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Lo sguardo del cuore Quarta catechesi sulla spiritualità di comunione |
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Quarta Strumenti per Parrocchia di |
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Chi è il fratello cui “fare spazio”?S. Paolo dice: “mi sono fatto servo di tutti”. “Fare spazio” al fratello significa vedere tutti i nostri prossimi come nostri padroni: il servo siamo noi e i padroni gli altri. E come tale è lui, il fratello, che deve aver la prima parola, essere onorato, obbedito, perché è lui che comanda. S. Paolo dice ancora: “mi sono fatto tutto a tutti”. “Fare spazio”, quindi, significa “farsi uno”, “vivere l’altro”. “Fare spazio” è l’espressione che riassume quegli atteggiamenti positivi verso il fratello che il Papa ha proposto in questo brano della NMI: “condividere le sue gioie e le sue sofferenze… intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni… offrirgli una vera e profonda amicizia”. Questi atteggiamenti esprimono quel sentire del cuore che, orientato e illuminato dalla Trinità in noi e nel fratello, ci spinge a vivere il comandamento dell’amore reciproco, ci fa essere con Gesù in mezzo a noi una cellula del Corpo mistico e ci permette di essere Chiesa-comunione, testimoni dell’amore. |
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Come farsi uno?Mettere il fratello in condizione di amare per primo, di agire per primo, di avere l’iniziativa. Per questo dobbiamo metterci a sua disposizione, accostarlo vuoti completamente di noi stessi e spostare per lui anche ciò che possediamo di più bello, di più grande, per essere di fronte a lui “nulla” come Gesù servo. In tal modo il fratello può manifestarsi, perché trova chi lo accoglie: può donarsi. Ma, poiché il “nulla” in noi è un “nulla d’amore”, e non certo un nulla sinonimo di inesistenza (o ancora peggio, frutto di un insano complesso di inferiorità), lo Spirito Santo, che vigila presente in noi, ci illumina e ci permette di guidare la conversazione perché il fratello possa completamente aprirsi. Non solo, ma ci dà modo di cogliere quel qualcosa di “vivo” che è nel cuore del fratello: nel senso soprannaturale, fiammella della vita divina in lui; o “vivo” semplicemente nel senso umano, espressione cioè di quei valori che il Signore, creandoci, ha disseminato in ogni anima umana. E sul quel qualcosa di “vivo” noi possiamo – servendo – innestare con dolcezza, con amore, con illimitata discrezione, quegli aspetti della verità, del messaggio evangelico che portiamo e danno pienezza e completezza a ciò che quel prossimo già crede e sono da lui spesso attesi, aspetti che trascinano con sé, poi, tutta la verità. Anzi, se si pensa che lo possa desiderare, possiamo offrirgli con garbo, senza mai imporre, di partecipare ad un incontro adatto per lui e così piano piano introdurlo nella comunità della Chiesa. Così il fratello ha prima dato e noi, poi, abbiamo fatto altrettanto, e la fiamma del vangelo va a beneficio di tanti. |
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Farsi uno e Gesù in mezzo.Quando uno piange, dobbiamo piangere con lui. E se ride, godere con lui. E così è divisa la croce e portata da molte spalle, e moltiplicata la gioia e partecipata da molti cuori. “Farsi uno” col prossimo è la via maestra per “farsi uno” con Dio. Strada maestra perché in questa carità è la fusione dei due primi e principiali comandi. “Farsi uno” col prossimo per amore di Gesù, con l’amore di Gesù, finché il prossimo, convinto dall’a-more di Dio in noi, vorrà “farsi uno” con noi, in un reciproco scambio di aiuti, di ideali, di progetti, di affetti. Fino a stabilire fra i due quegli elementi essenziali perché il Signore possa dire di noi: «Dove due o tre sono uniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Fino cioè a garantirci, per quanto sta in noi, la presenza di Gesù e camminare nella vita, sempre, come piccola Chiesa in cammino, Chiesa anche quando stiamo a casa, a scuola, all’officina… in Parlamento. Camminare nella vita come i discepoli di Emmaus con quel Terzo tra noi che dà divino valore a tutto il nostro agire: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino…?» (Lc 24,32). Allora non siamo noi che agiamo nella vita, miseri e limitati, soli e sofferenti. Cammina con noi l’Onnipotente. E chi resta unito a lui porta gran frutto. |
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Farsi uno e la nuova evangelizzazione.
