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by Paolo Monaco sj

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Ignaziana

Diventare compagni di Gesù

Una cosa sola nei desideri

Come Gesù ha guidato Ignazio e i primi gesuiti

 

 

 

Articolo pubblicato
su charismen 2012

 

 

 

 

 

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Parigi

 

Veneto

 

Roma

 

Gli “esperimenti”

 

 

 

 

 

 

 

Come Ignazio ha guidato i suoi compagni? Leggendo alcuni racconti dei protagonisti ho ricavato l’impressione che Ignazio, pur rimanendo il punto di riferimento e lo strumento privilegiato della comunicazione del carisma, non abbia voluto guidare i primi gesuiti. Egli, infatti, li riteneva non “suoi” compagni, ma “di Gesù”, il quale, «attraverso la via della preghiera»[1] aveva chiamato ciascuno, Ignazio compreso, a vivere una nuova esperienza evangelica.

 

Lo testimonia il processo di fondazione della Compagnia, di cui il primo gruppo di gesuiti è soggetto attivo e protagonista. Lo manifesta, per esempio, il motivo che spinge il gruppo a decidere il proprio nome. Juan Alfonso Polanco, segretario di Ignazio, scrive:

 

«Poiché non avevano nessun capo tra loro, né altro superiore se non Gesù Cristo, che solo desideravano servire, parve loro che avrebbero dovuto prendere il nome di colui che avevano per capo, chiamandosi Compagnia di Gesù. Su questo nome Ignazio ebbe tante visitazioni e tanti segni della sua approvazione e conferma, che lo sentii dire che avrebbe pensato di andare contro Dio e offenderlo se avesse dubitato di questo nome (…) Una sicurezza così irremovibile Padre Maestro Ignazio è solito averla nelle cose che ha per via superiore a quella umana, nelle quali non si arrende di fronte a nessuna ragione»[2].

 

Il nome, quindi, è frutto di una decisione comune del gruppo, mentre Ignazio ne riceve la conferma. Jeronimo Nadal completa questo racconto aggiungendo che fu Ignazio a proporre il nome:

 

«Per iniziativa personale propose a tutti i suoi compagni e li pregò con ferma determinazione che innanzitutto, qualora fosse stata fondata, la nostra Compagnia si sarebbe dovuta chiamare Compagnia di Gesù. E tutti furono d’accordo»[3].

 

La domanda vera allora è: come Gesù ha guidato Ignazio e i primi gesuiti verso la fondazione della Compagnia di Gesù e nell’esperienza di una nuova spiritualità?

 

Parigi

 

Ignazio stesso ci racconta alcuni passaggi fondamentali. A Rouen, vicino Parigi, vuole visitare un giovane spagnolo con l’intenzione di convincerlo a farsi suo compagno. L’anima di Ignazio è pesante, gli sembra di tentare Dio, ma va avanti. Fino a quando non viene liberato da questo travaglio spirituale con «una grande consolazione e coraggio spirituale con tanta gioia, che cominciò a gridare, per quei campi e a parlare con Dio»[4]. Risultato: Ignazio aiuta il giovane spagnolo ad imbarcarsi per la Spagna e gli consegna tre lettere per i compagni che non lo avevano seguito a Parigi e dai quali si distacca definitivamente.

 

Tornato a Parigi, decide di non parlare più delle cose di Dio e di dedicarsi soltanto allo studio. Ed è proprio in questo tempo che Ignazio «era in contatto con il maestro Pietro Favre e col maestro Francesco Saverio, che più tardi guadagnerà al servizio di Dio per mezzo degli Esercizi»[5].

 

Così Pietro Favre ricorda quel periodo:

 

«Vivevamo sempre insieme, condividendo la camera, la borsa; e poi egli mi era insegnante di vita spirituale, dandomi la possibilità di ascendere alla conoscenza della volontà divina e della mia propria. Così fu che divenimmo una cosa sola nei desideri, nella volontà e nel fermo proposito di scegliere la vita, che ora seguiamo tutti noi, i quali facciamo o faremo parte di questa Compagnia»[6].

 

Giacomo Laynez gli fa eco e scrive, riferendosi al voto di Montmartre:

 

«Ciascuno rinnovava e confermava questo voto il giorno di nostra Signora di Agosto, in Santa Maria di Montmartre (…) fermandoci poi lì a mangiare in carità. Cosa che continuavamo anche durante l’anno. Di tanto in tanto, infatti, andavamo a mangiare in casa di uno e la volta dopo a casa di un altro. Questo modo di fare, insieme alle frequenti visite e all’infervorarci reciprocamente, credo che ci aiutasse molto a mantenerci costanti. In quel periodo il Signore ci aiutò in modo particolare sia negli studi (…) sia nell’avere un amore speciale gli uni per gli altri, aiutandoci per quanto potevamo anche nelle cose materiali»[7].

