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Il mistero pasquale in Ignazio di Loyola

«Chi ascolta voi, ascolta me»

 

 

 

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«Ho contemplato Cristo crocifisso: bello. Più grande della sofferenza è l’amore, veramente bello. Bellezza che non si può misurare, Gesù, l’Amore che ha dato tutto. Ho contemplato Maria nella Risurrezione: essere Maria vivendo la Parola come lei ha fatto in tutte le tappe della sua vita. Maria madre della Risurrezione. Io sono figlia della Risurrezione, figlia dell’alba. Anch’io sono chiamata a portare la luce della Risurrezione nel discernimento della Parola qui e ora».

 

Bastano poche parole per testimoniare l’esperienza del mistero pasquale negli Esercizi spirituali. L’incontro con il Vangelo vivo trasforma. Anche per Ignazio è stato così. Tutta la sua vita è stata una progressiva e sempre più profonda identificazione con Cristo crocifisso-risorto, raggiunta attraverso continui passaggi (esodo, pasqua) che Ignazio stesso ci racconta nell’Autobiografia.

 

Innanzitutto la decisione di raccontare la propria vita è uno di questi passaggi. Ignazio è alla fine della sua vita terrena. La Chiesa ha approvato gli Esercizi spirituali e la Compagnia di Gesù, le cui Costituzioni Ignazio ha terminato di scrivere. Tutto sembra ormai concluso. Alcuni dei primi gesuiti, invece, gli chiedono con insistenza di narrare come Dio lo avesse guidato alla fondazione della Compagnia di Gesù, cosa fosse successo nella sua anima.

 

Ignazio aveva resistito e rimandato più volte questa decisione. Un giorno, però, durante un colloquio con un gesuita, si sente spinto a condividere un momento della sua vita. Ignazio vede che il suo racconto aiuta l’altro a fare un passo in avanti.

 

Questo colloquio diventa per lui il segno della volontà divina che lo chiama ad una nuova e più completa esperienza dell’amore, alla «conoscenza interna di tanto bene ricevuto» (Es 233), a contemplare per intero il disegno di Dio così come si è realizzato nella sua esistenza.

 

Ignazio a questo punto della sua vita «poteva trovare Dio in qualunque momento lo desiderasse. Anche al presente aveva molte visioni, soprattutto del genere di quelle di cui si è parlato più sopra, e nelle quali vedeva Cristo come un sole» (Aut. 99).

 

Raccontare la sua vita significa per Ignazio contemplare se stesso in Dio nella luce del Cristo crocifisso-risorto, riconoscere che la sua esistenza è stata un continuo passaggio: «era sempre andato crescendo in devozione, cioè nella facilità di trovare Dio. E adesso molto più che nella vita passata» (ivi). Quali sono allora i passaggi, le tappe, i momenti più significativi della vita di Ignazio?

 

Il primo passaggio avviene a Loyola. Attraverso la lettura del Vangelo e della vita dei santi, Dio Amore fa innamorare di sé Ignazio e gli fa scoprire una vita nuova che ha la caratteristica del discernimento: «Finché una volta gli si aprirono un poco gli occhi; meravigliato di quella diversità cominciò a riflettervi: dall’esperienza aveva dedotto che alcuni pensieri lo lasciavano triste, altri allegro; e a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio» (Aut. 7-9). Il cambiamento è così forte che i suoi parenti tentano in tutti i modi, ma invano, di impedirgli di lasciare per sempre la sua casa e di partire per Gerusalemme come un povero pellegrino.

 

Il secondo passaggio accade a Manresa: Dio trasforma Ignazio in un uomo nuovo, conducendolo ancora più in profondità nel discernimento degli spiriti. In un primo tempo, infatti, egli vede una «cosa che gli dava molta consolazione, perché era molto bella, estremamente bella… che in qualche modo avesse forma di serpente e avesse con molte cose che brillavano come occhi, ma non lo erano».

 

Poi è tentato di riprendere la vita di prima e sperimenta «grandi cambiamenti nella sua anima» che lo fanno passare repentinamente dalla desolazione alla consolazione. È «molto tormentato da scrupoli», sempre più sottili e angoscianti, derivanti dalla memoria dei peccati commessi nella vita passata già confessati. Grida ad alta voce verso Dio e pensa «di gettarsi da una grande buco che c’era in quella camera», ma vince questa idea per non offendere Dio.

 

Fa un digiuno che lo porta allo stremo delle forze e che interrompe in obbedienza al confessore, rimanendo per due giorni senza scrupoli. Il terzo giorno è liberato «come da un sogno» e, in base all’esperienza fatta, prende la decisione di «non confessare più nessuna cosa passata; da quel giorno in poi, rimase libero da quegli scrupoli, ritenendo come cosa certa che Nostro Signore lo aveva voluto liberare per sua misericordia».

