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by Paolo Monaco sj

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Ignaziana

Gli strumenti della spiritualità di comunione
nel carisma ignaziano

 

 

 

 

 

 

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della spiritualità
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Il patto di amore reciproco. 1

 

La comunione d’anima. 15

 

La comunione delle esperienze
della Parola di vita
. 16

 

L’ora della verità. 16

 

Il colloquio  17

 

 

 

 

 

Chiara Lubich, presentando gli strumenti della spiritualità di comunione, ha riportato un brano di una lettera di s. Ignazio a proposito della «comunione delle esperienze della Parola di vita» (Santità di popolo, Città Nuova, Roma 2001, pp. 29-30).

 

Incoraggiato da questa citazione ho cercato nel carisma ignaziano gli altri strumenti: il patto di amore reciproco, la comunione d’anima, l’ora della verità e il colloquio.

 

 

IL PATTO DI AMORE RECIPROCO

 

Il voto di Montmartre

Il primo patto

Parigi, 15 agosto 1534

 

 

Ignazio di Loyola, Gli scritti, ed. M. Gioia, UTET, Torino 1977, p. 705

MI FN I, n. 85, p. 480

 

85. (…) Et già a questo tempo erano tutti deliberati di quello che havevano da fare, cioè: di andare a Venetia et a Hierusalem et spender la vita sua in utile delle anime; et se non gli fosse data licentia di restare in Hierusalem, ritornarsene a Roma et presentarsi al vicario di Cristo, acciò gli adoperasse dove giudicasse esser' più a gloria di Dio et utile delle anime. Havevano anchora proposto di aspettare un'anno la imbarcatione in Venetia; et non essendo quell'anno imbarcatione per Levante, che fossero liberati dal voto di Hierusalem et andassero al papa etc. Alla fine il pelegrino si lasciò persuadere dalli compagni, perché anchora quelli che erano spagnuoli haueuano a far alcuni negotii, li quali lui poteva expedire. Et lo accordo fu che, dapoi che lui si trovasse bene, andasse a far' li negotii loro, et poi passasse a Vinetia, et là aspettasse li compagni[1].

 

Pietro Favre, Memorie spirituali, ed. G. Mellinato, PIEMME, Casal Monferrato 1990, pp. 17-18.19.22-23. MI FN I, nn. 8.10.15, pp. 32-33.34.36-39

 

8. Quell’anno venne Ignazio ad alloggiare nello stesso Collegio di Santa Barbara e nella medesima nostra stanza, poiché voleva seguire il corso di arti, a incominciare dal seguente San Remigio. Ed era lo stesso maestro di cui ho detto sopra a prendesi carico di lui. Benedetta in eterno la provvidenza divina, che ordinò le cose in tal modo per mio bene e salvezza. Avendo infatti disposto Dio che fossi io ad insegnare a quel sant’uomo, mi riuscì prima di entrare nelle sue confidenze su questioni esteriori e poi su quelle interiori. Vivevamo sempre insieme, ripartendo la camera, la mensa, la borsa; e poi egli mi era insegnante di vita spirituale, dandomi possibilità di ascendere alla conoscenza della volontà divina e della mia propria. Così fu che divenimmo una cosa sola nei desideri, nella volontà e nel fermo proposito di scegliere la vita che ora teniamo tutti noi, i quali facciamo o faremo parte di questa Compagnia, di cui io non sono degno.

 

10. (…) Così in tale familiarità passammo insieme quasi quattr’anni, e mantenevamo lo stesso atteggiamento d’animo pure con gli altri.

 

15. In quello stesso anno, il giorno della Madonna d’agosto, tutti noi che avevamo la medesima determinazione e avevamo fatto gli Esercizi (ad eccezione di maestro Francesco, che pur avendo gli stessi propositi gli Esercizi non li aveva ancora fatti), ce ne andammo alla Chiesa di Santa Maria detta di Montmartre presso Parigi, a pronunciarvi ciascuno il voto di andare a Gerusalemme entro un determinato tempo; dopo di esser ritornati di lì, di metterci sotto l’obbedienza del Pontefice Romano, e ancora, dopo un certo giorno stabilito, lasciare partenti e reti, fatta eccezione del necessario sostentamento. Noi che allora ci riunimmo per la prima volta eravamo Ignazio, maestro Francesco, io Favre, maestro Bobadilla, maestro Laínez, maestro Salmerón e maestro Simone. Jay non era ancora venuto a Parigi; invece maestro Giovanni e Pascasio non erano ancora stati presi con noi. Nell’anniversario, i due anni seguenti, ritornammo tutti in quel luogo con lo stesso proposito, per confermare la determinazione presa: e ci trovammo ogni volta ad averne un grande accrescimento di spirito. In quegli anni, o meglio nell’ultimo, si erano già uniti a noi maestro Jay, maestro Giovanni Codure e maestro Pascasio[2].

