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by Paolo Monaco sj

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Compagnia
di Gesù

Cercare insieme la volontà di Dio

Il primo gruppo di gesuiti

 

 

 

 

Articolo pubblicato
su Unità e Carismi
6 (2006) 21-26

 

 

 

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that started
the Jesuits

 

Oblazione della
Compagnia
di Gesù

 

I Gesuiti,
compagni
di Gesù

 

Dieci compagni in discernimento. 1

 

Un unico fine e pluralità di giudizi 2

 

Con cuore umile e semplice. 3

 

Stringendoci in un solo corpo. 4

 

Fare obbedienza a uno di noi 4

 

Tre disposizioni d’animo. 5

 

Motivazioni contrarie e favorevoli 6

 

Analizzando e ponderando. 7

 

Con voce unanime. 8

 

Il sogno diventa realtà  8

 

 

 

 

Dieci compagni in discernimento

 

Roma, quaresima 1539. Dieci Gesuiti: Ignazio di Loyola, Francisco Jassu de Xavier (Saverio), Pietro Favre, Giacomo Laynez, Alfonso Salmerón, Simon Rodriguez, Nicola Bobabilla, Pascasio Broët, Claude Jay e Giovanni Codure. Da tempo vivono insieme.

 

A Parigi, durante gli studi, ciascuno aveva fatto il voto di andare a Gerusalemme e, nel caso non fosse stato possibile, di mettersi a disposizione del Papa. Straordinarie e provvidenziali circostanze avevano orientato il gruppo verso questa seconda opzione.

 

Nella città eterna, dopo aver superato positivamente una fortissima persecuzione, i dieci si erano presentati al Papa che, accogliendo la loro offerta, aveva pensato di inviarli in diverse città italiane. A questo punto devono decidere se rimanere uniti e in quale forma. È un momento fondamentale: quale sarà la volontà di Dio per ciascuno di loro e per tutto il gruppo?

 

Chi sono questi dieci uomini? Sono preti, maestri in teologia, tra i quaranta e i trent’anni. Provengono da diverse regioni europee (Paesi Baschi, Castiglia, Savoia, Portogallo, Piccardia, Francia), che fanno di loro dei potenziali nemici politici, e da ceti sociali diversi: alcuni sono nati in nobili famiglie, altri sono figli di contadini. Possiedono caratteri e sensibilità completamente opposte: uno è pieno di energia, l’altro un introverso; c’è chi parla molto e chi sta volentieri in silenzio; chi ha talenti da vendere e chi lavora con pazienza.

 

Come hanno fatto questi dieci uomini così diversi tra loro a unirsi e a rimanere uniti? Come è stato possibile che insieme abbiano fondato un nuovo ordine e una nuova forma di Vita consacrata? Qualcuno potrebbe rispondere: bastava la presenza e il carisma di Ignazio a mettere d’accordo tutti e a tenere unito il gruppo. Vero. Che, essendo i Gesuiti gli uomini dell’obbedienza, Ignazio decideva e tutti gli altri obbedivano. Falso.

 

Leggendo le loro testimonianze si può constatare infatti come tutte le decisioni prese fino alla fondazione della Compagnia siano scaturite da un processo di discernimento comunitario. Esse ci parlano di Ignazio come leader e animatore del gruppo. Ma non certamente come del capo. Per i compagni di Gesù, primo fra tutti Ignazio, il «capo» è Gesù. Colui che, presente in mezzo ai suoi compagni, fa sentire la sua voce nel discernimento comunitario.

 

Una delle testimonianze più significative per cogliere la vita dei primi Gesuiti è la «Deliberazione dei nostri primi padri». In essa viene narrato il discernimento comunitario che portò il gruppo a prendere alcune decisioni: fondare la Compagnia di Gesù, fare obbedienza ad uno di loro, delineare la fisionomia della loro vocazione[1].

 

Siamo nel 1539, «quando stava per giungere il momento in cui bisognava separarci e disperderci - e aspettavamo questo momento con vivissimo desiderio per attuare più sollecitamente il fine che avevamo maturato, prestabilito e posto in cima alle nostre aspirazioni - decidemmo di riunirci tra di noi per molti giorni prima di separarci, allo scopo di trattare insieme di questa nostra vocazione e umile impostazione di vita»[2].