 

Come Ignazio avesse conquistato Pietro Favre e Francesco Saverio lo spiega bene Polanco:

 

«Durante gli studi faceva delle opere buone (…), aiutando molti studenti poveri, non solamente con quanto aveva, ma anche con quanto riceveva da altri amici: faceva in modo che alcuni potessero studiare con tranquillità, ad altri faceva portare del cibo, a qualcuno procurava degli studenti, ad altri offriva consigli e li aiutava in vari modi. E con questi mezzi (…) conquistava l’amore di molti»[8].

 

E aggiunge a quanto già detto da Laynez:

 

«Al di sopra di tutti i mezzi, Dio li conservava perché li voleva come fondamento di una grande opera e di un grande servizio suo. Bisogna considerare con grande meraviglia che né il padre Ignazio né gli altri compagni, pur essendo tanto decisi a impegnarsi quanto più possibile nel servizio di Dio, non entrarono in nessun ordine. E pur avendo la certezza di non dover seguire alcun istituto, né prevedendo nulla di ciò che poi avvenne circa la Compagnia, rimasero uniti [en uno]. Essendo persone colte e intelligenti, il fatto di restare così incerti e sospesi, non sarebbe potuto accadere senza una grande provvidenza di Dio»[9].

 

Il mezzo principale attraverso cui Gesù guida Ignazio e i primi gesuiti è l’unità del gruppo. Questa unità, che sembra riattualizzare in qualche modo l’esperienza degli apostoli attorno a Gesù e della prima comunità di Gerusalemme attorno a Maria, è il segno di una particolare grazia di Dio. Il primo gruppo è costituito come “fondamento” della Compagnia ed è condotto da Gesù a stabilire quel patto d’amore reciproco che precede tutto quanto successivamente si concretizzerà nella nuova forma di vita consacrata.

 

Veneto

 

Terminati gli studi, ritroviamo il gruppo a Venezia, in attesa della nave per Gerusalemme. Mentre sperano di prendere finalmente il largo verso la Città Santa, e coronare finalmente il loro sogno, si dividono negli ospedali di Venezia. Scrive Laynez:

 

«Cinque andarono nell’ospedale degli incurabili e cinque in quello dei santi Giovanni e Paolo, dove, fino alla metà della quaresima, lasciati gli studi, ci esercitavamo nel servizio dei poveri; il maestro Favre si occupava in modo speciale delle confessioni»[10].

 

Dopo essere stati ordinati presbiteri, si disperdono a gruppi di due o tre in varie città del Veneto e università. Scrive ancora Laynez:

 

«In questi luoghi, mentre ci preparavamo alla prima messa e ci esercitavamo nel chiedere l’elemosina, cominciammo ad annunciare il Vangelo nelle piazze con poca o nessuna preparazione, più per mortificazione nostra che per altre ragioni e comunque sempre si raccoglieva qualche frutto. A Vicenza, per avere di che vivere, come prima cosa fu necessario elemosinare due volte al giorno. Non mangiavamo né vino né carne, qualche volta un poco di burro oppure olio. Non avevamo un letto, né la porta né le finestre, e dormivamo sopra un poco di paglia»[11].

 

È in questo periodo che il gruppo prende le prime decisioni sul proprio stile di vita. Raccontando il viaggio da Parigi a Venezia, Polanco mette in evidenza un’altra esperienza fondamentale: cercare insieme la volontà di Dio. Scrive:

 

«Nelle cose che bisognava risolvere, dopo aver pregato le risolvevano nella quiete, scegliendo la parte verso la quale si inclinavano di più. E questo modo lo conservarono fino a quando non elessero un superiore»[12].

 

L’unità del gruppo è fondamento del discernimento in comune che i primi gesuiti sperimentano “prima” di avere un superiore. Il patto d’amore si incarna in un’obbedienza vissuta innanzitutto insieme. Essendo un cuor solo e un’anima sola, il primo gruppo di gesuiti impara a riconoscere la voce di Gesù presente fra di loro, nella Chiesa-comunità, “in mezzo” a loro (cf. Mt 18, 20), prima che nel “superiore” (cf. Lc 10, 16).