“Farsi uno” è una via privilegiata per il dialogo, lo strumento privilegiato della “nuova evangelizzazione”. Dialogo con i fratelli di fede, magari di altri gruppi, associazioni, movimenti presenti nella nostra comunità o nella diocesi. Dialogo con i fratelli di fede cristiani delle nostre Chiese sorelle, per sperimentare già quanto siamo uniti e lavorare per raggiungerne al più presto la piena unità. Dialogo con i fratelli di fede delle altre religioni (sempre fratelli di fede sono, perché credono in Dio o sono molto sensibili ai valori dello spirito), nelle quali sono seminati i “semi del Verbo”, come, per esempio, la regola d’oro del Vangelo, “Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro” (Lc 6,31). Essa è presente in tutti i testi e tradizioni delle grandi religioni. Innanzitutto nell’Antico Testamento che abbiamo in comune con i nostri “fratelli maggiori” ebrei: “Non fare a nessuno ciò che non piace a te” (Tob 4,15). Nell’islam: “Nessuno di voi è vero credente se non desidera per il fratello ciò che desidera per se stesso” (Hadit 13, secondo Al-Bukhari). Nell’induismo: “Questa è la sostanza del dovere: non fare agli altri ciò che a te farebbe del male” (Mahabharata), o come dice Ghandi: “Io e te siamo una cosa sola. Non posso ferirti senza far del male a me stesso” (cit. in W. Mühs, Parole del cuore, Milano 1996, p. 82). Dialogo soprattutto nel nostro ambiente con i nostri fratelli che lottano per la pace, la giustizia… o sono “uomini e donne di buona volontà”, con i quali condividere quei valori umani universali che sono la base per costruire la fraternità umana, che nella nostra cultura occidentale esprime la preghiera di Gesù “che tutti siano uno” (Gv 17,21). |
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Farsi uno e le opere.Questo “farsi uno” più profondo, più intimo, suppone certamente il dar da mangiare a chi ha fame, il costruire ospedali per chi è ammalato. Suppone le opere, ma non si esaurisce in esse, che sono un aspetto più esterno del “farsi uno”. La prima opera che dobbiamo edificare è Cristo in noi, è Maria in noi. E loro sono proprio loro là dove sono “nulla” nell’abbandono e nella desolazione. E diventano per questo “tutto”, pienezza: Gesù nella risurrezione e Maria, per partecipazione alla vita divina, nella sua glorificazione. |
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Farsi uno come Gesù Abbandonato.Fil 2,1-11 Se c'è pertanto qualche consolazione in Cristo, se c'è conforto derivante dalla carità, se c'è qualche comunanza di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con l'unione dei vostri spiriti, con la stessa carità, con i medesimi sentimenti. Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri. Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l'ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre. Vivere il “farsi uno” significa vivere il modo di amare di Gesù, “farsi uno” come Gesù ha fatto, quando da Dio s’è fatto noi, s’è fatto uomo. E Gesù si è fatto uomo “fino alla morte e alla morte di croce”, cioè fino al punto di sperimentare su di sé le conseguenze del peccato, fino al punto di farsi peccato, di sentire lui il Figlio prediletto l’assenza di Dio. Gesù ci ha raggiunto proprio lì, lontano da Dio, per riportarci dal Padre, per riunirci al Padre. Ma per donarci questa grazia, perché noi potessimo sentire l’unione con il Padre, Gesù doveva in qualche modo non sentirla più, proprio perché donata a noi. Quando voglio fare infatti un dono ad un altra persona, il dono non me lo tengo io. Lo devo staccare da me e darlo all’altro. Devo decidere di non sentire più mio ciò che voglio donare all’altro. Gesù non ha voluto sentire più sua, solo sua, l’unione con il Padre, non ne ha voluto fare un “tesoro geloso”, cioè, egoistico. E l’ha donata a noi. Ecco cos’è l’abbandono di Gesù: l’esperienza di “perdere Dio per Dio”, perdere il suo rapporto esclusivo con Dio per ritrovare Dio insieme con noi. È il vertice del
farsi uomo di Dio, vertice del Dolore di Dio, vertice dell’Amore di Dio. |
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RESPINGENDO LE TENTAZIONI EGOISTICHe
Che cosa esige il farsi uno?“Farsi uno”
con il fratello non è una tattica o un modo di fare esterno; non è solo un atteggiamento
di benevolenza, di apertura e di rispetto, o un’assenza di pregiudizi. È tutto
questo, sì, ma con qualcosa di più. La pratica del “farsi uno” esige il vuoto completo di sé: togliere
dalla nostra testa le idee, dal cuore gli affetti, dalla volontà ogni cosa,
per immedesimarci con l’altro. Non si può
entrare nell’animo di un fratello per comprenderlo, per condividere il suo
dolore o la sua gioia, se il nostro spirito è ricco di una preoccupazione, di
un giudizio, di un pensiero… di qualsiasi cosa. Il “farsi uno” esige spiriti
poveri, poveri in spirito per essere ricchi d’amore. Ed è qui che posso sentire male, fatica, resistenza, dolore, paura… e cedere alle “tentazioni egoistiche che continuamente ci insidiano e generano competizione, carrierismo, diffidenza, gelosie”. Perché non basta decidere con la mia ragione di credere in Gesù. Bisogna che poi armonizzo la mia sensibilità e affettività naturale in modo corrispondente ai suoi valori, alla sua mentalità, ai suoi sentimenti. Perché io posso “far spazio” al fratello nella mia razionalità. Ma per amare il fratello come Gesù mi ha amato, per farmi uno con lui, io devo fargli spazio nella mia sensibilità e affettività, “dentro” di me… |
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Farsi uno e Maria Desolata.E qui ci
viene in aiuto Maria Desolata.
