sé P. Luis Gonçalves, cominciò a raccontare ciò che quel Padre, di ottima memoria, metteva poi per iscritto. Questi sono gli Atti del Padre Ignazio che ora stanno andando in giro[4].

 

Il colloquio di p. da Camara con Ignazio, al quale si riferisce p. Nadal, così viene raccontato dal protagonista:

 

Nell'anno 1553, un venerdì mattina, 4 di agosto, vigilia della Madonna delle Nevi, mentre il Padre si trovava nel giardino, vicino alla casa o appartamento del Duca, cominciai a rendergli conto di certe particolarità della mia anima; tra le altre cose gli parlai della vanagloria. Il Padre mi diede come rimedio di riferire molto spesso le mie cose a Dio, sforzandomi di offrirGli tutto ciò che di buono si trovasse in me, riconoscendolo come Suo e rendendoGliene grazie; e di questo mi parlò in modo tale da consolarmi molto, fino al punto che non potei trattenere le lacrime. E così il Padre mi raccontò che per due anni era stato travagliato da questo vizio, tanto che, quando a Barcellona si stava imbarcando per Gerusalemme, egli non osava dire a nessuno che andava a Gerusalemme, e così accadeva n altre simili circostanze; aggiunse, inoltre, che in seguito su questo punto aveva sentito una grande pace nella sua anima.

 

Una o due ore dopo andammo a mangiare; e, mentre stava mangiando col Maestro Polanco e con me, nostro Padre disse che Maestro Nadal e altri della Compagnia molte volte gli avevano fatta richiesta di una cosa e che non si era mai deciso a farla. Ma aggiunse che, dopo aver parlato con me, mentre si trovava tutto raccolto in camera, aveva provato molta devozione e inclinazione a farla; e, parlando in modo da manifestare che Dio gli aveva dato grande chiarezza sul doverla compiere, disse che si trovava ormai del tutto deciso. La cosa era questa: manifestare tutto quello che era passato nella sua anima fino allora; aggiunse che aveva anche deciso che fossi io la persona alla quale avrebbe rivelato queste cose.

 

(...) il Padre Nadal, appena arrivato, pur rallegrandosi molto per quanto era stato iniziato, mi comandò che importunassi il Padre, dicendomi molte volte che con nessun altra cosa il Padre poteva fare un bene maggiore alla Compagnia che con il fare questo, e che questo significava fondare veramente la Compagnia[5].

 

Come abbiamo visto, l’Autobiografia nasce nel momento in cui Dio fa cogliere ad Ignazio il rapporto tra l’esperienza positiva del suo colloquio con p. da Camara e l’insistente richiesta dei primi compagni. Dio fa capire ad Ignazio che fondare veramente la Compagnia si realizza nel «manifestare tutto quello che gli era passato nella sua anima fino allora».

 

 

Il modo di narrare: ricorda e racconta

 

Così lo descrive p. da Camara:

 

Il modo di narrare del Padre è quello che gli è abituale in tutte le cose, cioè così chiaro che sembra che renda presente all’altro tutto il passato. Pertanto non c’era bisogno di domandargli nulla, perché tutto quello che importava che l’ascoltatore capisse, il Padre si ricordava di dirlo. Io, senza dire niente al Padre, andavo immediatamente a metterlo per iscritto, dapprima in forma di appunti di mia mano, poi in maniera più estesa, come ora risulta scritto. Ho cercato di non introdurre nessuna parola che non l’abbia udita dal Padre; e se in qualche cosa temo di avere mancato, è nel non essere riuscito a rendere bene la forza di alcune parole del Padre, proprio per non essermene voluto discostare[6].

 

Ignazio non scrive “da solo” la storia della sua vita, chiudendosi nella sua stanza, cioè in se stesso. Egli ricorda tutto quello che importava che l’ascoltatore capisse e subito lo comunica a p. da Camara, il quale ascolta senza domandargli nulla. Questi, poi, ritornato nella sua stanza, a sua volta ricorda ciò che Ignazio gli ha raccontato e lo scrive, affinché tutti possano conoscere quanto ricordato e raccontato da Ignazio.

 

L’Autobiografia è quindi innanzitutto frutto della “comunione d’anima” fra due persone: Ignazio dona tutto quello che era passato nella sua anima fino allora e p. da Camara riceve nella sua anima quanto detto da Ignazio. È proprio questa esperienza di comunione, espressione dell’amore reciproco, che permette allo Spirito Santo, attraverso Ignazio, di “mettere dentro” p. da Camara il carisma e di fondare in lui la Compagnia.

