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by Paolo Monaco sj

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Ignaziana

Sia fatta la tua volontà

Ignazio, Figlio obbediente e il carisma dell’obbedienza

 

 

 

Articolo pubblicato
su charismen 2010

 

 

 

 

 

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Il modo migliore per conoscere un carisma è ascoltare la storia della persona che l’ha ricevuto. Prima di essere spiegato attraverso un concetto, prima di esprimersi in una spiritualità, prima di proporsi come una vocazione, un carisma è soprattutto un’esperienza, nella quale una persona ha dato «carne e sangue» a una «parola di vita».

 

Per conoscere un carisma è necessario poi raccontare quell’esperienza, diventare voce viva di quella persona che fisicamente non c’è più, ma che nello Spirito vive. Ed essendo diventata Vita, vuole parlare in un altro. Come lo Spirito Santo che «non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito… prenderà del mio e ve l’annunzierà» (Gv 16, 13-14).

 

Bisogna allora che io mi faccia vuoto, perché in me parli un altro. Ascoltando, vivendo e raccontando. Spero che la storia di Ignazio, così com’è possibile raccontarla in poche pagine, faccia risuonare in noi lettori la sua «parola di vita», ravvivi e illumini la nostra esperienza di obbedienza.

 

Il primo barlume del carisma dell’obbedienza possiamo trovarlo a Loyola quando Ignazio, in fin di vita, si affida all’intercessione di san Pietro: «Ricevette dunque i sacramenti e, la vigilia dei santi Pietro e Paolo, i medici dichiararono che se entro la mezzanotte non migliorava, lo si poteva dare per morto. L’infermo era sempre stato devoto di san Pietro: nostro Signore volle che proprio da quella mezzanotte cominciasse a riprendersi…» (Autob., 3).

 

Immergendosi progressivamente nella lettura della vita di Gesù e dei santi, Ignazio si innamora di Dio e impara a obbedirgli, sentendo e riconoscendo nella sua anima i segni della sua volontà: «… pensando alle cose del mondo provava molto piacere, ma quando, per stanchezza, le abbandonava si sentiva vuoto e deluso. Invece, andare a Gerusalemme a piedi nudi, non cibarsi che di erbe, praticare tutte le austerità che aveva conosciute abituali ai santi, erano pensieri che non solo lo consolavano mentre vi si soffermava, ma anche dopo averli abbandonati lo lasciavano soddisfatto e pieno di gioia… a poco a poco imparò a conoscere la diversità degli spiriti che si agitavano in lui: uno del demonio, l’altro di Dio» (Autob., 8).

 

Ignazio è sì innamorato di Dio, ma cieco, perché è tutto proiettato nelle cose esteriori. Durante il viaggio verso Montserrat avverte dentro di sé l’impulso di raggiungere e uccidere un musulmano che non crede alla verginità di Maria dopo il parto. Vuole difendere l’onore di Maria, però uccidere una persona non è secondo il Vangelo. Sentendosi tutto agitato e in subbuglio, e non sapendo cosa fare, per conoscere la volontà di Dio si affida alla volontà di una mula: «… se la mula avesse imboccato la via del paese, avrebbe raggiunto il moro e lo avrebbe pugnalato; se invece avesse proseguito per la strada maestra, lo avrebbe lasciato perdere… nostro Signore fece sì che la mula la lasciasse da parte e scegliesse la via principale» (Autob., 15-16).

 

A Manresa, Ignazio fa una prima esperienza di obbedienza. Durante il periodo degli scrupoli, non riuscendo a trovare una soluzione, Ignazio decide di digiunare per una settimana. Poi «la domenica successiva… al confessore manifestò… che quella settimana non aveva mangiato nulla. Il confessore gli comandò di sospendere quel digiuno, ed egli, pur sentendosi ancora in forze, gli obbedì. Quel giorno e il successivo rimase libero dagli scrupoli» (Autob., 25). Gli scrupoli ritornano, ma è Dio a liberarlo.

 

Inizia allora un periodo illuminativo che culmina con l’esperienza del Cardoner. Dirigendosi verso una piccola chiesa intitolata a san Paolo, Ignazio si siede sulla riva del fiume e «mentre stava lì seduto, gli si aprirono gli occhi dell’intelletto… conobbe e capì molti principi della vita interiore, e molte cose divine e umane; con tanta luce che tutto gli appariva come nuovo… si può dire che ricevette una grande luce nell’intelletto». (Autob., 30).

 

Subito Ignazio vuole ringraziare Dio e, mentre si inginocchia davanti ad una croce, ha una visione: «… gli apparve quella figura che già molte altre volte aveva contemplato e che non era mai riuscito a comprendere: cioè quella cosa… che gli pareva bellissima e con molti occhi. Ma ora, stando davanti alla croce, vide molto bene che quella cosa tanto affascinante non aveva la luminosità consueta. Ed ebbe una chiarissima conoscenza, a cui la volontà aderiva totalmente, che quello era il demonio» (Autob., 31).