 

Giacomo Laynez, Epistola Patris Laynez de p. Ignatii, MI, FN I, MHSI, Roma 1943, n. 30, pp. 102-104

 

30. (…) E lì ci confermammo, parte nell’orazione e confessione e comunione frequente; parte con gli studi, che erano di cose sacre; parte con l’aver fatto voto di dedicarsi al servizio del Signore, in povertà, cominciando dal tempo detto; e questo voto rinnovando e confermando ciascuno una volta il giorno di nostra Signore di Agosto in santa Maria de Monte Martyrum, dove prima lo facemmo, dopo la confessione e comunione; e così dopo lo confermavamo, fermandoci dopo lì per mangiare in carità. Ciò che anche continuavamo durante l’anno; perché di tanto in tanto andavamo con le nostre porzioni a mangiare a casa di uno, e dopo a casa di un altro. Cosa che, insieme col visitarci spesso e riscaldarci, credo che aiutasse molto a mantenerci. In questo tempo il Signore specialmente ci aiuto pure negli studi, nei quali facemmo un profitto medio, indirizzandoli sempre a gloria del Signore e a utilità del prossimo, come pure nell’avere un amore speciale gli uni verso gli altri, e aiutandoci come potevamo anche nelle cose materiali[3].

 

Giovanni Alfonso Polanco, Summarium hispanium de origine et progressu Societatis Iesu, in MI, FN I, MHSI, Roma 1943, nn. 55.65, pp. 184.190

 

55. Ahora estos compañeros determinados como es dicho, estando ahí Iñigo se establecieron en su propósito y conservaron en este modo. Primeriamente todos ellos hicieron voto en Sta. Maria de Monte Mrtyrum de dedicarse al servicio del Señor en perpetua pobreza. Y cada año, el día de Sta. María de Agosto, confirmaban este su voto, yendo allá todos juntos, después de se haber confesado y comunicado. El 2° medio era de la conversación de unos con otros, juntándose no sólo el día della confrimación, per entre año, aunque ellos vivian en diversas partes, ahora en casa de uno, ahora de otro, comiendo juntos en caridad y tratándose; donde nacía mucho amore de unos para otros, y ayudándose y escalentándose unos a otros en lo temporal, ultra de lo spiritual de virtudes y letras, porque quién dellos abundaba en lo uno, quién en lo otro. El 3° medio era el frecuetnar los Santos Sacramentos de confesión y comunión. El 4° de la oración a que se daban, y del mismo estudio, que era de cosas sacras, en el cual todos se aprovecharon no poco, con la divina ayuda, enderezándolos todos a gloria de Dios y ayuda de los prójimos.

 

65. (...) porque algunos años antes de ejecutar su intención, hicieron voto de andar, si pudiesen, a los pies del Papa, Vicario de Cristo, y demandarle licencia para ir a Hieruslame, y quedar allá si hubiese oportunidad, aprovechándose a sí mismo y, si Dios fuese servido, tambin a los otros, fieles y infieles; y si no hubiese oportunidad de ir a Hierusalem dentro de un año, o yendo, de quedar allá, explicaron en su voto que no era su intención obligarse más a la ida de Hierusalem, sino tornar al Papa y hacer su obediencia, yendo donde los mandase, no teniendo intención de hacer congregación, sino de dedicarse en pobreza al divino servicio y de los prójimos, pensando para esto no podían ser mejor enderezados por ninguno mejor que por el Vicario de Jesucristo.

 

Deliberazione dei primi padri

La decisione di “stringersi in un solo corpo”

Roma 1539

 

Ignazio di Loyola, Gli scritti, ed. M. Gioia, UTET, Torino 1977, pp. 206-212

MI, Const. I, MHSI, Roma 1934, pp. 1-7

 

[3] Alla prima riunione notturna fu presa in esame la questione: dopo aver offerto e consacrato noi stessi e la nostra vita a Cristo nostro Signore e al suo vero e legittimo Vicario in terra perché egli disponga di noi e ci mandi là dove giudica che noi possiamo portare frutto (...), è più utile che siamo tra noi così strettamente uniti in un solo corpo che nessuna separazione e distanza, per quanto grande, ci possa dividere? O forse questo non è così utile?

 

Perché sia più chiaro con un caso concreto, ecco: adesso il Sommo Pontefice manda due di noi al popolo di Siena; dobbiamo noi prenderci cura di quelli che andranno là, e loro di noi, e mantenerci in contatto reciproco? O dobbiamo non occuparci di loro più che degli altri che non appartengono alla nostra Compagnia?

 

Alla fine decidemmo per la prima alternativa e cioè: dal momento che il Signore nella sua generosa bontà ha voluto adunare e unire insieme noi, così deboli e provenienti da regioni e civiltà tanto diverse, non dobbiamo spezzare questa unione e comunità voluta da Dio; dobbiamo anzi mantenerla salda e rafforzarla, stringendoci in un solo corpo, attenti e premurosi gli uni verso gli altri, in vista del bene maggiore delle anime. Il valore di molti uniti insieme ha certo più vigore e consistenza, per ottenere qualunque arduo risultato, che non se si disperde in più direzioni.