 

Il vero autore dell’Autobiografia allora non è Ignazio e neppure p. da Camara, ma è lo Spirito Santo, è Gesù in mezzo a loro. Possiamo leggere in questa chiave il fatto che Ignazio racconta la sua storia, utilizzando la terza persona singolare, invece della prima. Quasi a sottolineare, appunto, che non è l’uomo Ignazio a “raccontare se stesso”, le sue qualità psicologiche o le sue virtù spirituali, ma è lo Spirito Santo che nella memoria dell’uomo fa emergere il Suo carisma, Se stesso. È lo Spirito Santo che parla di Sé incarnato in Ignazio. Questa è l’Autobiografia: Spirito Santo puro.

 

 

L’Autobiografia come esperienza di comunione

 

Questa esperienza di comunione, poi, non rimane chiusa ai due, ma si dilata: attraverso il ricordo e la scrittura di p. da Camara, l’Autobiografia diventa mediazione della “comunione d’anima” fra lo Spirito Santo e il lettore. Attraverso l’Autobiografia, che “contiene” l’anima di Ignazio, lo Spirito Santo può realizzare la comunicazione del carisma e la fondazione della Compagnia anche in tutti i lettori.

 

Appare evidente, allora, che la comprensione dell’Autobiografia, l’incontro con l’anima di Ignazio, l’accoglienza del carisma e della fondazione, domanda ai lettori come condizione  necessaria quella di essere in comunione con lo Spirito Santo. E questo è possibile se i lettori, come Ignazio e p. da Camara, sono uniti nel nome di Gesù, sono uno tra loro in virtù dell’amore reciproco.

 

In questa esperienza di comunione vissuta tra due o più, quindi, Ignazio e l’Autobiografia, diventano canale dello Spirito Santo che comunica il carisma e realizza la fondazione.

 

Va qui sottolineato il fatto che quando parliamo di “fondazione della Compagnia”, non si vuole indicare soltanto il rapporto che intercorre tra Autobiografia e i religiosi appartenenti all’ordine della Compagnia di Gesù. Si intende, invece, indicare un valore che interessa tutte le forme di vita che hanno la loro radice nel carisma ignaziano.

 

Compagnia di Gesù infatti non va inteso unicamente come il nome dell’ordine religioso fondato da Ignazio. Esso ha un significato più profondo: come il cenobio per Benedetto e la fraternità per Francesco, così la Compagnia di Gesù indica in modo sintetico quello stile di vita che contraddistingue nella Chiesa il carisma ignaziano e che si incarna di diverse forme e vocazioni.

 

 

 

CRISTO COME SOLE

 

Dopo aver compreso il modo di narrare di Ignazio, vogliamo trovare risposta ad un’altra domanda: come Dio lo ha guidato nel ricordare la sua esperienza?

 

Ignazio stesso ha esaudito questa richiesta, quando, al termine del racconto e su sollecitazione di p. da Camara, egli descrive il modo nel quale aveva fatto gli Esercizi spirituali e le Costituzioni.

 

Io dipoi queste cose narrate, alli 20 di Ottobre domandai al pelegrino degli Exercitii et delle constitutioni, volendo intendere come l’havea fatte. Lui mi disse che gli esercitii non gli havea fatti tutti in una sola volta, senonché alcune cose, che lui osservava nell’anima sua, et le trovava utili, gli pareva che potrebbero anche essere utili ad altri, et così le meteva in scritto, verbi gratia, dello examinar la conscientia con quel modo delle linee, etc Le electioni spetialmente mi disse che le haveva cavate da quella varietà di spirito et pensieri, che haveva quando era in Loyola, quando stava anchora malo della gamba. Et mi disse che delle constitutioni mi parlerebbe la sera.

 

Il medesimo giorno, prima che cenasse, mi chiamò con un aspetto di persona che stava più raccolto dell'ordinario, et mi ha fatto un modo de protestatione, la somma della quale era in mostrare la intentione et semplicità, con che havea narrate queste cose, dicendo che era ben certo che non narrava niente di più; et che havea fatte molte offese a nostro Signore dipoi che lo havea cominciato a servire; ma che mai non haveva havuto consenso di peccato mortale; anzi sempre crescendo in devotione, id est, in facilità di trovare Iddio; et adesso più che mai in tutta la vita sua. Et ogni volta et hora che voleva trovare Dio, lo trovava. Et che anche adesso havea molte volte visioni, maxime quelle, della quali sopra si è detto, di vedere Cristo come sole. Et questo gli accadeva spesso andando parlando di cose di importanza, et quello gli faceva venire in confirmatione.

 

Quando diceva messa, haveva anche molte visioni; et che quando faceva le constitutioni le haveva anche molto spesso; et che adesso lo può questo affirmare più facilmente, perché ogni dì scriveva quello che passava per l’anima sua, et lo trovava adesso scritto. Et così mi mostrò un fasce assai grande di scritture; delle quali me ne lesse buona parte. Il più erano visioni, che lui vedeva in confirmatione di alcuna delle constitutioni, et vedendo alle volte Dio Padre, alle volte tutte le tre persone della Trinità, alle volte la Madonna che intercedeva, alle volte che confirmava. In particolare mi disse in le determinationi, delle quali stette 40 dì dicendo ogni dì messa, et ogni dì con molte lagrime, et la cosa era se la chiesa haverebbe alcuna entrata, et se la Compagnia si potrebbe aiutare di quella.

