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by Paolo Monaco sj

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Io sono il tuo perché

Per essere credente occorre avere (una) fede?

 

 

 

 

Articolo pubblicato
in
Unità e Carismi
1-2 (2013) 13-14;
in Unidad y Carismas
86 (2013) 22-23

 

 

 

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Per credere c’è bisogno della (di una) fede? Nella crisi è facile proiettare la colpa sugli altri, accusare chi ci sta vicino di essere causa dei nostri mali. È già successo nelle origini. È la reazione di Adamo-Eva dopo il peccato.

 

La crisi che viviamo, si dice, è una crisi di fede. Ma è anche una crisi del credere? Che cosa spinge uomini e donne di ogni parte del mondo, spesso stringendo i denti, a cercare un di più di verità, giustizia, libertà, fraternità?

 

Fede nella vita, nell’uomo (anche in se stessi dunque). Un sentimento profondo, originario: la vita va vissuta fino in fondo. Uno sguardo di speranza che va oltre ciò che gli occhi vedono e la mente può capire. L’intuizione della presenza di un bene che dà senso all’esistenza. L’attesa di una parola che guarisca il cuore e dilati l’amore fino a quella misura universale (infinita) degna dell’uomo. Mistero dell’uomo.

 

Nella crisi il pericolo è che i fedeli diventino increduli, pur rimanendo fedeli. Comprendano la (propria) fede come un giudizio su chi non ha (la stessa) fede. Facciano crescere la divisione nel proprio cuore, innanzitutto ignorando la propria incredulità, l’esigenza interna all’esperienza della fede di ampliare continuamente l’orizzonte del credere, di oltrepassare tutte le barriere di fronte alle quali la fede viene a trovarsi. Se il fedele, di fronte al limite del proprio credere, ritorna indietro, si accontenta del già vissuto, diventa incredulo, perché non sa vedere al di là di sé, si rifiuta di vedere che l’oggetto della fede sta oltre quel limite.

 

La fede è un dono. E come tale non è dato per chi la riceve. È un dono per chi misteriosamente non l’ha ricevuto. Non perché diventi motivo di condanna. Ma segno di speranza e rivelatore di Chi sta al di là, oltre. Il fedele, cioè, da una parte condivide la fatica, oserei dire la tragedia del credere e nello stesso tempo porta in sé, non come proprietà, la bellezza di aver trovato il tesoro nascosto. Un tesoro da donare continuamente all’altro, chiunque esso sia, per sperimentare insieme la presenza dell’Altro.

 

Il dialogo con i (non) credenti, con le persone di (altre) convinzioni è essenziale alla fede. È il segno di una fede rimasta pura, limpida, semplice, vergine, immacolata. Che non si è trasformata in ideologia, propaganda, lobby, consenso, potere.

 

Perché la fede non mi risparmia la fatica del credere. Ogni giorno. Ogni momento. Anzi. Radicalizza e porta alle estreme conseguenze il mio credere. Mi scava dentro e dal di dentro. Con una forza straordinaria di fronte alla quale avverto la mia fragilità e la mia debolezza. Sono sottoposto continuamente alla prova. E ne ho coscienza. In certi momenti la prova è terribile, perché non vedo più, non sento più colui che mi attende al di là. È come quando il sole tramonta. Per un po’ ancora ci sono dei riflessi di luce. Poi arriva la tenebra. Inesorabile. Quella tenebra cui è stata dato il nome di notte: una tenebra amica, abitata, condivisa, vissuta insieme.

 

Ne ho coscienza. E mi assale la paura, il dubbio, il dolore, l’angoscia. In certi momenti la disperazione, perché vedo tutti i miei fallimenti, ne sento il peso. E vengo spinto sempre più giù. Dentro il vuoto, il nulla, l’assenza, il silenzio, la solitudine. Sono solo. Con la mia coscienza, la mia volontà, il mio cuore. Qui non c’è più nessuno. Non vedo più nessuno. Non sento più nessuno. Direi di essere morto, eppure posso ancora dirlo, quindi non lo sono ancora. C’è in me, resiste in me un bagliore, un residuo di vita. Che farne? È solo mia la scelta. Qui non c’è nessuno al quale possa appoggiarmi, sul quale ben volentieri scaricherei la mia fatica, chiedendogli di decidere per me, al posto mio.

 

Sono lì, in quel punto, così alto e profondo che la cima del monte più alto o la fossa più profonda della terra sono inconsistenti. Qualcuno ha detto: è come trovarsi su una punta di spillo. Fa male, molto male starci sopra. Perché la punta dello spillo ti entra nella carne, arriva alle ossa, tocca i nervi. È un dolore che può farti impazzire. La mente non sa più dove andare, non sa più ragionare, non ha più criteri sostenibili. Sono nella piena e totale contraddizione. Non sono e non mi sento più un essere vivente, pur essendo vivo. Sono e non sono.

 

Ho invocato, ho gridato la mia rabbia, il mio dolore, ho chiesto spiegazione del perché mi trovassi lì, ho domandato la ragione e il senso di questa notte, di questo buio, di questa solitudine, di questo abbandono, di questa morte. E ho preteso una risposta.

 

È lì che ho trovato, si è fatto trovare un altro. Che non mi ha risposto. Ha fatto sua la mia domanda. La vive insieme con me. Amandomi.

 

Di questo amore il credente è testimone.

 

Qualunque sia la sua fede.

 

Qualunque sia la sua convinzione.

 

Questa notte è più luminosa di tutte le altre notti, di tutti gli altri giorni.

 

 

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