Se Gesù per amore del Padre e degli uomini vive il suo abbandono, Maria di
fronte all’Abbandonato si sperimenta Desolata. Anche lei come Gesù deve “perdere Dio (suo figlio Gesù) per Dio (il
nuovo figlio Giovanni)”, deve perdere la sua unione con Gesù per ritrovare
Gesù in Giovanni. Sul Calvario
Maria è chiamata a “fare spazio” dentro di lei a Giovanni e a tutta
l’umanità, al Corpo mistico di Cristo, come nell’incarnazione aveva fatto
spazio dentro di lei a Gesù. Anzi: è proprio sul Calvario che nell’abbandono di Gesù e nel sì di Maria si
attua fino in fondo l’Incarnazione. Per Maria è
il passaggio dalla maternità naturale, fisica e singola (Gesù uomo), a quella
soprannaturale, spirituale e universale (Gesù mistico in ogni uomo): è la Pasqua di Maria, che Sola, senza
Dio, perché morto tra le sue braccia, deve crederLo
Vivo in Giovanni. Ella ha co-generato lì un altro Cristo, quello che
compone il suo Corpo mistico, dove, quale Madre, appare vincolo d’unità fra tutti, unisce i figli,
li fa fratelli, come a loro modo fanno le mamme sulla terra. E questi
figli, anche da Lei generati,
hanno i lineamenti di Gesù, ma anche i suoi. È il vertice
del Dolore della creatura, è il vertice dell’Amore della creatura: la
Desolata unita all’Abbandonato diventa Madre di Dio e dell’Umanità, Figlia nel Figlio, Testimone
dell’Amore, Madre dell’unità. |
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Che cosa sono le “tentazioni egoistiche”?Le “tentazioni
egoistiche” sono quei pensieri,
impulsi, sentimenti, movimenti del cuore che tentano di orientare il nostro amore verso noi stessi
o verso alcune cose e persone. Esse nascono dalla mia sensibilità fisico-naturale che
istintivamente cerca il piacere, la propria gratificazione, il suo
benessere... Oppure
vengono dal di fuori, cioè, sono causate
in me dallo spirito cattivo, dal nemico della natura umana, dal “serpente
antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra”
(Ap 12,9). Egli cercherà
di contrastare con tutti i mezzi possibili la mia unione con Dio e con il prossimo.