 

Il modo che observava quando faceva le constitutioni era dire ogni dì messa et rappresentare il punto che trattava a Dio et fare oratione sopra quello; et sempre faceva l’oratione et messa con lagrime. Io desiderava vedere quelle carte delle constitutioni tutte, et lo pregai me le lasciasse un poco: lui non volse[7].

 

In questa lunga risposta di Ignazio non troviamo soltanto l’indicazione di come egli abbia scritto gli Esercizi spirituali e le Costituzioni. C’è molto di più.

 

 

Il criterio di interpretazione

 

Con un atteggiamento più raccolto dell'ordinario Ignazio avverte l’improvvisa necessità di dichiarare la propria retta intenzione: egli è ben certo che non narrava «niente di più». Ma niente di più di che cosa? E che cosa lo rende «ben certo»?

 

Ignazio ha ormai concluso il racconto della sua vita. Egli non ha comunicato un resoconto dettagliato, ma una serie di episodi significativi. Due brevissime sintesi, infatti, delimitano il racconto dell’Autobiografia.

 

Nella prima, all’inizio, Ignazio descrive se stesso prima dei 26 anni”: «Fino a 26 anni fu uomo dedito alle vanità del mondo e trovava soprattutto piacere nell’esercizio delle armi, con grande e vano desiderio di procurarsi fama»[8].

 

Nella seconda, alla fine, dopo aver tratteggiato i primi tempi della permanenza sua e dei primi compagni a Roma, egli rimanda la narrazione delle altre cose a p. Nadal: «Le altre cose potrà narrare Mro. Nadale»[9].

 

Qual è dunque il criterio che Ignazio ha utilizzato nel ricordare e che egli può portare a testimonianza della verità del suo racconto?

 

Per rispondere a questa domanda, che poi è la domanda sulla verità della sua persona, Ignazio comunica a p. da Camara la sintesi del suo itinerario spirituale e il suo attuale rapporto con Dio. Soprattutto egli rivela il principio ermeneutico che lo ha guidato nel ricordare, «Cristo come sole»:

 

- «havea fatto molte offese»

- «non haveva havuto consenso di peccato mortale»

- «sempre crescendo in devotione, id est, in facilità di trovare Iddio»

- «et ogni volta et hora che voleva trovare Dio, lo trovava»

- «et che anche adesso havea molte visioni, maxime quelle, della quali si è detto, di vedere Cristo come sole. Et questo gli accadeva spesso andando parlando di cose di importanza, et quello gli faceva venire in confirmatione».

 

Ignazio ricorda e racconta la sua storia, quindi, nella luce di un’intima e totale unione con Dio. In quella luce divina Ignazio vede tutte le cose, quindi anche la sua stessa storia personale, e, scoprendo in essa la ricorrente visione di «Cristo come sole», egli intravede il filo d'oro che attraversa tutta la sua esistenza.

 

Ignazio dunque ha voluto comunicare una sua esperienza profonda: nel raccontare egli non ha inventato nulla, perché nel ricordare è stato guidato da Dio. Ignazio cioè non ha raccontato niente di più di quello che Dio voleva che egli raccontasse.

 

 

Come Dio ha guidato Ignazio nel ricordare

 

Dio ha guidato Ignazio confermando le cose di importanza di cui andava parlando: quando egli deve decidere che cosa raccontare di ciò che ricorda, la visione di «Cristo come sole» è il segno della conferma divina.

 

Dal contesto riteniamo che l’espressione usata da Ignazio, «cose di importanza», si riferisca, almeno parzialmente, proprio gli episodi della sua vita. Se le cose di importanza e le Costituzioni fossero coincidenti, non avrebbe avuto senso ripetere due volte lo stesso messaggio. Non solo. Ciò di cui Ignazio stava parlando erano proprio le cose che riguardavano la sua vita, mentre l’elaborazione delle Costituzioni, come egli stesso descrive, rimane un’esperienza personale.

 

In questa valutazione, però, manteniamo una certa prudenza. Ignazio infatti non lo dice esplicitamente. Inoltre, egli usa l’avverbio «spesso»: possiamo pensare che, a causa del suo ruolo di superiore generale e dell’irregolarità degli incontri tra Ignazio e p. da Camara, la visione di «Cristo come sole» fosse un segno della conferma divina anche in altre occasioni.

 

Nelle sue parole, infatti, le «visioni a conferma» qualificano tre momenti: le cose di importanza, la celebrazione della Messa e la redazione delle Costituzioni. Nello stesso tempo, però, Ignazio distingue le visioni che riguardano le cose di importanza e le Costituzioni, quasi a voler sottolineare un legame più diretto tra la visione di «Cristo come sole» e l’Autobiografia.