 

In tutto ciò che abbiamo detto e diremo su questi problemi intendiamo attenerci a questo criterio: nessuna cosa vogliamo sostenere di nostra testa o esclusivamente a nostro sentire, ma solo quel progetto che il Signore ispiri e la Sede Apostolica confermi e approvi, di qualunque cosa si tratti.

 

[4] Risolta con chiarezza la prima questione, si passò a un'altra più difficile, che esigeva più accurata riflessione e più illuminata lungimiranza: questa. Noi tutti avevamo già emesso il voto di castità perpetua e il voto di povertà nelle mani del Rev.mo Legato, quando eravamo a Venezia. Ora, sarebbe stato bene emettere il terzo voto, di obbedienza a uno di noi, per poter più sinceramente, con maggiore gloria di Dio e con più merito, compiere in tutto la volontà del Signore nostro Dio e anche tutto quello che, liberamente, voglia e ci comandi Sua Santità, al quale già abbiamo offerto di tutto cuore noi stessi e ogni nostra volontà, intelligenza e capacità? (…)

 

[8] Per molti giorni dibattemmo moltissimi aspetti del problema in un senso e nell'altro per giungere a una soluzione, sempre analizzando e ponderando le motivazioni più importanti e stringenti e dedicandoci, come di consueto, all'orazione, alla meditazione, alla riflessione. Infine, con l'aiuto del Signore, giungemmo a questa conclusione espressa a giudizio e voce unanime, e proprio senza alcun dissenso: per noi è più opportuno, anzi è necessario prestare obbedienza a uno di noi per attuare meglio la nostra aspirazione originaria di compiere in tutto la volontà di Dio; per conservare più sicuramente la nostra Compagnia; infine per provvedere convenientemente, nei casi particolari, alle attività spirituali e agli affari temporali.

 

[9] Su questo problema e su altri, seguendo sempre per ogni questione lo stesso modo di procedere attraverso separato esame di una proposta e della contraria, ci trattenemmo quasi tre mesi, da metà quaresima alla festa di S. Giovanni Battista. In quel giorno (ma prima di definire e di decidere avevamo messo come base austere veglie e preghiere e fatiche mentali e fisiche) ogni questione fu conclusa e definita, con benevolenza reciproca e unanime cordiale consenso[4].

 

Oblazione della Compagnia

Il nuovo patto

Roma (San Paolo fuori le Mura, altare della Vergine), 22 aprile 1541

 

Ignazio di Loyola, Gli scritti, ed. M. Gioia, UTET, Torino 1977, pp. 258-261

MI FN I, pp. 15-22

 

9. Il venerdì dell’ottava di Pasqua, 22 aprile, giunti in san Paolo, si riconciliarono tutti e sei gli uni con gli altri, e fu stabilito fra tutti che Ignazio celebrasse la messa e che tutti gli altri ricevessero il santissimo Sacramento dalle sue mani, pronunciando i loro nomi nel modo seguente.

 

10. Ignazio, durante la messa, al momento della comunione, tenendo con una mano il Corpo di Cristo nostro Signore sopra la patena e con l’altra mano un foglio contenente la formula del suo voto, rivolto verso i suoi compagni posti in ginocchio, dice ad alta voce le parole seguenti: «Io, Ignazio di Loyola, prometto a Dio onnipotente ed al Sommo Pontefice, suo Vicario in terra, al cospetto della Vergine sua Madre e di tutta la corte celeste, ed in presenza della Compagnia, perpetua povertà, castità e obbedienza, secondo la forma di vita contenuta nella Bolla della Compagnia del Signor nostro Gesù, e dichiarata o da dichiararsi nelle Costituzioni. Prometto inoltre una speciale obbedienza al Sommo Pontefice riguardo alle missioni contenute nella Bolla. Prometto ancora di impegnarmi perché i fanciulli siano istruiti negli elementi della fede, conformemente alla stessa Bolla e alle Costituzioni». Detto questo si comunica prendendo il Corpo di Cristo nostro Signore.

 

11. Dopo essersi comunicato, prese cinque ostie consacrate nella patena e rivolto ai compagni, fatta essi la confessione generale e detto; «Domine, non sum dignus…», ecc., uno di loro prende in mano il foglio nel quale è stata scritta la formula del suo voto e dice ad alta voce le seguenti parole: «Io, Giovanni Coduri, prometto a Dio onnipotente e a te reverendo Padre che rappresenti Dio, al cospetto della Vergine sua Madre e di tutta la corte celeste, ed in presenza della Compagnia, perpetua povertà, castità e obbedienza, secondo la forma di vita contenuta nella Bolla della Compagnia del Signor nostro Gesù, e dichiarata o da dichiararsi nelle Costituzioni. Prometto inoltre una speciale obbedienza al Sommo Pontefice intorno alle missioni contenute nella Bolla. Prometto ancora di obbedire riguardo all’istruzione dei fanciulli negli elementi della fede, in conformità alla stessa Bolla e alle Costituzioni». Pronunciate queste parole, riceve il Corpo di Cristo nostro Signore. Poi, per ordine, fa lo stesso il secondo, e così il terzo, il quarto, il quinto.

