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by Paolo Monaco sj

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Saggi > Itinerari ignaziani a Roma

 

 

 

2. Da Piazza Margana a San Pietro in Montorio

 

Cf. A.M. De Aldama sj, Roma ignaziana. Sulle orme di sant’Ignazio di Loyola, Piemme, Casale Monferrato 1990

 

 

 

10 - Palazzo Delfini

 

11 - Chiesa di Santa Caterina dei Funari

 

12 - Chiesa di Sant’angelo in Pescheria

 

 

 

 

 

 

Mappa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

13 - Ponte Sisto

 

14 - Convento di San Pietro in Montorio

 

 

 

10 - Palazzo Delfini

Via dei Delfini, 16

 

È costruito nel luogo in cui sorgeva la casa di Antonino Frangipani, che fu la terza casa in cui abitarono a Roma sant’Ignazio e i suoi compagni (ottobre 1538 - febbraio 1541).

Il padre Simone Rodrigues dice che questa casa era infestata da fantasmi, e perciò nessuno voleva viverci; effettivamente nei primi giorni i Padri udirono strani rumori durante la notte, come di piatti e brocche che si rompevano e di qualcuno che bussava alla porta... Uno scritto anonimo del 1584 dice che, quando si costruì l’edificio attuale, si conservò la stanza dove era vissuto sant’Ignazio, per la profonda venerazione che professava verso di lui il costruttore Mario Delfini. Al pianoterra si conservano in realtà due piccole stanze del secolo XIV o XV.

Alla fine del novembre 1538, i primi Padri che vivevano qui si presentarono al papa Paolo III, in compimento del voto di Montmartre, «perché Sua Santità li dividesse a maggior gloria di Dio, secondo la loro intenzione di andare per il mondo e, se non ottenessero il desiderato frutto spirituale in un luogo, passassero dall’uno all’altro, cercando la maggior gloria di Dio nostro Signore e l’aiuto delle anime» (Costituzioni, n. 605). Paolo III accettò l’offerta, ma chiese che, per il momento, rimanessero a Roma ad evangelizzare.

Nell’inverno 1538-39 fece più freddo del solito. A questo si aggiunse una terribile carestia a Roma e dintorni.

Nelle strade si incontravano i poveri, morti di fame e di freddo. I Padri della Compagnia cominciarono a portare i poveri in questa casa. Con le elemosine di cui essi stessi vivevano, fornivano loro qualche aiuto, pane e paglia, e per i più infermi anche un letto.

Inoltre insegnavano loro la dottrina cristiana. Il numero dei poveri che venivano soccorsi crebbe fino a 200, 300 e quasi 400 al giorno, per un totale di 3000 persone su una popolazione di 40.000 abitanti.

La carità dei Padri fece impressione nella città. «Alcune persone autorevoli, non solo facevano l’elemosina per sostenere le spese, ma venivano anche di notte con le lanterne in mano, per vedere la carità che si usava verso i poveri» (Polanco).

Qui entrò in Compagnia il primo gesuita italiano, nel 1539, il padre Pietro Codacio (Codazzi, 1507-1549), canonico di Lodi e ciambellano del papa Clemente VII.

Nella primavera del 1539 si tennero in questa casa le famose deliberazioni sulla fondazione della Compagnia come ordine religioso, conosciute con il nome di Deliberatio primorum Patrum.

In una prima serie di incontri decisero di rimanere uniti formando un corpo, nello stato di obbedienza religiosa. Essi confermarono questa decisione durante una messa celebrata da Pietro Favre il 13 aprile. Nella seconda serie di incontri, conclusa il 24 giugno, definirono alcuni punti essenziali del nuovo istituto e redassero la Regola o Formula che avrebbero sottoposto all’approvazione del Papa.

Da questa casa partirono, per le prime missioni pontificie nel 1539, i padri Broët e Rodrigues con Francesco Estrada per Siena alla fine di aprile, i padri Favre e Laínez per Parma e Piacenza il 20 giugno, e il padre Bobadilla per Napoli alla fine di settembre. Riferisce il padre Manareo che Ignazio in queste occasioni, salutando i partenti, era solito dire: «Id, encended, inflamad todo!» (Andate, accendete, infiammate tutto!).