 

Terminato questo primo periodo Dio insegna ad Ignazio, come ad un bambino, i misteri della fede attraverso alcune visioni intellettuali: della Trinità «sotto forma di tre tasti»; di come Dio aveva creato il mondo: «una cosa bianca, dalla quale uscivano raggi e con la quale Dio faceva luce»; della presenza di Gesù Cristo nostro Signore nel Santissimo Sacramento: «come dei raggi bianchi che scendevano dall’alto»; dell’umanità di Cristo «come un corpo bianco non molto grande né molto piccolo, senza, però, vedere distinzione alcuna di membra», e di Maria “allo stesso modo, senza distinzione di membra».

 

Queste visioni «lo confermarono e gli diedero poi per sempre tanta fermezza nella fede da pensare molte volte tra sé che, anche se non ci fosse la Scrittura a insegnarci queste cose della fede, egli si deciderebbe a morire per esse soltanto in forza di quello che egli ha visto».

 

Infine, sulla riva del Cardoner, Ignazio sperimenta la «grande luce» che per tutta la sua vita sarà punto di riferimento per comprendere lo svolgersi del disegno di Dio su di lui: «cominciarono ad aprirglisi gli occhi della mente: non è che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose, sia delle cose spirituali che delle cose concernenti la fede e le lettere, e questo con un’illuminazione così grande che tutte le cose gli apparivano come nuove. Non si possono descrivere tutti i particolari che allora egli comprese, sebbene essi fossero molti, ma si può solo dire che ricevette una grande luce nell’intelletto. E questo di restare con l’intelletto illuminato si verificò in maniera così forte, che gli pareva di essere come un altro uomo e di avere un altro intelletto, diverso da quello che aveva prima”. Mettendo insieme tutte le grazie di Dio ricevute nella sua vita, “non gli sembrava di aver imparato tanto come in quella sola volta».

 

Subito dopo però, di fronte ad una croce, gli appare di nuovo «quella cosa di cui già sopra si è parlato e che gli sembrava molto bella, con molti occhi. Ma ora, stando davanti alla croce, vide bene che quella cosa così bella non aveva più il colore di prima, ed ebbe una chiarissima conoscenza, accompagnata da un grande assenso della volontà, che quello era il demonio» (Aut. 19-31).

 

Attraverso il «confronto delle luci», Ignazio ha imparato a riconoscere più profondamente lo spirito di Dio da quello del demonio. Non si è trattato di un processo speculativo, ma esperienziale. Ignazio, attraverso le visioni, è diventato uno con ciò che vedeva, potendo così riconoscere in sé, sentire in sé per connaturalità, gli effetti di quanto vedeva. L’anima di Ignazio, partecipando della luce del Crocifisso-Risorto, diventa capace di riconoscere le false luci del demonio.

 

Un terzo passaggio si verifica a Gerusalemme. Ignazio comprende che «la sua permanenza… non era volontà di Dio. Da allora andava sempre considerando tra sé cosa doveva fare. Si sentiva propenso a dedicarsi per un po’ di tempo allo studio in modo da mettersi in grado di aiutare le anime» (Aut. 55). Ignazio non tornerà mai più nella città santa. La domanda sul «che fare» lo introduce nel periodo degli studi che sarà il tempo del discernimento quotidiano. Ignazio impara a leggere i segni di Dio nelle circostanze a volte oscure della vita, come i processi a cui viene sottoposto che lo portano più volte in prigione.

 

Il quarto passaggio si compie a Rouen. Ignazio vuole convincere un giovane spagnolo a seguirlo. Mentre è in viaggio sperimenta dapprima timore e angoscia, perché gli sembra di tentare Dio, e poi «una tale consolazione e slancio spirituale accompagnato da tanta gioia, che cominciò a gridare là per quei campi, a parlare con Dio» (Aut. 79).

 

Ignazio comprende che deve lasciare definitivamente i «suoi compagni», coloro che lo avevano seguito in Spagna e con i quali aveva condiviso i primi processi. Libero dalla sua volontà, Ignazio incontra finalmente i compagni di Gesù, Saverio e Favre, con i quali vive un’esperienza di profonda unità e condividerà poi la fondazione della Compagnia di Gesù. Al centro, in mezzo a loro, ora, c’è Gesù, non più Ignazio.

 

Il quinto passaggio è provocato dalla visione de La Storta. Ignazio sente che Dio Padre mette con il Figlio lui e tutta la Compagnia di Gesù: «Aveva deliberato che, una volta sacerdote, sarebbe rimasto un anno senza celebrare la messa per prepararvisi e per pregare la Madonna che lo volesse mettere con il suo Figlio. Un giorno, trovandosi ormai a poche miglia da Roma, mentre in una chiesa faceva orazione, sentì nell’animo una profonda mutazione e vide tanto chiaramente che Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio da non poter più in alcun modo dubitare che di fatto Dio Padre lo metteva con il suo Figlio» (Aut. 96). La visione conferma il nome che il gruppo dei primi compagni aveva scelto: Compagnia di Gesù. Essere messi con il Figlio vuol dire essere una cosa sola con Gesù, essere una sua «nuova» presenza sulla terra.