 

La separazione e dispersione, che avverranno dopo Pasqua con la partenza di Broët e Rodriguez per Siena, non impedirono che le decisioni prese fossero fatte proprie da tutti. Si può ben dire che tutti e dieci ne furono collettivamente gli autori.

 

La separazione e dispersione sono vissute dal gruppo come un evento positivo, atteso e desiderato. Esse, vista alla luce della dinamica trinitaria, cioè della dinamica dell’amore reciproco, sono il passaggio necessario affinché l’amore e l’unità del corpo della Compagnia di Gesù si irradi in tutto il mondo. È il nuovo modo di essere cristiani e consacrati dell’epoca moderna.

 

Un unico fine e pluralità di giudizi

 

Alla luce del Vangelo, il gruppo non ha paura di evidenziare, riguardo ai mezzi, la diversità di opinioni e la pluralità di giudizi. Nello stesso tempo però il gruppo mantiene uno e unico il fine: «a proposito di questo nostro stato di vita ci trovavamo su posizioni e pareri diversi. Tutti avevamo la stessa mente, la stessa volontà, cioè: cercare con perfezione la volontà e il beneplacito di Dio, come richiede la nostra vocazione. Quanto poi ai mezzi più idonei e fruttuosi, sia per noi che per il nostro prossimo, avevamo una certa pluralità di giudizi. Nessuno dovrebbe meravigliarsi che tra noi, così deboli e fragili, sia intercorsa questa pluralità di giudizi, dal momento che gli stessi principi e colonne della Chiesa (Gal. 2, 11) e tanti altri santi a cui certo non possiamo paragonarci neppure da lontano, hanno avuto pareri diversi e talora contrari, e questi loro giudizi contrastanti hanno tramandato per iscritto. Anche noi dunque avevamo pareri diversi. Ma, insieme, eravamo solleciti e attenti a scoprire e aprire una via da percorrere per offrirci tutti e interamente al nostro Dio, intendendo che tutto, di noi, riuscisse a lode, onore e gloria del Signore».

 

Se ci fossero fini diversi, se ciascuno cercasse il “suo” fine, se il gruppo portasse il livello della diversità sui fini, sarebbe impossibile cercare insieme la volontà di Dio.

 

Con cuore umile e semplice

 

Tutti insieme decidono di mettere a base del loro discernimento spirituale innanzitutto alcuni mezzi spirituali: «Decidemmo, infine, e di comune accordo stabilimmo di impegnarci più fervorosamente del solito nella preghiera, nel Santo Sacrificio e nella meditazione; e, usata così ogni diligenza, affidare poi al Signore ogni nostro pensiero, fiduciosi in Lui: Egli, così buono e generoso che non nega spirito retto a nessuno che glielo domandi con cuore umile e semplice, anzi lo concede con larghezza, senza rinfacciare nulla a nessuno, certo non sarebbe mancato neppure a noi, anzi ci avrebbe assistito - tanta è la sua bontà - molto più efficacemente di quanto potevamo domandare o capire» (cf ES n. 169).

 

Insieme con questi mezzi spirituali, i compagni impiegarono «ogni umano accorgimento», affrontando «alcune questioni che richiedevano attenta e matura considerazione e lungimiranza. Su di esse, lungo il giorno, ci fermavamo a riflettere e a meditare, e la nostra ricerca continuava anche nella preghiera. La notte poi ciascuno proponeva all'attenzione degli altri ciò che aveva ritenuto più giusto ed efficace, di modo che tutti abbracciassimo unanimi il parere più vero che, sottoposto a esame, raccoglieva più consensi ed era confortato da più valide motivazioni».

 

Da questa descrizione iniziale possiamo cogliere alcuni elementi di metodo. Innanzitutto il discernimento spirituale comunitario prevede come punto di partenza una rinnovata scelta di Dio-Amore. Poi un ambiente spirituale attraverso la comunione con Gesù Parola (preghiera e meditazione) e con Gesù Eucaristia (Santo Sacrificio). Quindi l’uso di mezzi umani. Infine l’alternanza di due tempi di ricerca: uno personale e l’altro collettivo. Il primo, si svolge secondo tre tipi di attività: riflessione, meditazione, preghiera. Il secondo, ha quattro momenti: la messa in comune del parere personale, l’esame dei diversi pareri, il riconoscimento di quello «più vero» e infine la decisione unanime.