 

12. Finita la messa e fatta orazione agli altari privilegiati, si riunirono presso l’altare maggiore, dove ognuno dei cinque si accostò ad Ignazio. Ed avendo Ignazio abbracciato ciascuno di essi e dato loro il bacio di pace, non senza molta devozione, affetto e lacrime, posero fine alla loro professione e iniziata vocazione. Poi sugli intervenuti si fece una costante, crescente e grande tranquillità e lode di Gesù Cristo nostro Signore[5].

 

Esercizi spirituali, n. 22

 

Presupposto. Affinché così colui che dà gli esercizi spirituali, come colui che li riceve, più si aiutino e si avvantaggino, si deve presupporre che ogni buon cristiano deve essere più pronto a salvare la proposizione del prossimo che a condannarla; e se non la può salvare, indagherà in che modo la intende; e, se male la intende, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti affinché, ben intendendola, si salvi[6].

 

Costituzioni della Compagnia di Gesù

 

Proemio nn. 134-135

Il comandamento nuovo e l’unità del corpo come “norma delle norme”

 

Benché debba essere la somma Sapienza a Bontà di Dio, nostro Creatore e Signore, a conservare, guidare, e condurre innanzi nel suo santo servizio questa minima Compagnia di Gesù, come si è degnata di darle inizio, e da parte nostra debba giovare a ciò più di ogni altra Costituzione esterna l'intima legge della carità e dell'amore, che lo Spirito Santo scrive ed imprime nei cuori; tuttavia, perché l'amabile disposizione della divina Provvidenza sollecita la cooperazione delle sue creature, e perché tale è l'ordine del Vicario di Cristo, e gli esempi dei santi e la stessa ragione così c'insegnano nel Signor nostro, stimiamo necessario scrivere Costituzioni, che aiutino ad avanzare meglio, conforme al nostro Istituto, nella via intrapresa del servizio di Dio. E benché ciò che nel nostro disegno occupa il primo posto e ha maggior peso sia quel che riguarda il corpo intero della Compagnia, di cui si cerca soprattutto l'unione, il buon governo e il mantenimento in buono stato, a maggior gloria di Dio; tuttavia, poiché questo corpo è formato di membri, e nell'esecuzione viene anzitutto quel che spetta agli individui, sia quanto all'ammetterli, come quanto a farli progredire e ripartirli nella vigna del Cristo nostro Signore, di qui si comincerà con l'aiuto che la Luce eterna si degnerà comunicarci per suo onore e lode.

 

n. 655

La Compagnia esiste se c’è tra i membri l’unità

 

Quanto più è difficile l'unione dei membri di questa congregazione con il proprio capo e tra loro, per essere così sparsi nelle diverse parti del mondo tra fedeli e infedeli, tanto più si deve ricercare ciò che giova a tal fine. Infatti, la Compagnia non può né conservarsi né reggersi, e perciò neppure raggiungere lo scopo, al quale tende a maggior gloria di Dio, senza che i suoi membri siano uniti tra loro e con il proprio capo. Pertanto, anzitutto si dirà di ciò che giova all'unione degli animi; e poi di ciò che riguarda l'unione delle persone in congregazioni. E quanto all'unione degli animi, si dirà ciò che giova da parte dei sudditi, dei superiori, e degli uni e degli altri.

 

n. 671

L’unità frutto dell’amore reciproco

 

Il principale vincolo reciproco per l'unione delle membra tra loro e con il loro capo è l'amore di Dio nostro Signore. Infatti, se superiore e inferiori staranno molto uniti con la sua divina e somma Bontà, lo staranno con tutta facilità anche tra loro, in virtù dell'unico amore, che da essa discenderà e si estenderà a tutto il prossimo, specialmente al corpo della Compagnia. Sicché la carità, e in genere ogni bontà e virtù, che faranno avanzare lungo le vie dello Spirito, gioveranno all'unione scambievole.

 

Ignazio di Loyola, Epistolario

 

Alla Comunità di Coimbra

(Roma, 7.05.1547), MI Epp I, pp. 495-510

Aumentare la carità fraterna per collaborare all’opera di Dio: “che tutti siano uno”

 

Non vorrei che con tutto quanto ho scritto pensaste che io non approvi alcune vostre mortificazioni, di cui sono stato informato. So bene che i santi hanno usato per il loro progresso spirituale queste e altre sante follie; che esse sono utili per vincersi e avere più grazia, soprattutto agli inizi. Tuttavia per coloro che hanno già maggior dominio dell’amor proprio stimo meglio, come ho scritto, di attenersi alla misura della discrezione, senza sottrarsi all’ubbidienza, virtù che vi raccomando con molta insistenza assieme a quell’altra che le compendia tutte, tanto raccomandata da Gesù Cristo, che la chiama il suo comandamento: «Il mio comandamento è che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15,12). Bisogna non solo che manteniate l’unione e l’amore continuo tra voi, ma anche che li estendiate a tutti, procurando di accendere nelle anime vostre vivi desideri della salute del prossimo e pensando che ciascuno vale il prezzo del sangue e della vita che costò a Gesù Cristo. Così, da una parte studiando le lettere e dall’altra aumentando la carità fraterna, vi renderete perfetti strumenti della grazia divina e collaboratori nell’opera sublime di riportare a Dio, fine supremo, le sue creature.