 

 

Le «visioni»

 

Leggere l'Autobiografia cercando il passo di Dio nella vita di Ignazio, significa, allora, far operare come criterio ermeneutico le visioni che Ignazio stesso racconta.

 

Le visioni diventano così il criterio di valutazione in un duplice modo:

 

- le visioni attuali, soprattutto «Cristo come sole», confermano ad Ignazio che cosa dire, che cosa raccontare;

 

- le visioni del passato rappresentano l'indizio di un momento importante della sua vita. Esse sono i punti-luce che, legati uno all'altro, hanno rivelato ad Ignazio, e ora anche a noi lettori, il filo d'oro della sua vita.

 

Possiamo ora elencare le visioni ricevute da Ignazio nella sua vita.

 

1) Loyola - Montserrat

· «nostra Signora con il santo Bambino Gesù»[10].

 

2) Manresa

· «una cosa... che in qualche modo avesse forma di serpente»[11];

· «Santissima Trinità sotto forma di tre tasti»[12],

· «il modo con cui Dio aveva creato il mondo»[13],

· «come Gesù Cristo nostro Signore fosse presente in quel Santissimo Sacramento»[14],

· «l'umanità di Cristo»[15],

· «Nostra Signora»[16];

· «un'illuminazione così grande (...) una grande luce nell'intelletto»[17];

· «quella cosa di cui già sopra si è parlato e che gli sembrava molto bella, con molti occhi (…) il demonio»[18].

 

3) Prima di Rouen (Padova - verso Gerusalemme - ritorno)

· «Cristo nel modo solito»[19];

· «una cosa rotonda e grande come se fosse d'oro»[20];

· «Cristo sopra di sé»[21];

 

4) Rouen

· «grande consolatione (...) cominciò a gridare (...) parlare con Dio»[22];

 

5) Dopo Rouen (Venezia - Vicenza)

· «grandi visitazioni spirituali come a Manresa»[23];

 

6) La Storta

· «Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio»[24];

 

7) Roma

· «Cristo come sole»[25];

· «Dio Padre, alle volte tutte le tre Persone della Trinità, alle volte la Madonna che intercedeva, alle volte che confirmava»[26].

 

 

Le tappe della fondazione

 

Seguendo la linea tracciata dalle “visioni” possiamo individuare nell'Autobiografia le tappe della fondazione della Compagnia di Gesù.

 

1) Loyola - Montserrat: Ignazio è un'anima generosa, innamorata di Dio, ma cieca.

· Dopo la ferita di Pamplona, a Loyola Ignazio conosce la diversità degli spiriti che si agitavano in lui[27].

· Due idee: andare a Gerusalemme ad imitazione dei santi facendo grandi azioni esteriori di penitenza a gloria di Dio, ritirarsi nella Certosa[28].

· La veglia d’armi davanti alla Morenita[29].

 

2) Manresa: Ignazio è trasformato da Dio in un uomo nuovo.

· Ignazio ha un grande desiderio di servire Dio. Supera la prima tentazione di questo nuovo “genere di vita”[30]. Si intrattiene con persone spirituali parlando con grande fervore[31]. Conclude positivamente l'esperienza degli scrupoli con un atto di obbedienza al confessore[32]. Aiuta nella vita spirituale alcune anime[33].

· Dio lo istruisce come un bambino[34] e gli dona una “grande luce nell’intelletto”[35]. Prova gioia e consolazione spirituale al pensiero della morte[36].

 

3) Prima di Rouen (Padova - verso Gerusalemme - ritorno): Ignazio e i “suoi” compagni.

· Ignazio vuole vivere solo in Dio e per Dio. Parte da solo, senza compagni e senza sostentamento, perché vuole avere Dio solo come rifugio e riporre in Lui solo, fiducia, affetto e speranza[37]. Desidera seguire la via della perfezione e scegliere quello che è a maggiore gloria di Dio. Obbedisce al confessore: prima di partire mendica il necessario, ma lascia al porto quello che gli rimane in più [38]. È suo fermo proposito stabilirsi a Gerusalemme e aiutare le anime, ma obbedisce al padre provinciale[39]: non era volontà di Dio rimanere a Gerusalemme[40]. Va da solo al Monte degli Ulivi[41].

· Tornato da Gerusalemme si interroga sulla volontà di Dio: quid agendum? Si sente inclinato a studiare un po’ di tempo con il fine di “aiutare le anime”[42].

· A Barcellona, si domanda se deve diventare religioso[43] e si confronta con le forme di vita contemporanee: il frate certosino morto[44] e un chierico insolente[45].

