Raggi

by Paolo Monaco sj

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La Banda

Il canto dell’anima

 

 

 

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La Squadra

 

Il Mare

 

 

Banda “F. Cilea”,
Ciampino (Roma)

 

Guardo la foto e la prima domanda che mi viene è: «Sto suonando oppure no»? Sì, perché per un anno ho fatto finta di suonare. Letteralmente. Muovevo le mani, ma dal mio sax non usciva nessun suono.

 

Poi guardo meglio la foto. Mi trovo all’estremità di una file di tre. Vicino e di fronte a me altri due sax contralto. Se sto all’esterno della fila, vuol dire che sto suonando. Perché, quando facevo finta, il maestro mi metteva in mezzo alla fila, in modo tale che il mio silenzio fosse coperto dal suono dell’intera Banda.

 

Non ero il solo che faceva finta di suonare. Massimo, Andrea, Edoardo: eravamo un gruppetto di ragazzini che stavamo imparando. Però eravamo necessari per fare numero. Altrimenti la Banda sarebbe stata troppo piccola.

 

E poi sono già grandicello. Forse 12-13 anni. Sapevo già quasi tutte le partiture a memoria. Me le ripetevo prima di addormentarmi, ripassando battuta per battuta, a volte anche muovendo le mani. Così, quando suonavo, potevo guardarmi attorno, armonizzarmi meglio con i miei compagni, tanto le mani andavano da sole.

 

Quando facevo finta di suonare un poco mi vergognavo, soprattutto temevo che qualcuno mi scoprisse. Però se ora so ascoltare, devo ringraziare quel periodo di silenzio. Se ho saputo trovare musica dentro di me, molto lo devo a quell’esercizio di ascolto. Sì, perché io non facevo finta di suonare. Suonavo senza emettere suono. Che è tutta un’altra storia. Perché suonavo con l’anima.

 

Nanetti, Masi, Cavicchio, Scarsella… i miei cugini Antonio e Franco… una ragazza di cui non ricordo il nome che suonava come me il sax contralto… una ragazza!

 

Uno due tre quattro. Do mi sol do. Metodo Bona. Era inverno. Avevo i pantaloni corti. Papà mi propose un giorno se volevo andare ad una scuola di musica. La proposta mi piacque. Andammo insieme all’IGDO, entrando in quel casermone tutto buchi che ci ricordava la guerra e ci metteva paura (chissà cosa succederà lì dentro) e stimolava la nostra fantasia.

 

Una stanza, qualche ragazzo, il maestro che mi chiede: cosa vuoi suonare. Ed io: la tromba. E lui: in verità con il labbro che hai potresti suonare il sassofono, e poi la tromba c’è già. Non so perché mi piaceva la tromba. Ma il sassofono andava bene.

 

Papà va via ed io rimango lì ad ascoltare il maestro che mi fa la prima lezione: il pentagramma, righe spazi, le note sui righi (mi sol si re fa) nei spazi (fa la do mi). Sentivo freddo. Vedevo le mie gambe nude diventare sempre più scure. Però mi piaceva. E ritornai. Tre volte a settimana, con gli esercizi di solfeggio da fare a casa. Avevo 9 anni e correva l’anno 1971, novembre credo. Mi immersi nello studio del solfeggio. Mi divenne abbastanza facile.

 

E poi arrivo il sax. Un giorno papà tornò da Roma con una valigetta nera. Sax Grassi, comprato per 80.000 lire al negozio D’Amore vicino la Stazione Termini. Un sax strano, storto, con una nota stonata, difetto di fabbricazione, che però andava bene per uno studente alle prime armi. Di più non si poteva. Ne avrei comprato un altro migliore appena possibile.

 

Sono passati 38 anni ed è ancora con me quel sax strano, storto, con una nota stonata, che mi obbligava ad evitare quella nota, sostituendola con l’ottava superiore. Giochi di prestigio, velocità di esecuzione e prontezza di riflessi.

 

Ma soprattutto esercizio di umiltà e di accettazione dei miei limiti. La realtà, io stesso, gli altri come quel sax strano, storto, con una nota stonata.

 

Ad un certo punto si cominciò a parlare di Banda musicale. La divisa. Un completo da gelataio (giacca bianca e pantaloni neri) con un cappello. Essenziale. Il nome della Banda fu scelto dal maestro Romano Arnaldo in onore di Francesco Cilea, il grande compositore calabrese, suo conterraneo.

 

E si cominciò. Il 2 giugno 1972, festa della Repubblica, alla vigilia dei miei 10 anni, uscimmo per la prima volta a suonare in pubblico per le vie di Ciampino.

 

C’era un bel sole, sole di giugno. Cominciammo a suonare in Piazza della Pace, abbastanza presto, c’era poca gente, sguardi curiosi, sorridenti, sorpresi. Io mi sentivo un poco imbarazzato, mi avrebbero riconosciuto, magari i miei amici e forse mi avrebbero preso in giro (soprattutto per come ero vestito). La mattinata passò. Fu la prima di tante altre.