 

 

Alla Comunità di Coimbra

(Roma, 15.01.1548), MI Epp , pp. 867-693

Che tutti formino una cosa sola in Gesù

 

Voi sarete di quelli, di cui dice il saggio nei Proverbi: “La strada dei giusti è come la luce dell’alba che aumenta splendore sino al meriggio” (Pr 4,18). E così io prego che l’autore di questo giorno perfetto, il sole di sapienza e di giustizia, per la sua misericordia porti a compimento l’opera che ha cominciato in voi fino a farvi trovare e sapere dove fa pascolare, dove fa riposare al meriggio (Ct 1,7), trovando in voi tutta la sua gloria e manifestando la ricchezza della sua mano onnipotente e la magnificenza infinita dei suoi doni spirituali nelle anime vostre e, per mezzo vostro, in quelle di molti altri. E a voi, fratelli carissimi in Gesù Cristo Dio e S. N., per lui stesso chiedo che vi rendiate degni della sua visita e dei suoi tesori spirituali con la purità di cuore, con l’umiltà vera, con uno stesso sentire e volere da parte di tutti, con la pace esteriore e interiore che accoglie e fa regnare nell’anima colui che si chiama il “principe della pace” (Is 6,9). In breve, che tutti formino una sola cosa nel S. N. Gesù Cristo.

 

 

 

la comunione D’anima

 

Esercizi spirituali, n. 40

 

Non si devono dire parole inutili: si intende, cioè, quelle che non giovano né a sé né ad altri, e neppure sono indirizzate a tale scopo.  Non è inutile, invece, parlare di tutto quello che giova, o ha intenzione di giovare, all'anima propria o degli altri, o al corpo o a qualche bene terreno; e neppure parlare di cose in sé estranee al proprio stato, come quando un religioso parla di guerre o di commerci.  Ma in tutti questi casi c'è merito se si parla con retta intenzione, e c'è peccato se si parla con cattiva intenzione o inutilmente.

 

Costituzioni della Compagnia di Gesù, n. 624

 

Anzitutto, sarà bene, se è possibile, che non sia uno solo, ma almeno due, perché s’aiutino maggiormente tra loro nelle cose dello spirito e del corpo, e perché possano produrre maggior frutto tra coloro, cui sono inviati, dividendosi l’un l’altro le fatiche in servizio del prossimo.

 

Ignazio di Loyola, Ai Padri inviati al Concilio di Trento

(Roma, primavera 1546), MI Epp I, pp. 386-389

 

Per un maggiore aiuto scambievole (…) Prenderemo un’ora, la sera, per mettere in comune quanto fatto nella giornata e l’obiettivo del giorno seguente.

 

 

 

la comunione delle esperienze della Parola DI VITA

 

Ignazio di Loyola, Lettera a Teresa Rejadell (18.06.1536)

MI Epp I, pp. 99-107

 

Vedendo il servitore del Signore tanto buono e umile che, pur compiendo la volontà di Dio, pensa di essere del tutto inutile e considera le sue debolezze e non la sua gloria, gli fa pensare che, se parla, di qualche grazia concessagli da Dio N. S., di opere, propositi e desideri, pecca con altra specie di vanagloria perché parla a suo onore. Procura quindi che non parli dei benefici ricevuti dal suo Signore, impedendo così di produrre frutto in altri e in se stesso, dato che il ricordo dei benefici ricevuti aiuta sempre a cose più grandi

 

 

 

l’ora della verità

 

Esercizi spirituali, n. 22

 

Presupposto. Affinché così colui che dà gli esercizi spirituali, come colui che li riceve, più si aiutino e si avvantaggino, si deve presupporre che ogni buon cristiano deve essere più pronto a salvare la proposizione del prossimo che a condannarla; e se non la può salvare, indagherà in che modo la intende; e, se male la intende, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti affinché, ben intendendola, si salvi[7].

 

Costituzioni della Compagnia di Gesù, n. 63

 

Per maggior profitto nello spirito [...] si domanderà a ciascuno [...] se accetta anche lui, come tutti gli altri, di aiutare alla propria ed all’altrui correzione, aprendosi gli uni gli altri con il debito amore e carità, per aiutarsi meglio nello spirito [...] a maggior gloria di Dio.