· Ad Alcalà sperimenta i primi frutti del suo aiutare le anime[46]; il “genere di vita” suo e dei suoi compagni suscita scalpore, perché non erano religiosi[47]; obbedisce prontamente, anche se non sa “a che servano queste inquisizioni”[48]; si affida ad un vescovo per decidere cosa fare perché gli sembra di non poter fare del bene alle anime a motivo dello studio[49].

· A Salamanca, viene riconosciuto per “uno di quella compagnia”: i padri domenicani vogliono conoscere la loro forma di vita, il loro modo di predicare alla maniera apostolica e il loro modo di vivere; mentre sono accolti nel convento la loro stanza era sempre piena di religiosi; avrebbe obbedito finché fosse rimasto nella giurisdizione della città[50]. Per realizzare il desiderio di fare del bene alle anime decide di studiare, di raccogliere attorno a sé compagni con lo stesso ideale e di conservare quelli che già erano con lui[51].

· Parte tutto solo per Parigi, dove continua a studiare e raccoglie attorno a sé dei compagni attraverso gli Esercizi spirituali[52].

 

4) Rouen: Ignazio e il giovane spagnolo[53].

· Vuole conquistare l'anima del giovane, ma lo aiuta ad imbarcarsi[54].

· Scrive una lettera a ciascuno dei “suoi” compagni, dei quali non parlerà più[55].

 

5) Dopo Rouen (Venezia - Vicenza): i “compagni di Gesù”.

· A Parigi Ignazio non cerca più compagni e non parla più delle cose di Dio[56], ma attorno a lui si costituisce il gruppo che elabora insieme la cosiddetta “deliberazione parigina”[57].

· In Spagna cura gli affari dei compagni[58].

· A Venezia, ordinati quelli che non lo erano ancora[59], il gruppo si riunisce ancora per deliberare[60].

· A Vicenza con Favre, Lainez e Codure “come a Manresa”[61].

 

6) La Storta: la “Compagnia di Gesù”.

· Con Favre e Lainez verso Roma, una profonda mutazione[62].

 

7) Roma: l'irradiazione del Corpo.

· Le difficoltà e le opere pie[63].

· Il metodo nel redigere gli Esercizi, le Costituzioni, ecc.[64].

 

Per cogliere con maggiore immediatezza il rapporto tra le “visioni” e le tappe della fondazione, ho pensato di presentarle anche in forma di sinossi.

 

I luoghi

Le visioni

Le tappe della
fondazione

1) Loyola –
Montserrat

} Nostra Signora con il santo Bambino Gesù

Ignazio è
un'anima generosa, innamorata di Dio,
ma cieca

 

2) Manresa

} Una cosa... che in qualche modo avesse
forma di serpente

} Santissima Trinità sotto forma di tre tasti,

} il modo con cui Dio aveva creato il mondo,

} come Gesù Cristo nostro Signore fosse
presente in quel santissimo sacramento,

} l'umanità di Cristo,

} Nostra Signora,

} un'illuminazione così grande (...)
una grande luce nell'intelletto,

} il demonio

 

Ignazio è
trasformato
da Dio in un
uomo nuovo

4) Prima di Rouen (Padova – verso
Gerusalemme -
ritorno)

 

} Cristo nel modo solito; una cosa rotonda
e grande come se fosse d'oro

} Cristo sopra di sé

Ignazio e
i “suoi” compagni

6) Rouen

} Grande consolatione (...)
Cominciò a gridare (...) parlare con Dio

 

Ignazio e
il giovane spagnolo

7) Dopo Rouen (Venezia -
Vicenza)

 

} Grandi visitazioni spirituali come a Manresa

I compagni “di Gesù”

8) La Storta

 

} Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio

La Compagnia di Gesù

9) Roma

} Cristo come sole,

} Dio Padre,

} alle volte tutte le tre Persone della Trinità,

} alle volte la Madonna che intercedeva,
alle volte che confirmava

 

L'irradiazione del Corpo

 

 

 

INTIMA CONOSCENZA

 

Alla luce di questa realtà, allora, che cos’è l’Autobiografia e qual è il suo valore?

 

 

Un’esperienza di fede

 

Per Ignazio l’esperienza dell’Autobiografia è un'esperienza di fede: nelle circostanze cui abbiamo fatto cenno, Dio spinge Ignazio a ricordare e raccontare la sua vita. Ignazio, mettendola in comunione, scopre il disegno di Dio sulla propria vita.

 

Ignazio, fatto una cosa sola con il Figlio Gesù, ripercorre la sua storia, scoprendo in essa, lui per primo, l'azione di Dio Padre. In questa contemplazione lo Spirito Santo illumina una ad una le esperienze attraverso le quali il cammino di fondazione si era sviluppato e fa penetrare Ignazio nella profondità della sua vita. Egli riceve così intima conoscenza di tutto il bene ricevuto, cioè il dono carismatico della fondazione della Compagnia di Gesù.