Da qui partirono Simone Rodrigues e Francesco Saverio per il Portogallo e l’India, rispettivamente il 5 e il 15 marzo 1540. Era stato designato Bobadilla, ma una malattia gli impedì di andare. Quando Ignazio scelse il Saverio per sostituirlo, egli rispose semplicemente: «Bene, andiamo allora. Sono pronto».

Infine da qui partì per gli studi il primo gruppo di scolastici: i quattro che, con il padre Diego de Eguía come superiore, alla fine di aprile del 1540 andarono a studiare all’università di Parigi.

 

 

 

 

 

 

 

Formula del 1540

 

 

11 - Chiesa di Santa Caterina dei Funari

Via dei Funari (attuale via Caetani, dirimpetto palazzo Mattei)

 

Presso questa chiesa sant’Ignazio procurò che si fondasse il «Conservatorio delle vergini miserabili» (1546), dove potessero ritirarsi le giovani che si trovavano in pericolo.

Il termine “funari” si riferisce agli artigiani che fabbricavano canapi e corde e che allo scopo utilizzavano gli ambienti seminterrati dei numerosi edifici antichi della zona, dove mantenere i cordami nella necessaria umidità per poterli poi lavorare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

12 - Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria

Via del Portico d’Ottavia

 

In questa chiesa predicarono il padre Simone Rodrigues nel maggio 1538 e il padre Claudio Jay nel 1539.

 

 

 

 

 

 

 

 

13 - Ponte Sisto

 

Nelle vicinanze del ponte Sisto si trovava la seconda casa in cui abitarono a Roma sant’Ignazio e i suoi compagni (estate 1538).

Per il ponte passava spesso Ignazio per recarsi al convento di San Pietro in Montorio, dove per un certo tempo ebbe come confessore uno dei frati.

Il 29 agosto 1541, mentre il padre Codure era gravemente malato, sant’Ignazio recandosi a celebrare la Messa per lui, si fermò in mezzo al ponte, come assalito da un terrore improvviso, e volgendosi al suo compagno Giambattista Viola disse: «Pasado es ya de esta vida Juan Coduri» (Giovanni Codure è passato ora da questa vita).

 

 

 

 

 

 

 

 

14 - Convento di San Pietro in Montorio

«Mons Aureus» (Piazza di San Pietro in Montorio)

 

In questo convento viveva fra Teodosio da Lodi, minore francescano, che per un certo tempo fu il confessore di Ignazio.

Quando sant’Ignazio fu eletto generale dai confratelli (8 aprile 1541), chiese che l’elezione fosse ripetuta: ciò fu fatto il 13 aprile con lo stesso risultato; poi Ignazio passò qui il Triduo Sacro (14, 15, 16 aprile), preparando la confessione generale. Dopo questa, il confessore gli disse che avrebbe opposto resistenza allo Spirito Santo se non avesse accettato l’elezione.

L’eletto lo pregò tuttavia che, raccomandando di nuovo tutta la questione al Signore, inviasse il suo parere ai compagni in busta chiusa e sigillata.

Ignazio veniva spesso anche a celebrare la Messa, probabilmente nel tempietto del Bramante, dove, per un’erronea interpretazione di un testo medievale, si riteneva che san Pietro fosse stato crocifisso.

Nel 1541, venuto qui a celebrare per un novizio, Stefano Baroello nativo di Pianello del Lario, che era caduto gravemente, ammalato il giorno dopo l’ingresso in noviziato, alla fine della Messa Ignazio disse a Ribadeneira: «Per questa volta Stefano non morirà» (visse fino al 1587).

Nel gennaio 1549, prima di lasciare l’India per il Giappone, Francesco Saverio scriveva al padre Ignazio: «Desidero molto, Padre mio, che per lo spazio di un anno, ogni mese, un padre della Compagnia sia incaricato di celebrare una Messa per me in san Pietro in Montorio, in quella cappella dove dicono che san Pietro fu crocifisso». Sant’Ignazio non mancò di adempiere questo desiderio.

 

 

 

 

 

Interno tempietto del Bramante

 

 

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