 

Ignazio di Loyola, Ai Padri inviati al Concilio di Trento

(Roma, primavera 1546), MI Epp I, pp. 386-389

 

Per un maggiore aiuto scambievole (…) Uno per notte preghi tutti gli altri di correggerlo in tutto ciò che pare loro. Chi fosse così corretto non replichi a meno che non gli si chieda di spiegare la causa del difetto di cui è stato corretto. La notte seguente faccia lo stesso il secondo e così di seguito. Tutti potranno così aiutarsi ad una maggiore carità e ad una più grande edificazione dappertutto.

 

Jeronimo Nadal, Platicas espirituales en Coimbra (1561)

A cura di Miguel Nicolau s.i., Granada 1945, p. 108

 

[13] Pues en esta regla del descubrir, no quiere ni pretende que uno sea puesto en dificultades ni trabajos, sino que suaviter omnia fiant; que éste es el modo que tiene de proceder en el mandar, conforme a la mansedumbre de Cristo[8], y no quiere obligar [a] alguno sub peccato a que descubra, cuando especialmente, como es dicho, no le obliga el Superior. Pero lo que quiere es lo que a cada uno liga la perfección en todo y que haga lo que más conviene a la salud de su ánima y de su hermano, estando aparejado que le descubran para que se enmiende, y para descubrir para que se enmienden. El que descubre no haya dificultades ni ansiedades, que no es éste nuestro intento; ni piense ninguno que atendemos a los defectos por más que por sacarlos [arrancarlos] y hacer que crezcan todos en el espíritu del Señor; y lo principal a que lanzamos el ojo es en los bienes, en las virtudes y perfecciones que cada uno tiene. Lo que nuestro Padre Ignacio me decía platicando conmigo una vez, ¿Por qué (decía él) si Dios N. Señor no atiende a mis defectos y faltas, antes mira lo bueno, si alguno en mí hay, para comunicarme su gracia y hacerme tantas mercedes; cómo miraré yo en los hermanos las imperfecciones dejando aparte las virtudes y dones que Dios N. Señor les ha hecho?

 

 

il colloquio

 

Esercizi spirituali

 

n. 17

 

Diciassettesima annotazione. Giova molto che chi propone gli esercizi, senza voler indagare sui pensieri personali e sui peccati dell'esercitante, sia informato con precisione delle varie agitazioni e dei pensieri che i diversi spiriti suscitano in lui. In questo modo, secondo il maggiore o minore profitto, è in grado di proporgli alcuni degli esercizi spirituali che sono opportuni e adatti alle necessità della sua anima variamente agitata.

 

n. 326

 

Tredicesima regola […] Allo stesso modo, quando il nemico della natura umana presenta a una persona retta le sue astuzie e le sue lusinghe, vuole e desidera che queste siano accolte e mantenute segrete; ma quando essa le manifesta a un buon confessore o ad altra persona spirituale che conosca gli inganni e le malizie del demonio, questi ne è molto indispettito; infatti capisce che non potrà riuscire nella malizia iniziata, dato che i suoi evidenti inganni sono stati scoperti.

 

n. 351

 

Sesta nota. Quando un'anima buona vuole dire o fare qualche cosa a gloria di Dio nostro Signore, nella fedeltà alla Chiesa e secondo la mente dei superiori, se gli viene dal di fuori il pensiero o la tentazione di non dire o di non fare quella cosa, con il pretesto di vanagloria o d'altro, allora deve elevare la mente al suo Creatore e Signore: se vede che quella cosa è per il suo debito servizio, o almeno non contraria, deve agire in modo diametralmente opposto a quella tentazione, come dice san Bernardo: "Non ho incominciato per te, né per te finirò".

 

Costituzioni della Compagnia di Gesù

 

nn. 91-92

 

Dopo matura riflessione nel Signor nostro, ci è parso della più grande importanza, davanti alla sua divina Maestà, che i superiori conoscano a fondo i sudditi, per poterli così dirigere e governare meglio, e, prendendosi cura di essi indirizzarli più vantaggiosamente nella via del Signore.

 

Parimente, quanto più staranno informati della loro situazione interiore ed esteriore, tanto più saranno in grado, con maggiore diligenza, amore e sollecitudine, d’esser loro d’aiuto e di preservare le loro anime dai vari mali e pericoli che in seguito potrebbero capitare.

 

Inizio

 

 

 



[1] 85. (…) A quel tempo avevano già deciso, tutti insieme, quello che volevano fare: sarebbero andati a Venezia, poi a Gerusalemme, e avrebbero speso la loro vita per il bene delle anime. Se non ottenevano il permesso di stabilirsi a Gerusalemme, tornati a Roma si sarebbero presentati al Vicario di Cristo perché si servisse di loro dove giudicava che lo richiedesse la maggiore gloria di Dio e il bene delle anime.  Avevano anche stabilito di attendere l'imbarco per un anno a Venezia; se entro quell'anno non fossero riusciti a imbarcarsi per il Levante, si sarebbero considerati sciolti dal voto di andare a Gerusalemme, sarebbero andati dal Papa, eccetera.