 

L’Autobiografia è quindi l’esercizio spirituale finale di Ignazio: come in un prolungato flashback, egli racconta la sua storia mettendo in pratica l’esercizio conclusivo dei suoi Esercizi spirituali. L’Autobiografia è la «Contemplación para alcanzar amor»[65] incarnata nella storia di Ignazio.

 

Solo alla fine della fondazione, infatti, egli può chiedere e trovare «intima conoscenza di tutto il bene ricevuto, perché, riconoscendolo interamente, possa in tutto amare e servire la divina Maestà»[66].

 

 

Gli «Acta Patris Ignatii»

 

In questo senso, allora, lo scopo del racconto, «fondare veramente la Compagnia»[67], acquista una valenza profondissima. Ignazio, non racconta tutto, ma solo ciò che può aiutare a confermare la fondazione che egli ora, in Dio, passo dopo passo, riconosce interamente.

 

Un dato importante rafforza questa direzione: nel suo racconto Ignazio non usa mai l'espressione amici nel Signore. Questo fatto non è una dimenticanza. Esso rivela che nel 1555-56 quell'espressione, usata da Ignazio nel 1537, viene considerata da lui stesso inefficace a definire intimamente e profondamente, in Dio e dall'alto, la realtà di quei primi compagni. Riconoscendo interamente nella sua storia il disegno di Dio, Ignazio riconosce già realizzata la Compagnia di Gesù nell'esperienza degli amici nel Signore.

 

L'Autobiografia, quindi, attinge tutta la sua autorità in forza di questo dinamismo profondo. Tra quelli fondazionali essa non è un documento qualsiasi, ma quello che contiene gli «Atti di Padre Ignazio», cioè la memoria del testimone dei fatti che riguardano la fondazione divina della Compagnia di Gesù. Di questo evento l’Autobiografia è il vero fondamento[68]. Da questo punto di vista, allora si può re-interpretare la tradizionale analogia tra gli Acta Patris Ignatii e gli Atti degli Apostoli.

 

 

 

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[1] Cf. Ignazio di Loyola, Autobiografia, commento di Maurizio Costa, Editrice CVX-CIS, Roma 1991, n. 14, p. 76. D'ora in poi verrà citato nella forma abbreviata Autobiografia.

[2] Cf. Autobiografia, n. 99, p. 400.

[3] Cf. Autobiografia, nn. 99-101, pp. 396-402.

[4] Nadal, Prologo, in Autobiografia, nn. 1-4, pp. 31-32.

[5] Da Camara, Prologo, in Autobiografia, nn. 1.4, pp. 27.29.

[6] Id., Prologo, in Autobiografia, n. 3, pp. 28-29.

[7] Autobiografia, nn. 99-101, pp. 398-402.

[8] Autobiografia, n. 1, pp. 34-36.

[9] Autobiografia, n. 98, p. 394.

[10] Ormai i pensieri di prima stavano scomparendo, grazie ai santi desideri che aveva e che gli furono confermati da una visione in questo modo. Una notte, mentre era ancora sveglio, vide chiaramente un'immagine di nostra Signora con il santo Bambino Gesù (Autobiografia, n. 10, pp. 58-60).

[11] Mentre si trovava nell'ospizio, gli accadeva molte volte di vedere in aria, in pieno giorno, vicino a sé, una cosa che gli dava molta consolazione, perché era molto bella, estremamente bella. Non riusciva a comprendere bene che genere di cosa fosse, ma gli pareva che in qualche modo avesse forma di serpente e avesse molte cose che brillavano come occhi, ma non lo erano. Nel contemplarla provava molto piacere e consolazione: quanto più spesso la vedeva, tanto più cresceva la consolazione; e quando quella cosa scompariva, ne provava dispiacere (Autobiografia, n. 19, pp. 100-102).

[12] Un giorno, mentre stava recitando le Ore di Nostra Signora sui gradini del medesimo monastero, il suo intelletto cominciò ad elevarsi come se vedesse la Santissima Trinità sotto forma di tre tasti (Autobiografia, n. 28, pp. 130-132).

[13] Una volta gli si rappresentò all’intelletto, insieme ad una grande allegria spirituale, il modo con cui Dio aveva creato il mondo. Gli sembrava di vedere una cosa bianca, dalla quale uscivano raggi e con quale Dio faceva luce (Autobiografia, n. 29, pp. 134-138).

[14] Fu così che, mentre un giorno in questo paese si trovava nella chiesa del suddetto monastero ad ascoltare Messa, vide con gli occhi interiori come dei raggi bianchi che scendevano dall’alto (...) ciò che egli vide chiaramente con l’intelletto era come Gesù Cristo nostro Signore fosse presente in quel Santissimo Sacramento (Autobiografia, pp. 138-140).

[15] Molte volte e per molto tempo, mentre stava in orazione, vedeva con gli occhi interiori l’u-manità di Cristo; la figura che gli appariva era come un corpo bianco non molto grande né molto piccolo, senza, però, vedere distinzione alcuna di membra (Autobiografia, pp. 140-142).