 

Il sesto passaggio è vissuto a Roma. L’approvazione da parte della Chiesa degli Esercizi spirituali e della Compagnia di Gesù con tutte le sue novità, la redazione delle Costituzioni e il governo dei gesuiti sparsi per il mondo, sono accompagnati dall’alto: «Anche quando celebrava la messa aveva molte visioni; e nel tempo in cui componeva le Costituzioni erano particolarmente frequenti… Si trattava soprattutto di visioni che aveva a conferma di qualche punto delle Costituzioni. Vedeva ora Dio Padre, ora le tre Persone della Trinità, ora la Madonna che intercedeva o approvava» (Aut. 100).

 

L’ultimo passaggio è la morte semplice e solitaria: «… poiché egli aveva un concetto tanto basso di sé e voleva che la fiducia della Compagnia poggiasse solo in Dio nostro Signore, passò in modo del tutto comune da questo mondo, ed ebbe in sorte questa grazia di Dio la cui gloria solo desiderava, che la sua morte non si segnalasse per alcunché» (Polanco).

 

Abbiamo ripercorso i passaggi più importanti della vita di Ignazio. Che cosa ha lasciato in eredità alla Compagnia di Gesù, alla Chiesa e all’umanità? Potremmo rispondere: gli Esercizi spirituali e tutti gli altri scritti. Ma questa sarebbe una risposta sufficiente?

 

Ignazio ci ha lasciato innanzitutto una testimonianza di vita. Il Vangelo vissuto ha condotto Ignazio ad essere una cosa sola con Gesù, a rivivere Cristo obbediente, a ripetere con la sua vita e nella sua carne «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6, 10), ad essere progressivamente trasformato in «Figlio obbediente» che fa solo la volontà del Padre.

 

Ignazio non ci ha lasciato un’esortazione morale a vivere meglio la virtù dell’obbedienza. Ignazio ci ha lasciato una Parola viva. Ci ha lasciato Gesù obbediente. Ha incarnato nella Chiesa una delle presenze di Gesù: quella nell’apostolo, secondo la parola del Vangelo: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10, 16).

 

Era una parola conosciuta anche prima di Ignazio e che orientava la vita dei cristiani e in particolare dei consacrati. In Ignazio questa parola si è fatta carne, ha dato vita ad una prassi quotidiana, si è resa visibile in un corpo, la Compagnia di Gesù, che fa vedere e ricorda alla Chiesa questa parola di Gesù, mostra la realtà e gli effetti di questa presenza di Gesù, dice come viverla.

 

Come sappiamo, la presenza di Gesù nell’apostolo è uno dei modi attraverso i quali Gesù è presente nella Chiesa, accanto alle altre nell’Eucaristia, nella Parola, nel fratello, nel povero, nella comunità (cf. RdC 23).

 

Obbedendo, unendo la sua volontà alla volontà di Gesù, Ignazio sperimenta l’unione con Dio e diventa il «nuovo» apostolo, fa vedere alla Chiesa chi è l’apostolo, colui che è mandato da Gesù nel mondo ad annunziare il Vangelo. Obbedendo, cioè amando la volontà dell’altro più della propria, Ignazio «con-muore» con Cristo sulla croce e «con-vive» con Lui risorto.

 

Lo testimonia un brano del Diario: «… comincio a riflettere se devo andare avanti: da una parte mi sembra di ricercare troppi segni, in tempi e in [celebrazioni di] messe prestabilite [solo] per mia soddisfazione, dal momento che la cosa era ormai chiara, e quindi io non cercavo tanto la sicurezza [che era volontà di Dio], ma piuttosto che la conclusione fosse di mio gusto; dall’altra parte, se tutta [la ricerca] si concludeva mentre mi trovavo così desolato, mi pareva che poi non mi sarei sentito contento, ecc. Alla fine, poiché la cosa [in sé] non presenta difficoltà, ritengo che sia più gradito a Dio nostro Signore concludere senza ulteriori dilazioni, senza cercare conferme, senza dire altre messe a questo scopo. Faccio elezione su ciò e sento che è più gradito a Dio nostro Signore il concludere; ma sento anche in me l’esigenza di cercare che il Signore accondiscenda al mio desiderio, cioè di arrivare alla conclusione in un momento in cui mi trovo molto visitato. Appena avverto questa mia inclinazione e dall’altra parte il beneplacito di Dio nostro Signore, comincio subito a capire e a cercar di accettare la volontà di Dio nostro Signore. Così cominciano a dissiparsi gradualmente le mie tenebre e a venirmi le lacrime. Mentre queste aumentano, scompare ogni volontà di dire altre messe a tale scopo; anche il pensiero [venutomi] di dire tre messe della Trinità in ringraziamento mi sembra suggerito da spirito cattivo. Decido di non dirne alcuna e mi sento crescere intensamente nell’amore divino, con lacrime copiose, tanti singhiozzi, energie nuove» (12.03.1544, messa dello Spirito Santo).

 

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