 

[2] 8. Hoc anno venit Ignatius, ut esset in eodem collegio Stae. Barbarae, et in eodem cubiculo nobiscum, volens ingredi cursum artium in Sto. Remigio seguenti. Erat autem supradictus magisteri d oneris suscepturus. Benedicta sit in aeternum divina providentia, quae sic ordinavit in meum bonum, et salutem. Cum enim ab illo fuisset sic ordinatum ut ego docerem praedictum sanctum virum, consecutus sum eius esteriore conversationem, deinde vero interiorem; qui cum simul viveremus in eodemque cubicolo, eadem mensa, eadem borsa, essetque ipse mihi in spiritualibus praeceptor, dans modum ascendendi in cognitionem divinae voluntatis, et propriae, tandem facti sumus unum in desideriis, et voluntate, firmoque proposito erigendi hanc vitam, quam nunc habemus, quicumque sumus, aut unquam fuerint de hac Societate, qua non sum dignus.

10. (…) Sic nobis transierunt quatuor anni in tali conversatione, et animo eodem conversantes etiam cum aliis.

15. Hoc eodem anno, die Stae. Mariae in Augusto, omnes qui tunc in eadem eramus determinatione et esercitati (praeter magistrum Franciscum, qui cum esset in eadem determinatione nondum acceperat exercitia), eo die, inquam, ivimus omnes ad Sanctam Mariam, quae Mons Martyrum dicitur, prope Lutetiam, ut ibi quisque votum faceret eundi Hierusalem tempore statuto, et post reditum inde ponendi se sub obedientia pontificis romani, incipiendique die assiganto delinquere parentes, et retia, praeter viaticum. Eramus autem, qui hac prima vice convenimus, Ignatius, M. Franciscus, ego Faber, magister Bobadilla, M. Laynez, magister Salmerón, magister Simon, Iaius nondum venerat Lutetiam; magister Ioannes vero et Paschasius nondum erant capti. Eodemque die in duobus sequentiubus annis ibamus omnes ad eundem locum in eodem proposito ad confirmandum eam determinatione, ad quam inveniebamus toties multum aumenti spiritualis. Erant autem in his annis nobiscum iam Magister Iaius, Magister Ioannes Coduri, et Magister Paschasius, omnes hi inquam in ultimo anno nobiscum.

 

[3] La traduzione è mia.

30. (…) Y allí nos confirmamos, parte en la oración e confesión e comunión frequente; parte con los estudios, que erano de cosas sacras; parte con haber hecho voto de dedicarse al servicio del Señor, en pobreza, comenzando desde el tempo dicho; y este voto renovando e confirmando cada uno una vez el día de nuestra Señora de Agosto en sancta Maria de Monte Martyrum, donde primero lo hicimos, después de la confesión y comunión; y ansí después lo confirmábamos, quedándonos después allí a comer en caridad. Lo qual también continuabamos entre el año; porque de tantos a tantos días nos íbamos con nuestras porciones a comer a casa de uno, y después de otro. Lo qual, junto con el visitarnos a menudo y escalentarnos, creo que ayudase mucho a mantenernos. En este medio tiempo el Señor especialmente nos ayudó ansí en las letras, en las quales hicimos mediano provecho, enderezándolas siempre a gloria del Señor y a útil del próximo, como en tenernos espcial amor los unos a los otros, y ayudarnos etiam temporalmente en lo que podimos.

 

[4] [3] Prima nocte qua conuenimos, propositum fuit hoc dubium: an expediret magis, quod, postquam nos vitamque nostram Cristo domino nostro et eius vero ac legitimo vicario in terris obtuleramus et dedicaueramus, ut ille de nobis disponat, mittatque eo, ubi plus iudicauerit nos posse fructificare (…) an, inquam, magis expediret no sita esse inter nos deuinctos et colligatos in uno corpore, ut nulla, quantumcumque magna, corporum diviso nos separaret; an forte non ita expediret. Quod, ut exemplo fiat manifestum, ecce modo sumus pontifex mittit ex nobis duos in cituitatem Senarum; debemusne illorum, qui illo pergent, curam gerere, ve lilli de nobis, et mutuo nos intelligere, an forte non magis illos curare, quam illos qui sunt extra Societatem? Tandem diffimiuimus partem affirmatiuam, scilicet, quod, postquam clementissimus ac pientissimus Dominus dignatus fuerat nos, ita infirmo set tam ex diuersis regionibus et moribus natos, inuicem unire et congregare; quod non deberemus Dei unionem et congregationem scindere, sed potius in dies confirmare et stabilire, reducendo nos ad unum corpus, et alii aliorum curam habentes et intelligentiam ad maiorem fructum animarum, cum etiam virus ipsa unita plus roboris et fortitudinis habeat ad quecumque bona ardua persequenda, quam si esset in plures partes dispersa. In his tamen omnibus, que dicta sunt et que dicentur, ita intelligi volumus, ut nihil penitus ex proprio nostro spiritu et capite asseramus, sed solum, quicquid id sit, quod Domunus inspirauerit, et sedes apostolica confirmauerit ac probauerit.