 

Per mantenere e rafforzare l’unità, come pure per orientare le decisioni dei superiori, nella Compagnia di Gesù emergerà successivamente uno strumento particolare, penso, frutto di quel modo di conversare che i primi gesuiti avevano tra di loro e della pratica degli Esercizi: il rendiconto di coscienza. Se ne parla nelle Costituzioni (n. 92):

 

«I superiori, quanto più saranno informati di tutte le situazioni interne ed esterne dei sudditi, con tanta maggiore diligenza, amore e cura potranno aiutarli e difendere le loro anime da diversi ostacoli e pericoli che potrebbero in seguito presentarsi. Di più: dobbiamo essere sempre pronti, conforme alla nostra professione e al nostro genere di vita, ad andare qua e là, per l’una o l’altra parte del mondo, tutte le volte che ci fosse comandato dal Sommo Pontefice o dal nostro superiore immediato; perciò, per azzeccare in queste missioni nell’inviare questi e non quello, oppure nell’assegnare a questi un ufficio, a quelli altri uffici, non solo è importante, ma importantissimo che il superiore abbia piena conoscenza delle inclinazioni e delle mozioni dell’animo e conosca a quali difetti o peccati sono stati o sono maggiormente propensi e inclinati quelli che si trovano sotto la sua responsabilità. In tal modo, in base a questa conoscenza, potrà meglio indirizzarli, senza esporli, al di là delle loro forze, a pericoli e a lavori superiori a quelli che potrebbero sopportare per amore nel Signore nostro; e in questo modo, pur mantenendo il segreto circa quello che avrà udito, il superiore potrà più saggiamente organizzare e predisporre quello che conveniente al corpo universale della Compagnia».

 

Roma

 

Nella Città Eterna il gruppo definirà la nuova forma di vita evangelica fino alla piena incorporazione del nuovo carisma nella Chiesa. Nella Deliberazione dei primi padri si racconta il discernimento comunitario che porta alla fondazione del nuovo ordine. Due i punti più importanti: rimanere uniti, eleggere uno del gruppo come superiore. Leggiamo:

 

«Tutti avevamo la stessa mente, la stessa volontà, cioè: cercare con perfezione la volontà e il beneplacito di Dio, come richiede la nostra vocazione. Quanto poi ai mezzi più idonei e fruttuosi, sia per noi che per il nostro prossimo, avevamo una certa pluralità di giudizi (…) lungo il giorno, ci fermavamo a riflettere e a meditare, e la nostra ricerca continuava anche nella preghiera. La notte poi ciascuno proponeva all’attenzione degli altri ciò che aveva ritenuto più giusto ed efficace, di modo che tutti abbracciassimo unanimi il parere più vero che, sottoposto a esame, raccoglieva più consensi ed era confortato da più valide motivazioni. Alla prima riunione notturna fu presa in esame la questione: dopo aver offerto e consacrato noi stessi e la nostra vita a Cristo nostro Signore e al suo vero e legittimo Vicario in terra perché egli disponga di noi e ci mandi là dove giudica che noi possiamo portare frutto (...) è più utile che siamo tra noi così strettamente uniti in un solo corpo che nessuna separazione e distanza, per quanto grande, ci possa dividere? O forse questo non è così utile? (…) Alla fine decidemmo per la prima alternativa e cioè: dal momento che il Signore nella sua generosa bontà ha voluto adunare e unire insieme noi, così deboli e provenienti da regioni e civiltà tanto diverse, non dobbiamo spezzare questa unione e comunità voluta da Dio; dobbiamo anzi mantenerla salda e rafforzarla, stringendoci in un solo corpo, attenti e premurosi gli uni verso gli altri, in vista del bene maggiore delle anime»[13].

 

L’unità ritorna come valore primario e fondante la Compagnia di Gesù. I primi compagni riconoscono che la loro unità è voluta da Gesù e, come risposta a questo dono, sentono di dover rafforzare ancora di più l’amore reciproco che aveva segnato la loro vita fin dall’inizio. È l’unità che la Compagnia di Gesù sarà chiamata a vivere e irradiare. È l’unità che ispirerà le successive redazioni della Formula e delle Costituzioni: valga come esempio luminoso il Proemio delle Costituzioni che richiama, come “norma delle norme”, l’unità e l’amore reciproco (nn. 134-135).