 

Poi ci fu la processione del Sacro Cuore, mi pare nello stesso mese di giugno. Un’esperienza indimenticabile. I canti delle donne, i terrazzi con i drappi colorati… e la  stanchezza. Ad un certo punto, dovetti tornare a casa. Non ce la facevo più. Dopo tante ore, il sax, appeso al collo, era diventato di pietra. Stavo crescendo, mi ero allungato, ma muscoli ne avevo pochi e così la forza. Mi ricordo un dolore insopportabile dietro la testa. Papà mi venne in soccorso e mi portò a casa.

 

Anche grazie a questa esperienza ci rendemmo conto che mi stavo piegando in avanti. Così mamma mi portò dall’ortopedico che sentenziò: scoliosi e come cura il nuoto. Sì, ma dove? L’unica più vicina era a S. Maria delle Mole. Così durante la settimana tre pomeriggi andavo in piscina e altri tre a scuola di musica. In breve acquistai forza e il sassofono divenne più leggero. Imparai anche a sopportare la fatica e lo sforzo di rimanere in piedi per ore o camminare lentamente in una processione.

 

Fu un periodo di grande attività fisica. Anche suonare in quel periodo era più che altro un’attività fisica. Perché tutto quell’anno non emettevo ancora suono quando uscivamo con la Banda. Non che facessi finta. Suonavo dentro. E ascoltavo fuori. E armonizzavo me stesso con ciò che vedevo e sentivo.

 

Già perché suonare in una Banda non è affatto facile. Ci sono da coordinare un sacco di cose. Soprattutto quando si suona camminando o si cammina suonando.

 

Prima cosa, bisogna stare in piedi, dritti. Poi bisogna guardare il maestro, lo spartito, la strada, cioè dove si mettono i piedi (le strade a volte erano tali di nome), i compagni di fila davanti e di lato, gli spettatori, soprattutto le ragazze.

 

Poi bisogna suonare, che fisicamente parlando vuol dire camminare a tempo, ricordare la partitura o leggerla su un foglio di carta attaccato allo strumento, respirare, muovere le mani, modulare i timbri, perché non basta suonare, bisogna anche interpretare i p piano e pp pianissimo, f forte e ff fortissimo oppure il mf mezzoforte. Certo interpretavamo musiche di Banda o adattate alla Banda. Però i colori andavano rispettati.

 

Era uno spettacolo. A me piaceva tantissimo sentire il suono uscire dal nulla, crescere, infiammarsi, alleggerirsi. Era uno spettacolo vedere Nanetti suonare il tamburo. Con quale maestria e semplicità. E umiltà. Così come il bombardino. Uno strumento di una umiltà straordinaria. Mai un assolo, un passaggio da protagonista. Sempre a fare da sfondo, a dare il ritmo, ad accompagnare riempiendo gli spazi con un semplice un-ta –ta –ta-ta, un-ta-ta-ta, o con un delicato controcanto.

 

Era uno spettacolo sentire le trombe che in tutto il loro splendore si ergevano magnifiche e baldanzose sopra tutti noi. Fiere, orgogliose, a volte superbe e impettite. Ma si sa. La tromba vola alto e dall’alto ci guardava.

 

Era uno spettacolo sentire i clarinetti rispondere in apparenza con un filo di voce, ma bastava quel filo per scioglierti il cuore. Per questo forse stavano davanti a tutti noi. La melodia era cosa loro, i sentimenti delicati, profondi, veri.

 

Ed era uno spettacolo fare da spalla alle trombe e ai clarinetti, noi con i nostri sassofoni. Con quella voce che sale dalle viscere, passionale, a volte irriverente, imprevedibile, senza schemi. Ad un certo punto entravamo in scena ed era una sorpresa. Calda e sconvolgente.

 

Anima, testa e passione. E poi la ritmica. Che spettacolo i piatti ergersi e illuminare con le loro scintille tutti noi, fuochi d’artificio, e la grancassa, veramente grande (me ne sono accorto quando un giorno l’ho dovuta suonare) e possente, la roccia per tutti noi. E il tamburo che ci dava il passo, ci dava il ritmo, ci univa nello scorrere del tempo.

 

La Banda. Diventò in parte anche un piccolo lavoro. All’inizio, come comparsa, mi davano 500 lire. Poi quando cominciai a suonare sul serio, di più. Erano aumentate anche le entrate, man mano che ci conoscevano e apprezzavano. Ed erano cresciute anche le mie spese.

 

Un piccolo guadagno. Frutto del mio lavoro. Che mi inorgogliva e mi dava il senso di autonomia e delle mie capacità.

 

Quando facevamo una pausa, era uno spettacolo nello spettacolo veder improvvisare i più talentuoso di noi. Non si finiva mai di suonare o di imparare dai più anziani e più bravi. Erano i momenti in cui, fuori dal repertorio, ciascuno suonava i brani che amava di più. E poteva anche dimostrare tutta la sua abilità.

 

E poi i viaggi. Io andavo volentieri con Masi, che mi aveva preso in tutela. Suonava il sax tenore, che qualche volta mi faceva provare, come io a lui il mio contralto. Con la sua Renault rossa ci faceva divertire e ci aiutava.

 

(continua…)

 

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