 

Confrontando la luce del demonio con la luce di Dio, Ignazio, diventato Luce, sa riconoscere con chiarezza nella sua anima la volontà di Dio, sa discernere gli spiriti.

 

Nelle tappe successive della sua vita, Ignazio diventerà sempre di più capace di cercare, trovare e fare la volontà di Dio che, manifestandosi attraverso le persone e le circostanze, lo porteranno alla fondazione della Compagnia di Gesù.

 

A Gerusalemme, per esempio, nel colloquio con il provinciale dei francescani che si oppone alla sua permanenza nella città santa: «Voleva anche mostrargli le Bolle in virtù delle quali erano autorizzati a scomunicarlo; ma egli disse che non aveva bisogno di vederle: credeva senz’altro alle loro reverenze, e dal momento che avevano giudicato così in forza dell’autorità che avevano, avrebbe loro obbedito» (Autob., 46-47).

 

Nei diversi processi dell’inquisizione, poi, Ignazio si sottomette con docilità alle decisioni dell’autorità ecclesiastica che sembrano ostacolare il suo progetto di vita e che invece serviranno per innestare il nuovo carisma nella Chiesa (Autob., 58ss).

 

Durante gli studi, quando Ignazio «trovava conforto spirituale nel proporsi queste considerazioni: immaginava che il maestro fosse Cristo; a un condiscepolo dava nome san Pietro, a un altro san Giovanni, e così con i nomi di tutti gli apostoli. Rifletteva: quando il maestro mi darà un comando penserò che Cristo me lo comanda; e se un altro mi domanderà qualcosa penserò che è san Pietro a domandarmela» (Autob., 75). Ignazio vive nel gruppo dei Dodici attorno a Gesù e si esercita nell’obbedienza a Pietro come vicario di Cristo. Un altro passo verso il dispiegarsi completo del disegno di Dio.

 

Con il giovane spagnolo a Rouen (Autob., 79), quando Ignazio mette da parte il desiderio di conquistare i «suoi compagni» e diventa uno strumento docile nelle mani dello Spirito Santo che vuole chiamare i «compagni di Gesù». Dopo questa esperienza, infatti, Ignazio «conversava con Mro. Pietro Fabro et con Mro. Francesco Xavier, li quali poi guadagnò a servizio di Dio per mezzo degli Exercitii» (Autob., 82).

 

Da questo momento in poi la vita di Ignazio e dei compagni di Gesù fa un salto di qualità. Per l’amore reciproco, Gesù si rende presente tra loro come Compagno invisibile e suggerisce l’obbedienza al Papa, vicario di Cristo, come la via più sicura per realizzare la maggior gloria di Dio e il bene delle anime: «Se non ottenevano il permesso di stabilirsi a Gerusalemme, tornati a Roma si sarebbero presentati al Vicario di Cristo perché si servisse di loro dove giudicava che lo richiedesse la maggiore gloria di Dio e il bene delle anime» (Autob., 85).

 

Momento specialissimo di questo itinerario è la visione de La Storta, nella quale Ignazio riceve una grazia particolare: «Aveva deliberato che, una volta sacerdote, sarebbe rimasto un anno senza celebrare la messa per prepararvisi e per pregare la Madonna che lo volesse mettere con il suo Figlio. Un giorno, trovandosi ormai a poche miglia da Roma, mentre in una chiesa faceva orazione, sentì nell’animo una profonda mutazione e vide tanto chiaramente che Dio Padre lo metteva con Cristo suo Figlio da non poter più in alcun modo dubitare che di fatto Dio Padre lo metteva con il suo Figlio» (Autob., 96).

 

La visione de La Storta, poi, è una conferma del nome che il gruppo aveva scelto e uno svelamento della realtà mistica della Compagnia di Gesù. Essa rende visibile in forma collettiva e carismatica una delle molteplici presenze di Gesù: quella nell’Apostolo, del Figlio obbediente del Padre inviato nel mondo, secondo la parola del Vangelo: «Chi ascolta voi, ascolta me» (Lc 10, 16).

 

L’amore reciproco, che genera la presenza di Gesù, fa sperimentare a Ignazio e ai compagni di Gesù un’unità sempre più profonda che diventerà il criterio più importante per la fondazione della Compagnia di Gesù: «Dal momento che il Signore nella sua generosa bontà ha voluto adunare e unire insieme noi, così deboli e provenienti da regioni e civiltà tanto diverse, non dobbiamo spezzare questa unione e comunità voluta da Dio; dobbiamo anzi mantenerla salda e rafforzarla, stringendoci in un solo corpo, attenti e premurosi gli uni verso gli altri, in vista del bene maggiore delle anime» (Deliberazione dei primi padri).