[16] Ha visto pure Nostra Signora allo stesso modo, senza distinzione di membra (Autobiografia, p. 142).

È interessante notare anche il commento che Ignazio stesso fa a queste visioni. Per quella dell'umanità di Cristo, egli ricorda quante volte essa si è ripetuta e anche in quali luoghi: Questo egli vide in Manresa molte volte: se dicesse, venti o quaranta volte, non si azzarderebbe a giudicarlo una bugia. Un'altra volta Lo ha visto mentre era a Gerusalemme, e un'altra ancora mentre era in viaggio vicino a Padova.

Alla fine del racconto di queste quattro visioni, Ignazio, ragionando per assurdo ed esprimendosi in modo forte, valuta “ciò che ha visto” come fondamento della sua fede, anche se non ci fosse la Scrittura: Queste cose, che egli ha visto, lo confermarono e gli diedero poi per sempre tanta fermezza nella fede da pensare molte volte tra sé che, anche se non ci fosse la Scrittura a insegnarci queste cose della fede, egli si deciderebbe a morire per esse soltanto in forza di quello che egli ha visto.

[17] Una volta se ne andava per sua devozione ad una chiesa distante da Manresa poco più di un miglio: credo che si chiami San Paolo. La strada correva lungo il torrente. E mentre così camminava assorto nelle sue devozioni, si sedette un poco con la faccia rivolta al torrente che scorreva in basso. Mentre stava lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi della mente: non è che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose, sia delle cose spirituali che delle cose concernenti la fede e le lettere, e questo con un'illuminazione così grande che tutte le cose gli apparivano come nuove. Non si possono descrivere tutti i particolari che allora egli comprese, sebbene essi fossero molti, ma si può solo dire che ricevette una grande luce nell'intelletto. (E questo di restare con l'intelletto illuminato si verificò in maniera così forte, che gli pareva di essere come un altro uomo e di avere un altro intelletto, diverso da quello che aveva prima.) Di modo che, in tutto il corso della sua vita, fino ai sessantadue anni compiuti, mettendo insieme tutti e quanti gli aiuti ricevuti da Dio, e tutte e quante le cose che aveva appreso, anche riunite tutte insieme, non gli sembrava di aver imparato tanto come in quella sola volta (Autobiografia, n. 30, pp. 144-150).

[18] Questo durò un buono spazio di tempo; poi egli andò ad inginocchiarsi ai piedi di una croce, che si trovava lì vicino, per ringraziare Dio. Lì gli apparve quella visione che molte volte gli era apparsa, e che mai era riuscito a comprendere, cioè quella cosa di cui già sopra si è parlato e che gli sembrava molto bella, con molti occhi. Ma ora, stando davanti alla croce, vide bene che quella cosa così bella non aveva più il colore di prima, ed ebbe una chiarissima conoscenza, accompagnata da un grande assenso della volontà, che quello era il demonio. Anche in seguito, per molto tempo, continuò ad apparirgli spesso, ma egli, in segno di scherno, lo cacciava via con un bastone che era solito portare in mano (Autobiografia, n. 31, p. 150-152).

[19] Mentre si trovava lì gli apparve Cristo nel modo in cui di solito gli appariva, come abbiamo detto sopra, e lo confortò molto (Autobiografia, n. 41, p. 182).

[20] Durante tutto questo tempo, molte volte gli appariva nostro Signore, che gli infondeva molta consolazione e forza. Gli sembrava di vedere una cosa rotonda e grande, come se fosse d'oro; e gli si rappresentava questo dopo che, partiti da Cipro, giunsero a Giaffa (Autobiografia, n. 44, p. 192).

[21] Mentre percorreva quelle strade, trattenuto in quel modo dal cristiano della cintura, ricevette grande consolazione dal nostro Signore: gli sembrava di vedere continuamente Cristo sopra di sé. E questo gli durò sempre con grande intensità, finché non giunse al monastero (Autobiografia, n. 48, p. 204).

[22] Passando quel castello con quel travaglio spirituale, montando in un alto, gli incominciò a passare quella cosa, et gli venne una grande consolatione et sforzo spirituale con tanta allegrezza, che cominciò a gridare per quei campi et parlar con Dio etc... (Autobiografia, n. 79, p. 316).

[23] In quel tempo che fu a Vicenza hebbe molte visioni spirituali, et molte quasi ordinarie consolationi; et per il contrario quando fu in Parigi; massime quando si cominciò a preparare per essere sacerdote in Venetia, et quando si preparava per dire la messa, per tutti quelli viaggi hebbe grandi visitationi spirituali, di quelle che soleva havere stando in Manressa (Autobiografia, n. 95, p. 374).

