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by Paolo Monaco sj

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Il più bello

La mia esperienza tra arte e spiritualità

 

 

 

 

Articolo pubblicato
in Unità e Carismi
4-5 (2013) 3-6;
in Unidad y Carismas
89 (2014) 4-6;
in Charisms in Unity
2 (2014) 3-5

 

 

 

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L’oggi di Dio
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Cercare la bellezza
seguendo le tracce dei mistici,
dei fondatori, dei carismi.

Un percorso tra arte e spiritualità
in dialogo con tutti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

«A te chiedo un dono: guarda gli artisti, che ti contemplano ogni giorno, con occhi di maternità, e sazia questa sete di bellezza che il mondo sente: manda grandi artisti, ma plasma con essi grandi anime, che col loro splendore avviino gli uomini verso il più bello tra i figli degli uomini: il tuo dolce Gesù» («La dottrina spirituale», p. 419).

 

Così Chiara Lubich prega Maria mentre rimane affascinata dalla Pietà di Michelangelo. La Donna, piena di Vita, che sostiene tra le sue braccia l’Uomo-Dio, senza vita, perché tutta donata a Lei che ora può generarLo, ancora una volta e in modo radicalmente nuovo, collettivo, alla Vita.

 

Leggo spesso queste parole di Chiara. Sono scritte su un manifesto che ho comprato più di trent’anni fa. Me le sono messe davanti agli occhi su una parete della mia camera. Come un’ispirazione, un obiettivo, un incoraggiamento, un’indicazione, un monito.

 

Da quasi due anni partecipo a un laboratorio di dialogo tra persone di convinzioni diverse. L’abbiamo chiamato: Zattere. Leggiamo insieme i testi dei carismatici. Lasciamo che le loro parole aprano ai nostri occhi nuovi orizzonti di comprensione. Cerchiamo nelle loro “visioni” un di più di senso per la nostra esistenza. Crediamo che i grandi mistici siano anche dei grandi artisti, e viceversa, perché hanno il dono e la capacità di sentire e vedere dentro e oltre.

 

Ne danno testimonianza fondatori e fondatrici che hanno contemplato il Bello lì dove altri vedevano un orrore da evitare e tenere a distanza. Francesco vede la bellezza nel povero, Camillo nel malato, Teresa di Calcutta nel morente. E, affascinati, se ne innamorano.

 

Scrive Simone Weil in «Persona e sacro» (Adelphi):

 

«Per eterna disposizione della Provvidenza, tutto ciò che un uomo produce in ogni ambito quando lo spirito di giustizia e di verità lo domina è rivestito dallo splendore della bellezza. La bellezza è il mistero supremo di quaggiù. […] Tanto la sventura è orrenda quanto l’espressione autentica della sventura è sovranamente bella. Si possono citare come esempi, anche in secoli recenti, Fedra, La scuola delle mogli, Re Lear, le poesie di Villon, ma ancor più l’Iliade, il libro di Giobbe, alcuni componimenti poetici popolari; e ancor più i racconti della Passione nei Vangeli. Lo splendore della bellezza viene diffuso sulla sventura dalla luce dello spirito di giustizia e di amore, il solo che permette a un pensiero umano di guardare e riprodurre la sventura qual è.

E ogni qualvolta un frammento di verità inesprimibile si traduce in parole che, pur non potendo contenere la verità che le ha ispirate, hanno grazie alla loro disposizione una corrispondenza con questa talmente perfetta da fornire un supporto a ogni spirito desideroso di ritrovarla, ogni volta che è così, una fulgida bellezza si diffonde sulle parole.

Tutto ciò che procede dall’amore puro è illuminato dallo splendore della bellezza.

Benché in modo assai confuso, e commista a molte false imitazioni, la bellezza è percepibile all’interno della cella ove ogni pensiero umano si trova all’inizio prigioniero. La verità e la giustizia dalla lingua mozzata non possono sperare in altro soccorso se non nel suo. Neppure essa ha un linguaggio; non parla; non dice alcunché. Tuttavia ha una voce per chiamare. Chiama per mostrare la giustizia e la verità prive di voce. […]

Giustizia, verità, bellezza sono sorelle e alleate. Con tre parole così belle, non occorre cercarne altre».

 

L’atto creativo è un atto mistico. Me ne sono reso conto sempre di più da quando per la prima volta ho provato, meglio, mi sono sentito spinto a lasciar parlare la musica in me. Avevo imparato a suonare il sassofono nella banda musicale della mia città e per un anno non avevo tirato fuori una nota che fosse una. Eravamo un gruppetto di ragazzini necessari per fare numero, altrimenti la banda sarebbe stata troppo piccola. Mi vergognavo un po’, temevo che qualcuno mi scoprisse. Però, se ora so ascoltare, devo ringraziare quel periodo di silenzio. Se ho saputo trovare musica dentro di me, lo devo a quell’esercizio di ascolto. Sì, perché io non facevo finta di suonare. Suonavo senza emettere suono. Che è tutta un’altra storia. Perché suonavo con l’anima.