Se vede che io voglio amare, mi metterà davanti false ragioni, giustificazioni, ecc. per convincermi a non
amare. Se invece io non amo, mi gratificherà proponendomi sempre nuove
ragioni per non farlo. In modo contrario invece agisce Dio e il suo spirito buono. Se io non amo mi farà sentire il rimorso della coscienza. E se amo
mi donerà la sua gioia e la sua pace. Dobbiamo
chiarire che “sentire non è
acconsentire”: io non pecco quando “sento”, ma quando acconsento con
la mia libertà e volontà al mio istinto o alla tentazione del nemico. Se io invece
“resisto” con la mia volontà e libertà alle tentazioni che mi presenta il mio
istinto e il nemico, io acquisto
merito davanti a Dio, perché la resistenza alla tentazione è un modo
di amare Dio. Resistere non
basta. Occorre anche ricominciare
sempre ad amare. Quando mi accorgo che per qualche ragione, più o meno
consapevole, ho smesso di amare, invece di fermarmi ad analizzarmi, chiedo
subito perdono a Dio (cosa che si può fare dappertutto) e poi ricomincio nel
momento presente ad amare. |
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Strumenti per |
strumenti per mettere in pratica la
spiritualità di
comunione
Ma “resistere e
ricominciare” non bastano: occorre migliorarci
e correggerci. Dobbiamo impegnarci con pazienza, speranza e fiducia
nella grazia di Dio e nella nostra buona volontà a cambiare noi stessi prima
degli altri. Quali strumenti usare affinché la
“spiritualità di comunione” diventi “principio educativo” e “cammino
spirituale”, come dice il Papa nella NMI? Il patto di amore reciproco.Il comandamento
nuovo di Gesù: “Amatevi a vicenda come io ho amato voi” (Gv 15,21) è,
assieme a quella dell’unità, la base della “spiritualità di comunione” perché
per attuarla non basta una sola persona. Ne occorrono due o tante, una
collettività, una piccola o grande comunità. Non basta cioè
che io e il fratello decidiamo nel nostro “singolo” cuore di essere pronti a
dare la vita per l’altro. Bisogna che
questa intenzione d’amore diventi esplicita, che ce lo diciamo
guardandoci negli occhi, che diventi tra di noi legame, patto, alleanza,
unione. Se non lo abbiamo
mai fatto questo patto, se non abbiamo mai fatto questa dichiarazione d’amore
reciproco, forse bisogna che ne facciamo un obiettivo reale da perseguire entro un certo tempo, in modo
tale che ci prepariamo l’anima per compiere un gesto così sacro, solenne,
semplice, e che non è privo di difficoltà. Con alcuni,
infatti, sarà facile pronunciarlo; con altri occorrerà, alle volte, vincere
il rispetto umano; con altri occorrerà preparare il terreno. È un atto non privo di sacrificio perché occorrerà, alle
volte, vincere il rispetto umano, altre, superare l’indolenza o il tran tran spirituale in cui siamo magari caduti. Bisognerà praticare l’umiltà per far tacere l’amor proprio. Ma il Signore benedirà
ogni sforzo e, se poi saremo fedeli a quanto abbiamo detto, ci darà la gioia
di scorgere la sua presenza, effetto dell’unità, dovunque ci giriamo. Se
saremo fedeli, la “spiritualità di comunione” ci farà santi, ci trasformerà in un popolo di santi.
È questo ciò che Dio vuole da noi, per la sua gloria. |
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Coltivare l’unione con Dio, intensificando la preghiera personale.Non posso
pretendere che la mia capacità di amare in modo soprannaturale, di amare come
Gesù, cresca da sola spontanea-mente, senza cura e attenzione da parte mia.
Se voglio imparare ad amare bisogna che conosca l’Amore, viva con lui, stia con lui… come Maria meditare
nel mio cuore la sua Parola. Quanto devo
pregare? Penso che 15 minuti al
giorno sia un tempo minimo e possibile per tutti. E cosa fare nella preghiera?
Innanzitutto scendo in profondità dentro di me, mettendo fuori della porta
del mio cuore tutto il resto, compreso me stesso… poi leggo anche solo un
versetto del vangelo… quindi ascolto Gesù in me… e parlo con Lui,
chiedendogli perdono, una grazia particolare, una luce per una decisione da
prendere, oppure intercedendo per qualcuno… infine, magari con un Padre
nostro, rinnovo la mia fede e la mia fiducia in Dio. |
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L’esame di coscienza.Prendo un difetto
o un peccato particolare e per un certo tempo mi esercito su quello, cercando
di vivere il suo contrario, esaminando di giorno in giorno se faccio passi
avanti, se miglioro, ecc... Per esempio: sono un tipo invidioso e questo
vizio mi porta a fare un certo tipo di peccati (mi lamento di me e degli
altri, metto in evidenza il negativo mio e degli altri, ecc.); allora mi
eserciterò nel suo contrario che è la benevolenza (dal lamento passerò a