 

Il Padre, per la mediazione di Maria e Gesù, accetta Ignazio e lo mette con il Figlio (cf. ES 147). Ignazio, e in lui tutti i gesuiti e tutta la Compagnia come unico corpo, è ricevuto come servitore di Gesù e con Gesù del Padre. Ignazio e i compagni di Gesù hanno trovato la Via. Per loro vivere il Vangelo è ri-vivere il mistero di Gesù obbediente che, uno con il Padre, è inviato nel mondo, perché «sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» (Mt 6, 10).

 

Si comprende allora una dimensione più profonda dell’amore specialissimo di Ignazio per il Papa, vicario di Cristo in terra. Per Ignazio, Figlio obbediente, il Papa è vicario del Padre che lo invia in missione.

 

La chiamata a rivivere il mistero di Gesù, Figlio obbediente del Padre, trova una particolare luce nell’intensissima esperienza mistica dell’ultimo periodo della vita di Ignazio. Maria e la Trinità lo guidano nell’incarnazione del carisma, nella costruzione e nel governo della Compagnia di Gesù e fino alle vette più alte della vita spirituale: «poteva trovare Dio in qualunque momento lo desiderasse. Anche al presente aveva molte visioni, soprattutto del genere di quelle di cui si è parlato più sopra, e nelle quali vedeva Cristo come un sole. Questo gli accadeva spesso mentre stava trattando questioni importanti, e la visione costituiva per lui una conferma. Anche quando celebrava la messa aveva molte visioni; e nel tempo in cui componeva le Costituzioni erano particolarmente frequenti. In quel momento poteva affermare ciò con più sicurezza, perché ogni giorno era andato annotando quello che provava nell’anima, e conservava ancora quelle note. Mi fece vedere appunto un grosso fascicolo di scritti e me ne lesse qualche parte. Si trattava soprattutto di visioni che aveva a conferma di qualche punto delle Costituzioni. Vedeva ora Dio Padre, ora le tre Persone della Trinità, ora la Madonna che intercedeva o approvava» (Autob., 99-100).

 

Ignazio in tutta la sua vita è stato trasformato in Cristo e come Cristo «pur essendo Figlio, imparò tuttavia l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 8-9).

 

C’è un passo delle Costituzioni che descrive l’anima di Ignazio: «Consacreremo, in maniera specialissima, tutte le nostre forze alla virtù dell’obbedienza anzitutto al Sommo Pontefice, e poi ai superiori della Compagnia. Sicché, in qualsiasi campo, ove insieme con la carità può estendersi l’obbedienza, dobbiamo essere solleciti alla sua voce, come se venisse da Cristo nostro Signore (infatti, la prestiamo in luogo di Lui e per suo amore e riverenza); e dobbiamo lasciare incompleta qualunque sillaba o altra cosa nostra incominciata, indirizzando tutta l’intenzione e tutte le forze nel Signore di tutti, affinché la santa obbedienza sia perfetta sempre e in ogni cosa quanto all’esecuzione, alla volontà e all’intelletto.

 

E facciamo quanto ci sarà comandato con molta prontezza, gaudio spirituale e perseveranza, persuadendoci che tutto ciò è giusto, e rinnegando con cieca obbedienza ogni parere e giudizio personale in contrario, in tutte le cose che il superiore ordina, e nelle quali non è dato individuare (come si è detto) alcuna sorta di peccato.

 

Persuasi come siamo che chiunque vive sotto l’obbedienza si deve lasciar portare e reggere dalla Provvidenza, per mezzo del superiore, come se fosse un corpo morto, che si fa portare dovunque e trattare come più piace, o come un bastone da vecchio che serve da per tutto e per tutti gli scopi, per i quali vorrà servirsene chi lo maneggia.

 

Infatti, chi obbedisce deve applicarsi così, di buon animo, a tutto ciò in cui il superiore vuole impiegarlo in vantaggio di tutto il corpo dell’Ordine, tenendo per fermo che in ciò egli si conforma con la volontà di Dio, meglio che in altra cosa che diversamente potrebbe fare, se andasse dietro alla propria volontà e al proprio parere diverso» (Cost., 547).

 

Ignazio è un’anima cristificata che, per opera dello Spirito Santo, diventa capace di essere una cosa sola con la volontà del Padre. Ignazio è reso capace di sentire non solo «con» la Chiesa, ma «come» Chiesa. Il carisma dell’obbedienza ha dilatato l’anima di Ignazio «fino ai confini del mondo».