 

Poi ho imparato la chitarra e senza rendermene conto cresceva dentro di me la forza della musica. Provai a musicare l’«Infinito» di Leopardi e, durante il mese di esercizi spirituali, riprovai con un testo di Chiara Lubich: «Ho un solo sposo sulla terra».

 

Ho composto circa quaranta canzoni, partecipato a concerti, organizzato spettacoli. Non ho potuto studiare musica come avrei voluto e così rimango con i piedi per terra. Ho attraversato momenti in cui ho messo da parte la musica. Suonare o cantare mi provocava una profonda sofferenza. Sono stati passaggi necessari per trovare la Musica, il “la” originario della mia esistenza. Soprattutto la musica doveva esprimere un amore sempre più grande. Ed è rinata, risorta, dopo aver attraversato notti di dolore e aver trovato nuovi giorni e nuove forme di amore.

 

L’atto creativo è un atto mistico. E viceversa. Entrambi un atto di amore. Chi crea, e sa di creare, è consapevole di aver ricevuto in dono la sua opera. Che non è sua. E in verità nemmeno degli altri. Appartiene all’Uomo. È una finestra, un varco sulla Realtà che si svela e sfugge continuamente, in un gioco d’amore sempre nuovo e mai concluso. E forse è proprio qui la (sua) bellezza.

 

Quella bellezza che è un tratto caratteristico di Maria, la «tutta bella» che canta il Magnificat. Gesù grida e Maria canta! Il canto nasce dal dolore-amore. C’è bisogno di uno spazio vuoto, silenzioso, accogliente che possa e voglia riempirsi della voce di un altro.

 

La mia voce diventa eco di un’altra Voce che non so da dove venga e dove vada. Nasce, cresce, cammina, si rafforza e impone la sua presenza nella mia vita. La seguo, la curo, la lascio andare dove vuole, la perdo, la ritrovo, mi piace, acquista profondità, brilla di luce propria, ne resto affascinato, me ne innamoro, la tocco con rispetto, mi scava, mi fa soffrire, e finalmente mi dice: eccomi, va bene così, sono completa, non c’è bisogno d’altro. Sono sazio e soddisfatto, emozionato, piccolo di fronte a lei, in pace tra le sue braccia.

 

Perché parlare della bellezza oggi? A chi appartiene la bellezza? Ce lo spiega Simone Weil in «Prima condizione di un lavoro servile» (1941):

 

«Questo vuoto pesante fa molto soffrire. È sensibile anche a molti di coloro che sono senza cultura e di debole intelligenza. Non fa morire, ma è forse doloroso quanto la fame. Forse anche più, forse sarebbe letteralmente vero dire che il pane è meno necessario di quanto lo sia un rimedio a questo dolore.

Non c’è scelta nei rimedi. Non ce n’è che uno solo. Una sola cosa rende sopportabile la monotonia: una luce d’eternità. La bellezza.

C’è un solo caso in cui la natura umana sopporta che il desiderio dell’anima si volga non verso quel che potrebbe essere o quel che sarà, ma verso quel che esiste. Questo caso è la bellezza. Tutto quel che è bello è oggetto di desiderio, ma non si desidera che sia diverso, non si desidera mutarvi nulla, si desidera quel che è. Si guarda con desiderio il cielo stellato di una notte limpida e si desidera unicamente lo spettacolo che già si possiede.

Poiché il popolo è costretto a portare tutto il suo desiderio su quel che già possiede, la bellezza è fatta per lui ed esso è fatto per la bellezza. La poesia è un lusso per altre condizioni sociali; il popolo ha bisogno di poesia come di pane. Non già la poesia racchiusa nelle parole; quella, in sé, non può essergli di nessun uso. Ha bisogno che sia poesia la sostanza quotidiana della sua stessa vita.

Una poesia simile può avere una sola sorgente. Questa sorgente è Dio».

 

Con questo numero «Unità e Carismi» vuole offrire un momento di riflessione sul legame intrinseco fra bellezza e sequela di Cristo, «il più bello tra i figli dell’uomo». Seguire Gesù non è soltanto la risposta ad una chiamata, un atto coraggioso, la consegna delle propria vita… è anche “bello”. Ed introduce nella bellezza, che spesso si è espressa nelle arti più varie, dall’architettura alla musica, dalla pittura alla poesia. Sì, è “bello” seguire Gesù.

 

 

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