ringraziare, dal negativo al positivo, ecc.). Il valore di
questo esame di coscienza, sta nel fatto di cambiare me stesso un poco alla volta. Se credo di dover o poter
cambiare tutto in una volta, quasi magicamente, mi sto ingannando e
soprattutto non sto accettando me stesso come sono realmente. Come Maria che ha
ascoltato la Parola e l’ha messa in pratica giorno per giorno. |
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La comunione d’anima.Va fatta insieme con
i nostri fratelli di fede, magari in gruppi piccoli, dove tutti possano dare
liberamente il loro contributo personale nell’edificazione del Corpo di
Cristo, mettendo in comune i beni spirituali che possediamo e concorrere così
alla santità altrui come alla nostra. Ricordiamo, a
nostro incoraggiamento, che quello che non si comunica si perde; mentre ciò
che si dona torna rafforzato nell’anima del donatore oltre che risultare di
utilità per gli altri. E cosa bisogna
mettere in comune? In una parola potremmo dire lo stato attuale del mio rapporto con Dio e con il prossimo. Per
esempio, il frutto della preghiera personale, una luce o una grazia ricevuta
da Dio sulla propria vita, una richiesta di aiuto se ho un dubbio di fede,
un’esperienza della Parola… Come Maria che
non tiene per sé il frutto dell’incontro personale con Dio, ma lo comunica ad
Elisabetta con il Magnificat. S. Ignazio di
Loyola parla in una sua lettera della “falsa
umiltà”, che sarebbe un’arma che il diavolo usa per danneggiare le
persone e dice: “Vedendo il servitore del Signore tanto buono e umile che,
pur compiendo la volontà di Dio, pensa di essere del tutto inutile e
considera le sue debolezze e non la sua gloria, gli fa pensare che, se parla,
di qualche grazia concessagli da Dio N. S., di opere, propositi e desideri,
pecca con altra specie di vanagloria perché parla a suo onore. Procura quindi
che non parli dei benefici ricevuti dal suo Signore, impedendo così di
produrre frutto in altri e in se stesso, dato che il ricordo dei benefici
ricevuti aiuta sempre a cose più grandi (Lettera del 18 giugno 1537 in Epistolario I, 99-107). |
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L’ora della verità.Se mi impegno a
migliorarmi e correggermi da solo, posso arrivare fino a un certo punto. Il fratello
invece mi può aiutare moltissimo, perché vede di me cose che io nonostante
tutti i miei sforzi non vedo. E io di lui. Non si tratta di
discutere se il fratello ha quella virtù o quel difetto. Né di fare il
processo al fratello. Si tratta di comunicare
al fratello per amore e con amore quello che mi sembra di riscontrare in lui.
Mi sembra, perché se è vero che posso vedere qualcosa che lui non vede, il
mio punto di vista è sempre esterno. Allora è bellissimo e dà una grande
gioia e unisce tantissimo, dirsi reciprocamente il positivo e il negativo
(una virtù, un difetto…) che vediamo uno dell’altro. Per mettere in
pratica questo strumento ci vuole la
disposizione d’animo adatta: tanta carità reciproca, umiltà,
discrezione, prudenza. Devo pensare di essere sempre un servo inutile e
infedele, di essere nulla, perché tale è ognuno dinanzi a Dio. Così né mi
turberò, né mi esalterò per tutto quanto mi verrà detto. Sarà utile la
presenza di uno che abbia già una certa esperienza… Come i primi
cristiani: Col 3,16; 2Cor 13,11; Eb 10,24-25. |
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Il colloquio personale.La preghiera
personale, la comunione d’anima e la correzione fraterna ci aiutano, ma non
bastano: senza dubbio nessuno conosce meglio noi di noi stessi. Noi siamo a
conoscenza dei nostri desideri di perfezione, delle luci che ci consolano,
dei propositi che di tanto in tanto formuliamo, dei risultati, ma anche delle
ombre che ci turbano, delle paure e della lotte che sosteniamo per andare
avanti. Ci sono cose così
personali che soltanto personalmente posso affrontare, ma non “da solo”. E
allora è bene parlarne con qualcuno che mi possa aiutare. È un dialogo fraterno nel quale Gesù
in mezzo a noi, presente per la carità reciproca, può darci quella luce che
illumina la mia vocazione, oppure quella forza per tirar fuori certi pesi che
condizionano la mia libertà e volontà, i miei atteggiamenti, comportamenti e
scelte… Come Gesù che nel
Vangelo fa tanti colloqui personali, come per esempio, quello con la
Samaritana o con Nicodemo, ecc. Essere testimoni
dell’amore, vivere la “spiritualità di comunione”: così l’amore illuminerà
sia la mia dimensione individuale, privata e interiore, sia quella
comunitaria, pubblica ed esteriore. Così io e il fratello ci faremo santi insieme. |
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Raggi |
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