 

Stringendoci in un solo corpo

 

I dieci, quindi, affrontano la prima questione: «dopo aver offerto e consacrato noi stessi e la nostra vita a Cristo nostro Signore e al suo vero e legittimo Vicario in terra perché egli disponga di noi e ci mandi là dove giudica che noi possiamo portare frutto (...), è più utile che siamo tra noi così strettamente uniti in un solo corpo che nessuna separazione e distanza, per quanto grande, ci possa dividere? O forse questo non è così utile?».

 

Come possiamo notare, la domanda richiama alla memoria la storia e il momento presente di ciascuno e del gruppo (dopo aver…), propone una preferenza (è più utile), ha la forma di un’alternativa (sì o no), viene espressa in maniera semplice e precisa.

 

Alla fine il gruppo si decise «per la prima alternativa e cioè: dal momento che il Signore nella sua generosa bontà ha voluto adunare e unire insieme noi, così deboli e provenienti da regioni e civiltà tanto diverse, non dobbiamo spezzare questa unione e comunità voluta da Dio; dobbiamo anzi mantenerla salda e rafforzarla, stringendoci in un solo corpo, attenti e premurosi gli uni verso gli altri, in vista del bene maggiore delle anime. Il valore di molti uniti insieme ha certo più vigore e consistenza, per ottenere qualunque arduo risultato, che non se si disperde in più direzioni».

 

L’unità, quindi, come criterio di discernimento e l’amore reciproco come via per rispondere alla volontà di Dio sul gruppo.

 

Poiché la loro decisione va sottoposta per la conferma ad un’autorità superiore, i dieci aggiungono una postilla: «In tutto ciò che abbiamo detto e diremo su questi problemi intendiamo attenerci a questo criterio: nessuna cosa vogliamo sostenere di nostra testa o esclusivamente a nostro sentire, ma solo quel progetto che il Signore ispiri e la Sede Apostolica confermi e approvi, di qualunque cosa si tratti».

 

L’esito del loro discernimento va presentato al Papa, affinché, attraverso la sua parola, si esprima in modo definitivo la volontà di Dio e il discernimento possa dirsi effettivamente concluso.

 

Altra cosa da notare: la decisione è presa «con chiarezza» e in breve tempo. Il gruppo sembra aver collettivamente vissuto i primi due modi di fare elezione che sono descritti negli Esercizi spirituali (nn. 175-176).

 

Fare obbedienza a uno di noi

 

Risolta la prima questione, i dieci compagni passarono ad una seconda questione «più difficile, che esigeva più accurata riflessione e più illuminata lungimiranza… sarebbe stato bene emettere il terzo voto, di obbedienza a uno di noi, per poter più sinceramente, con maggiore gloria di Dio e con più merito, compiere in tutto la volontà del Signore nostro Dio e anche tutto quello che, liberamente, voglia e ci comandi Sua Santità, al quale già abbiamo offerto di tutto cuore noi stessi e ogni nostra volontà, intelligenza e capacità?».

 

Questa volta il discernimento è sofferto: i dieci compagni insistono «molti giorni nella preghiera e nella riflessione, ma nulla appariva che appagasse pienamente il nostro animo”. In semplici parole, sono bloccati. Però “fiduciosi nel Signore, cominciammo a discutere tra noi su alcuni espedienti per uscire meglio dall'incertezza».

 

Tutti insieme prendono atto che non riescono a prendere una decisione e non insistono, non forzano se stessi. Per custodire l’unità, cercano insieme i mezzi per uscire dall’impasse. Apparentemente sembra una perdita di tempo, ma non è così. Gesù non risparmia ai dieci compagni la fatica del discernimento che li porta a navigare nella notte, in attesa e ricerca (cf. Gv 21,1ss).

 

Ma questa notte ha un senso: serve a far crescere la loro capacità di rimanere uniti, proprio mentre sperimentano, a causa delle loro diverse sensibilità, la difficoltà di essere uniti. In fondo avevano appena deciso di «stringersi in un solo corpo». E Gesù li prende subito in parola.