[24] (...) et in questo viaggio fu molto specialmente visitato da Dio. Haveva deliberato, dipoi che fosse sacerdote, di stare un anno senza dire messa, preparandosi et pregando la Madonna lo volesse mettere col suo figliuolo. Et essendo un giorno, alcune miglia prima che arrivasse a Roma, in una chiesa, et facendo oratione, ha sentito tal mutatione nell'anima sua, et ha visto tanto chiaramente che Iddio Padre lo metteva con Cristo, suo figliuolo, che non gli basterebbe l'animo di dubitare di questo, senonché Iddio Padre lo metteva col suo figliuolo (Autobiografia, n. 96, pp. 378-380).

Anche qui è interessante notare l’annotazione di p. da Camara che chiede spiegazione a Ignazio sulla difformità del suo racconto rispetto a quello di p. Laynez. Va detto che le differenze tra i due racconti non riguardano la sostanza del contenuto della visione:

Et io che scrivo queste cose, dissi al pelegrino, quando questo mi narrava, che Laynez raccontava questo con altre particolarità, secondo havevo inteso. Et lui mi disse, che tutto quello che dicea Laynez stava il uero, perché lui non si ricordava tanto particolarmente; ma che all’hora quando lo narrava sa certo che non ha detto se non la verità. Questo medesimo mi disse in altre cose (ibidem).

[25] Autobiografia, n. 99.

[26] Autobiografia, n. 100.

[27] Cf. Autobiografia, n. 8, pp. 52-56.

[28] Cf. Autobiografia, nn. 9-16, pp. 56-88.

[29] Cf. Autobiografia, nn. 17-18, pp. 88-97.

[30] Cf. Autobiografia, n. 20, pp. 102-106.

[31] Cf. Autobiografia, n. 21, pp. 106-110.

[32] Cf. Autobiografia, nn. 22-25, pp. 110-124.

[33] Cf. Autobiografia, n. 26, pp. 124-125.

[34] Cf. Autobiografia, nn. 27-29, pp. 126-143.

[35] Cf. Autobiografia, nn. 30-31, pp. 144-152. In questa esperienza la tradizione ignaziana ha visto il nucleo generativo della Compagnia di Gesù, la cosiddetta “Prenotio Instituti”.

[36] Cf. Autobiografia, nn. 32-34, pp.152-160.

[37] Cf. Autobiografia, n. 35, pp. 160-166.

[38] Cf. Autobiografia, nn. 36-44, pp. 166-192.

[39] Cf. Autobiografia, nn. 45-48, pp. 192-206.

[40] Cf. Autobiografia, n. 47, p. 202 e n. 50, p. 210.

[41] Cf. Autobiografia, nn. 47-48, pp. 202-205.

[42] Cf. Autobiografia, nn. 49-50, pp. 206-214.

[43] Cf. Autobiografia, n. 71, p. 284.

[44] Cf. Autobiografia: n. 54, pp. 224-226.

[45] Cf. Autobiografia, n. 56, p. 236.

[46] Cf. Autobiografia, n. 57, pp. 236-244.

[47] Cf. Autobiografia, n. 58, pp. 244-248. Vengono chiamati “illuminati” e “insaiati”.

[48] Cf. Autobiografia, n. 59-62, pp. 248-260.

[49] Cf. Autobiografia, n. 63 pp. 260-264.

[50] Cf. Autobiografia, nn. 64-70, pp. 266-284.

[51] Cf. Autobiografia, n. 71, pp. 284-290.

[52] Cf. Autobiografia, n. 72-78, pp. 290-311.

[53] Cf. Autobiografia, n. 73, pp. 296-297.

[54] Cf. Autobiografia, n. 79, pp. 312-316.

[55] Cf. Autobiografia, n. 80, pp. 316-320.

[56] Cf. Autobiografia, nn. 81-82, pp. 320-327. In questo momento Ignazio ricorda l’incontro con Francesco Xavier e Pietro Favre.

[57] Cf. Autobiografia, nn. 85-86, pp. 332-345.

[58] Cf. Autobiografia, nn. 87-91, pp. 346-359.

[59] Cf. Autobiografia, nn. 92-93, pp. 360-371.

[60] Cf. Autobiografia, n. 94 pp. 372-373.

[61] Cf. Autobiografia, n. 95 pp. 374-377.

[62] Cf. Autobiografia, nn. 96, pp. 378-385.

[63] Cf. Autobiografia, nn. 97-98, pp. 386-395.

[64] Cf. Autobiografia, nn. 99-101, pp. 396-404.

[65] Contemplazione per ottenere amore (ndr)

[66] Esercizi spirituali, n. 233, in Ignazio di Loyola, Gli scritti, a cura di Mario Gioia, Utet, Torino 1977, p. 149.

[67] Cf. Da Camara, Prologo, in Autobiografia, n. 4.

[68] Esercizi spirituali, n. 2, in Ignazio di Loyola, Gli scritti, cit., pp. 91-92.

 

 

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