[4] Deciso et risoluto primo hoc dubio, peruentum est ad aliud difficilius, non minori consideratione ac prouidentia dignum: an, scilicet, postquam nos omnes emiseramus votum castitatis perpetue et votum paupertatis in manibus reverendissimi legati sue sanctitatis, cum ageremus Venetiis, an, inquam, expediret emettere tertium, scilicet, obediendi alici ex nobis, ut sincerius et maiori cum laude et merito possemus per omnia implere voluntatem Domini Dei nostri, simul etiam liberam voluntatem ac preceptum sue sanctitatis, cui nos libentissime nostra omnia, voluntatem, intellectum, potentiam etc. obtuleramus. (…)

[8] Postquam  ergo multis diebus plurima hinc et inde agitavimus circa solutionem dubii pensando et examinando rationes grauioris momenti et efficatiores, vacando exercitiis solitis orationis, meditationis, cogitationis; tandem, Domino prestante auxilium, non per plurium vocum sententias, sed nullo prorsus dissidente, conclusimus: nobis expedientius esse et magis necessarium, prestare obedientiam alici ex nostris, ut melius et exactius prima nostra desideria, imprendi per omnia diuinam voluntatem, exequi possimus, et ut tutius conseruetur Societas, et tandem, ut negotiis occurrentibus particularibus, tam spiritualibus quam temporalibus, decenter prouideri possit.

[9] Seruato similiter eodem ordine discutiendi et procedendi in reliquis omnibus, semper in utranque partem agendo, inmorati sumus in his et aliis per tres fere menses, a medio quadragesime usque ad festum Joannis Baptiste inclusiue. Quo die omnia suauiter et concordi animorum consensu terminata ac finita sunt, non sine magnis vigiliis, orationibus et laboribus mentis et corporis premissis, antequam hec definiremus et deliberaremus.

 

[5] 9. El viernes 22 de Abril, de la octava de Pascua, llegados en San Pablo, se reconciliaron todos seis unos con otros, y fué ordendo entre todos que Iñigo dixese misa en la misma igleisa, y que todos los otros recibiesen el santísimo sacramento de su mano, haciendo sus votos en la maniera siguiente:

10. Iñigo, diciendo la misa, a la hora del consumir, teniendo con la una mano el cuerpo de Cristo nuestro Señor sobre la patena, y con la otra mano un papel, en el qual estaba escrito el modo de hacer su voto, y vuelto el rostro a los compañeros puestos de rodillas, dice a alta voce las palabras siguientes: “Ego, Ignatius de Loyola, promitto omnipotenti Deo et summo pontifici, eius in terris vicario, coram eius virgine matre et tota celesti curia, ac in presentia Societatis, perpetuam paupertatem, castitatem et obedientiam, iuxta formam vivendi in bulla Societatis Domini nostri Iesu et in eius constitutionibus declaratis seu declarandis, contentam. Insuper promitto specialem obedientiam summo pontifici circa missiones in bulla contentas. Rursus promitto me curaturum ut pueri erudiantur in rudimentis fidei iuxta eandem bullam et constitutiones”. Después de las quales dichas, consume recibiendo el cuerpo de Cristo nuestro Señor.

11. Acabado de consumir, y tomadas cinco hostias consagradas en la patena, y vuelto a los compañeros, los quales, después de haber hecha la confesión generale y dicho “Dne., non sum dignus etc.”, toma uno dellos un papel en la mano, en el qual estaba la forma de hacer su voto, y dice a alta voce las palabra siguientes: “Ego, Jo. Coduri, promitto omnipotenti Deo, coram eius virgine matre et tota coelesti curia, ac in presentia Societatis, et tibi Rde. Pater, locum Dei tenenti, perpetuam paupertatem, castitatem et obedientiam iuxta formam vivendi in bulla Societatis Domini nostri Iesu et in eius constitutionibus declaratis seu declarandis contentam. In super promitto specialem obedientiam summo pontifici circa missiones in bulla contentas. Rursus promitto me obediturum circa eruditionem puerorum in rudimentis fidei iuxta eandem bullam et constitutiones”. Las quales acabadas, recibe el cuerpo de Cristo nuestro Señor. Después per ordinem el 2° hace lo mismo; así el 3°, 4° y 5°.

12. Acabada la misa, y haciendo oración en los altares privilegiados, se juntaron en el altar mayor, donde cada uno de los cinco vinieron a Iñigo, e Iñigo a cada uno dellos, abrazando y dando osculum pacis, no sin mucha devoción, sentidos, y lágrimas, dieron fin a su profesión y vocación comenzada. Después de venidos facta est continua et magna tranquillitas, con aumento ed laudem Domini nostri Iesu Christi.

 

[6] La traduzione del testo è mia.

 

[7] La traduzione del testo è mia.

[8] Cf. Paolo III, Regimini militantis Ecclesiae; Giulio III, Exposcit debitum: MHSI, Constit. I, 27.378.379.