 

Cosa fa allora il gruppo? Si esercita nell’unità, affrontando insieme questa difficoltà. Vengono proposte tre ipotesi: ritirarsi tutti in un eremo, far ritirare solo tre o quattro che prendano la decisione a nome di tutti, rimanere in città dedicando metà giornata al discernimento e il resto all’attività apostolica. Alla fine «tutto considerato e discusso, decidemmo così: saremmo rimasti tutti in città».

 

Tre disposizioni d’animo

 

A questo punto il gruppo fa un altro discernimento comune sui mezzi da usare per trovare una via d’uscita e decidono di «proporre a tutti e a ciascuno in particolare» tre disposizioni d’animo.

 

La prima, chiedere a Dio il contrario del proprio sentire: «ciascuno doveva prepararsi, e dedicarsi a pregare, offrire il santo Sacrificio e meditare, con l'intento e l'impegno di trovare gioia e pace nello Spirito Santo sul punto dell'obbedienza, dandosi da fare quanto poteva per affezionare la volontà più a obbedire che a comandare, se fosse uguale la gloria di Dio e la lode di Sua Maestà» (cf. ES, n. 16).

 

La seconda, assumersi fino in fondo la propria libertà e responsabilità: «nessuno di noi doveva parlare dell'argomento con un altro compagno o cercare di conoscere le sue ragioni, perché nessuno inclinasse a fare il voto di obbedienza più che a non farlo, o viceversa, trascinato dall'altrui convinzione; volevamo che ciascuno considerasse solo quello che aveva attinto dall'orazione e meditazione come più giusto».

 

La terza, valutare ciò che è meglio, in modo autonomo e disponendosi ad assumere come propria la decisione presa dal gruppo: «ciascuno doveva considerarsi come estraneo alla nostra Compagnia e come se non dovesse aspettarsi di esservi mai accolto; in forza di questa disposizione non si sarebbe lasciato indurre da alcuna preferenza a pensare e decidere piuttosto per il sì che per il no, ma al contrario, come estraneo, avrebbe proposto alla considerazione comune il suo parere autonomo circa il sottomettersi o no all'obbedienza, e infine, a suo giudizio, avrebbe convalidato e approvato quella scelta nella quale il servizio di Dio sarebbe stato migliore e la conservazione della Compagnia più lunga e sicura» (cf-. ES n. 185).

 

Questa terza disposizione è importantissima. A volte infatti può accadere che una o più persone partecipino al discernimento comunitario di un gruppo, di una comunità, di una famiglia, ecc., con una riserva mentale e affettiva: «se la decisione non mi soddisfa, non la farò mia». Di conseguenza succede che, quando si passa alla fase della messa in opera della decisione presa, queste persone dicano: «voi avete deciso», «loro hanno voluto».

 

In questo modo esse manifestano una presa di distanza dal gruppo che, durante il discernimento, era stata invece taciuta più o meno consapevolmente. Questo atteggiamento, a volte, si manifesta nella «resistenza passiva e silenziosa» che di fatto impedisce alla decisione di essere realizzata e soprattutto evidenzia una divisione che si pensava non ci fosse o fosse stata superata.

 

Chissà, forse proprio per far emergere questa tentazione, di cui lo stallo era un effetto, i dieci Gesuiti hanno deciso di rallentare il percorso. A volte, per mantenere e far crescere l’unità del gruppo, potrebbe essere necessario fermarsi del tutto e rinviare la conclusione del discernimento. Se si volesse prendere comunque una decisione, forzando se stessi e il gruppo, si rischierebbe di far vincere le spinte affettive negative che potrebbero lacerare ulteriormente il gruppo e le persone.

 

Motivazioni contrarie e favorevoli

 

Il giorno dopo il gruppo si riunisce di nuovo: «ciascuno avrebbe espresso tutti i possibili inconvenienti dell'obbedienza, tutte le motivazioni che si presentavano e che ciascuno di noi aveva trovato per conto suo, riflettendo, meditando, pregando».