 

Gli “esperimenti”

 

Abbiamo cercato brevemente di raccogliere alcuni pensieri su come Gesù abbia guidato il primo gruppo di gesuiti verso la fondazione della Compagnia di Gesù. Le tappe vissute dal primo gruppo saranno il punto di riferimento per delineare il percorso della formazione. Nelle Costituzioni, poi, le esperienze dei primi diventeranno gli “esperimenti” proposti ai candidati per introdurli al Vangelo, al carisma e allo stile di vita della Compagnia. Troviamo l’elenco nell’Esame generale (nn. 65-70):

 

«Il primo esperimento consiste nel fare gli Esercizi spirituali per la durata di un mese circa, cioè nell’esaminare la propria coscienza, passare in rassegna tutta la vita trascorsa, fare una confessione generale, riflettere sui propri peccati, contemplare le scene e i misteri della vita, morte, resurrezione ed ascensione di Cristo nostro Signore (…)

 

Il secondo esperimento consiste nel servire in uno o più ospedali, per un altro mese, consumando là i pasti e là dormendo, oppure per una o più ore al giorno, aiutando e servendo tutti, infermi e sani (…) per servire in ogni cosa il loro Creatore e Signore crocifisso per essi.

 

Il terzo esperimento consiste nell’intraprendere un pellegrinaggio di un mese, senza denaro (anzi, chiedendo, a tempo opportuno elemosina di porta in porta, per amore di Dio nostro Signore), per potersi abituare a mangiare male e a dormire disagiatamente e anche perché, lasciando ogni speranza che si potrebbe fondare sul denaro o su altre cose create, la si riponga interamente, con vera fede e amore intenso, nel suo Creatore e Signore (…)

 

Il quarto esperimento consiste, una volta che uno è entrato in casa di probazione, nell’esercitarsi con ogni diligenza e cura in diversi uffici umili e ordinari, dando sempre buon esempio di sé.

 

Il quinto esperimento consiste nell’insegnare la dottrina cristiana o una parte di essa ai bambini e ad altre persone incolte, in pubblico o in privato (…) adattandosi sempre alle persone (…)

 

Sesto esperimento, che consiste nel predicare o nel confessare o nell’esercitarsi in tutti e due i ministeri, secondo i tempi, i luoghi e le capacità di ciascuno».

 

Succede spesso che mi chiedano: come si fa a diventare gesuiti? Di solito i miei interlocutori accompagnano questa domanda con l’esclamazione: chissà quanto avrai dovuto studiare!, esaltando le doti intellettuali dei seguaci di Ignazio, innegabili, viste le tante istituzioni accademiche gestite dalla Compagnia di Gesù. Nella mia risposta cerco di arricchire questa visione dei gesuiti, mettendo in risalto la luce carismatica che di quell’impegno intellettuale, come di tutti gli altri, è la radice.

 

Qualcuno immagina i gesuiti come delle persone individualiste e solitarie. Per capire quanto falsa sia questa idea, anche se probabilmente ben vissuta da molti gesuiti (e non solo), valga una frase di Polanco sull’esperienza di Ignazio a Manresa e sugli Esercizi spirituali che

 

«poiché lavorarono molto la sua anima, così egli desiderava con essi aiutare altre persone. E sempre ebbe questo desiderio di comunicare al prossimo ciò che Dio gli dava, scoprendo attraverso l’esperienza che non soltanto non diminuiva in lui ciò che comunicava ad altri, ma al contrario cresceva molto»[14].

 

 

Inizio

 

 

 



[1] J.A. Polanco, Summarium hispanium de origine et progressu Societatis Iesu (1547-1548), FN I, MHSI, Roma 1943, p. 183.

[2] Ibid., p. 204.

[3] J. Nadal, Prediche nel Collegio Romano (1557), FN II, cit., p. 10.

[4] Ignazio di Loyola, Autobiografia, in Id., Gli scritti, ADP, Roma 2007, p. 143.

[5] Ibid., p. 146.

[6] P. Favre, Memorie spirituali, a cura di Giuseppe Mellinato, PIEMME, Casale Monferrato 1990, p. 18.

[7] G. Laynez, Epistola Patris Laynes de P. Ignatio (Bologna 16 giugno 1547), FN I, cit., pp. 102-104.

[8] J.A. Polanco, op. cit., pp. 181-182.

[9] Ibid., pp. 184-185.

[10] G. Laynez, op. cit., p. 110.

[11] Ibid., pp. 118-120.

[12] J.A. Polanco, op. cit., p. 189.

[13] Deliberazione dei primi padri, in Ignazio di Loyola, Gli scritti, cit., pp. 483-484.

[14] J.A. Polanco, op. cit., pp. 163-164.