 

Tre sono i motivi contrari all’obbedienza più importanti che vengono fuori: «sembra che questo nome “religione” e “obbedienza” non goda presso il popolo cristiano quella stima che dovrebbe avere, a motivo delle nostre infedeltà e dei nostri peccati. (…) se decidiamo di vivere in stato di obbedienza, forse il Sommo Pontefice ci indurrà a vivere secondo un'altra regola già elaborata e stabilita, e così potrà accadere che non avremo buona possibilità e modo di lavorare per la salvezza delle anime (unico nostro intento dopo l'attenzione per noi stessi), e resteranno frustrati tutti i nostri desideri che invece, a nostro avviso, sono graditi al Signore nostro Dio. (…) se prestiamo obbedienza a qualcuno, pochi entreranno nella nostra Compagnia per lavorare fedelmente nella vigna del Signore dove il raccolto è abbondante, ma pochi sono i veri operai: è tale la debolezza e la fragilità umana che molti cercano il proprio interesse e la propria volontà più che non gli interessi di Gesù Cristo e la piena abnegazione».

 

Il giorno dopo il gruppo discute la tesi contraria, «proponendo alla comune considerazione tutti i vantaggi e i frutti dell'obbedienza che ciascuno aveva riconosciuto nell'orazione e meditazione; e ciascuno, a turno, esponeva i risultati della sua riflessione, ora mostrando le conseguenze negative della tesi opposta, ora con semplice e diretta dimostrazione».

 

Le conseguenze negative:

 

- «se questo nostro gruppo senza il giogo soave dell'obbedienza dovesse trattare degli affari, nessuno se ne occuperebbe con impegno, ma uno cercherebbe di scaricare questo peso su un altro, come già spesso abbiamo sperimentato»;

 

- «se il gruppo fosse senza l'obbedienza non potrebbe conservarsi e durare a lungo. E questo va contro la nostra idea e aspirazione originaria che la nostra Compagnia si conservi per sempre (…) poiché nessun mezzo dà stabilità a una congregazione meglio dell'obbedienza».

 

Gli argomenti a favore dell’obbedienza:

 

- «l'obbedienza genera azioni e virtù eroiche, anche continue. Infatti chi vive seriamente nell'obbedienza è prontissimo a eseguire qualunque cosa gli venga comandata, fosse pure molto ardua, o tale da restarne umiliati o derisi, da divenire per tutti oggetto di divertimento»;

 

- «niente demolisce e vince la superbia e la presunzione quanto l'obbedienza; perché il superbo annette grande importanza a seguire il proprio parere e a fare la propria volontà senza cedere a nessuno, a muoversi a quegli alti livelli che procurano ammirazione, superiori alle proprie capacità. L'obbedienza invece contrasta diametralmente tutto questo: si adegua sempre al giudizio degli altri, si sottomette all'altrui volontà in ogni cosa, è strettamente unita all'umiltà, certo nemica della superbia»;

 

- «è vero che noi abbiamo promesso al Sommo Pontefice e Pastore obbedienza intera, universale e particolare, ma per quanto riguarda gli innumerevoli problemi quotidiani della nostra vita egli non potrebbe certo provvedere e, anche se lo potesse, non sarebbe opportuno».

 

Analizzando e ponderando

 

Una volta espressi ed elencati i diversi pareri, il gruppo entra in una nuova fase del discernimento: ora occorre analizzare (con la mente) e ponderare (con il cuore) i diversi pareri, per «sentire» quale tra di essi ha «maggior peso».

 

È una fase che dura a lungo: «per molti giorni dibattemmo moltissimi aspetti del problema in un senso e nell'altro per giungere a una soluzione, sempre analizzando e ponderando le motivazioni più importanti e stringenti e dedicandoci, come di consueto, all'orazione, alla meditazione, alla riflessione» (cf. ES nn. 177-183).

 

È un punto molto delicato del discernimento. Vengono fuori le diverse sensibilità, culture, interpretazioni della vocazione (e del carisma), ecc. Il dibattito può accendersi, riscaldarsi, diventare emotivamente impegnativo. E faticoso dal punto di vista dell’ascolto e dell’accoglienza reciproca. Perché qui non si tratta di esprimere un parere in modo distaccato, o peggio ancora un’opinione («secondo me»). Qui occorre donare agli altri le «mie motivazioni», i miei desideri, ciò che mi spinge a prendere una decisione e che mi caratterizza nella mia unicità e che mi conferma nella mia identità personale.

 

Ciò che qui è in gioco è proprio la disponibilità a «giocare» secondo la dinamica trinitaria dell’amore reciproco: consegnare me stesso, le «mie» motivazioni, all’altro e accogliere in me l’altro con le «sue». Significa esser disposto a sentire, amarle, come mie le motivazioni dell’altro e di chiedere all’altro di riconoscere come sue le mie. Significa essere disposti tutti e due a riconoscere più importante e stringenti le motivazioni dell’altro. Significa vivere «secondo la verità nella carità» per «crescere in ogni cosa verso di lui, che è il capo, Cristo» (Ef 4,15).

 

È in questo tempo allora nel quale concretamente le anime e i cuori dei dieci Gesuiti si fondono nuovamente in uno: il gruppo può sentirsi «un cuor solo e un’anima sola», quell’anima in cui lo Spirito Santo può parlare e far sentire in modo chiaro e forte la parola di Gesù.

 

Con voce unanime

 

E finalmente «con l'aiuto del Signore, giungemmo a questa conclusione espressa a giudizio e voce unanime, e proprio senza alcun dissenso: per noi è più opportuno, anzi è necessario prestare obbedienza a uno di noi per attuare meglio la nostra aspirazione originaria di compiere in tutto la volontà di Dio; per conservare più sicuramente la nostra Compagnia; infine per provvedere convenientemente, nei casi particolari, alle attività spirituali e agli affari temporali».

 

Come possiamo notare, il gruppo dei dieci compagni ha rielaborato il precedente elenco dei diversi pareri. Questi tre sono quelli che hanno avuto «maggior peso» nel discernimento e quindi sono quelli che ciascuno e tutti insieme hanno sentito come “propri” (per noi). Questo vuol dire che fare un discernimento comunitario non significa far prevalere (vincere) uno o l’altro dei pareri. Significa invece far emergere, magari lentamente, il «pensiero di Cristo» (1 Cor 2,16).

 

Dopo questa decisione il gruppo ne affrontò altre, «seguendo sempre (…) lo stesso modo di procedere attraverso separato esame di una proposta e della contraria”. Il giorno della festa di S. Giovanni Battista, dopo tre mesi di “fatiche mentali e fisiche, ogni questione fu conclusa e definita, con benevolenza reciproca e unanime cordiale consenso».

 

Ciò che alla fine deve rimanere come frutto del discernimento è un’unità più alta e profonda.

 

Il sogno diventa realtà

 

Due anni dopo, il 22 aprile 1541, nella basilica di San Paolo fuori le Mura, all’altare della Vergine Maria, dopo l’approvazione della Chiesa e l’elezione di Ignazio a generale della Compagnia, i sei compagni presenti a Roma faranno la loro professione solenne in un clima di altissimo amore reciproco: «Il venerdì dell’ottava di Pasqua, 22 aprile, giunti in san Paolo, si riconciliarono tutti e sei gli uni con gli altri, e fu stabilito fra tutti che Ignazio celebrasse la messa e che tutti gli altri ricevessero il santissimo Sacramento dalle sue mani, pronunciando i loro nomi nel modo seguente (…) Finita la messa e fatta orazione agli altari privilegiati, si riunirono presso l’altare maggiore, dove ognuno dei cinque si accostò ad Ignazio. Ed avendo Ignazio abbracciato ciascuno di essi e dato loro il bacio di pace, non senza molta devozione, affetto e lacrime, posero fine alla loro professione e iniziata vocazione. Poi sugli intervenuti si fece una costante, crescente e grande tranquillità e lode di Gesù Cristo nostro Signore»[3]. Il sogno è diventato realtà.

 

Inizio

 

 



[1] La seconda decisione portò all’elezione di Ignazio come generale. La terza, alla stesura della Formula dell’Istituto, nella quale è contenuto nelle sue linee essenziali lo stile di vita dei Gesuiti.

[2] Deliberazione dei nostri primi padri in Ignazio di Loyola, Gli scritti, Gioia M. (ed.), UTET, Torino 1977, pp. (MHSI, Const. I, Roma 1934, pp. 1-7). Il testo italiano si può trovare anche su www.gesuiti.it.

[3] Oblazione dei primi padri, in MHSI, FN I, pp. 20-22.