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by Paolo Monaco sj

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Ignaziana

Sentire in sé la volontà del Padre

L’esperienza spirituale in s. Ignazio di Loyola

 

 

 

Articolo pubblicato
in Unità e Carismi
1 (2007) 35-41

 

 

 

 

 

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Manresa: gli scrupoli 1

 

Il Cardoner, “Paradiso” di Ignazio di Loyola. 2

 

Dopo Manresa. 3

 

La Storta e Roma. 4

 

Un vertice per tutti 5

 

Gli Esercizi spirituali e l’unità. 6

 

Contemplare la Luce. 7

 

Una relazione sensibile. 8

 

Essere Luce. 9

 

 

 

 

Per conoscere l’esperienza spirituale di Ignazio di Loyola, è necessario ripercorrere le tappe più significative della sua storia. A partire dal vertice: «Et ogni volta et hora che voleva trovare Dio, lo trovava»[1].

 

Considerate da questo punto di vista, le «visioni» sono i punti-luce attraverso i quali Ignazio stesso, alla fine della sua vita, riconosce tutto il disegno divino della sua vita.

 

 

Manresa: gli scrupoli

 

Momento centrale del cammino di Ignazio è Manresa, dove egli fa un’esperienza straordinaria di Dio, potremmo dire, il suo «Paradiso». In un primo tempo, però, Ignazio viene sottoposto ad un periodo di purificazione, durante il quale «gli accadeva molte volte di vere in aria, in pieno giorno, vicino a sé, una cosa che gli dava molta consolazione, perché era molto bella, estremamente bella. Non riusciva a comprendere bene che genere di cosa fosse, ma gli pareva che in qualche modo avesse forma di serpente e avesse con molte cose che brillavano come occhi, ma non lo erano».

 

Le conseguenze di questa visione sono molteplici. È sottoposto alla tentazione di riprendere la vita di prima, mentre sperimenta «grandi cambiamenti nella sua anima» che lo fanno passare repentinamente dall’aridità, tristezza e desolazione alla consolazione. È «molto tormentato da scrupoli», derivanti dalla memoria dei peccati commessi nella vita passata, già confessati, e che diventano sempre più sottili e angoscianti. Invoca l’aiuto del Signore e «cominciò a gridare verso Dio ad alta voce». Pensa «di gettarsi da una grande buco che c’era in quella camera, proprio vicino al punto dove faceva orazione», ma vince questa idea per non offendere Dio.

 

Fa un grande digiuno che lo porta allo stremo delle forze e che abbandona per obbedire al comando del confessore, rimanendo per due giorni libero dagli scrupoli. Il terzo, dopo un ultimo ritorno degli scrupoli, è liberato «come da un sogno». Infine, in base all’esperienza fatta, prende la decisione di «non confessare più nessuna cosa passata; da quel giorno in poi, rimase libero da quegli scrupoli, ritenendo come cosa certa che Nostro Signore lo aveva voluto liberare per sua misericordia».

 

Terminato questo primo periodo Dio insegna ad Ignazio, come ad un bambino, i misteri della fede attraverso alcune visioni intellettuali: della Trinità «sotto forma di tre tasti»; di come Dio aveva creato il mondo: «una cosa bianca, dalla quale uscivano raggi e con la quale Dio faceva luce»; della presenza di Gesù Cristo nostro Signore nel Santissimo Sacramento: «come dei raggi bianchi che scendevano dall’alto»; dell’umanità di Cristo «come un corpo bianco non molto grande né molto piccolo, senza, però, vedere distinzione alcuna di membra», e di Maria «allo stesso modo, senza distinzione di membra».

 

Ignazio stesso ci dice il significato che ebbero queste visioni nella sua vita: «queste cose, che egli ha visto, lo confermarono e gli diedero poi per sempre tanta fermezza nella fede da pensare molte volte tra sé che, anche se non ci fosse la Scrittura a insegnarci queste cose della fede, egli si deciderebbe a morire per esse soltanto in forza di quello che egli ha visto»[2].

 

 

Il Cardoner, «Paradiso» di Ignazio

 

Infine, sulla riva del fiume Cardoner, Ignazio sperimenta la «grande luce», alla quale lungo il corso della sua vita farà più volte riferimento per comprendere e seguire lo svolgersi del disegno di Dio su di lui: «si sedette un poco con la faccia rivolta al torrente che scorreva in basso. Mentre stava lì seduto, cominciarono ad aprirglisi gli occhi della mente: non è che avesse una visione, ma capì e conobbe molte cose, sia delle cose spirituali che delle cose concernenti la fede e le lettere, e questo con un’illuminazione così grande che tutte le cose gli apparivano come nuove. Non si possono descrivere tutti i particolari che allora egli comprese, sebbene essi fossero molti, ma si può solo dire che ricevette una grande luce nell'intelletto. [E questo di restare con l'intelletto illuminato si verificò in maniera così forte, che gli pareva di essere come un altro uomo e di avere un altro intelletto, diverso da quello che aveva prima.]».

 

Anche di questa visione Ignazio ci offre il suo commento, rivelandoci che «in tutto il corso della sua vita, fino ai sessantadue anni compiuti, mettendo insieme tutti e quanti gli aiuti ricevuti da Dio, e tutte e quante le cose che aveva appreso, anche riunite tutte insieme, non gli sembrava di aver imparato tanto come in quella sola volta».

 

Subito dopo ha di nuovo la visione del serpente che ora, a confronto con la «grande luce», riconosce come il demonio: «andò ad inginocchiarsi ai piedi di una croce, che si trovava lì vicino, per ringraziare Dio. Lì gli apparve quella visione che molte volte gli era apparsa, e che mai era riuscito a comprendere, cioè quella cosa di cui già sopra si è parlato e che gli sembrava molto bella, con molti occhi. Ma ora, stando davanti alla croce, vide bene che quella cosa così bella non aveva più il colore di prima, ed ebbe una chiarissima conoscenza, accompagnata da un grande assenso della volontà, che quello era il demonio»[3].

 

 

Loyola

 

L’esperienza di Manresa era stata preparata. Innanzitutto a Loyola, dove Ignazio era ritornato dopo la grave ferita alle gambe sofferta nella battaglia di Pamplona del 1521. Durante la convalescenza, una notte Ignazio vede Maria con il bambino Gesù: «Ormai i pensieri di prima stavano scomparendo, grazie ai santi desideri che aveva e che gli furono confermati da una visione in questo modo. Una notte, mentre era ancora sveglio, vide chiaramente un’immagine di Nostra Signora con il santo Bambino Gesù. A tale vista, durata un notevole spazio di tempo, ricevette una consolazione molto intensa e rimase con tale schifo di tutta la sua vita passata, specialmente delle cose carnali, da sembrargli che fossero scomparse dall’anima tutte le immaginazioni che vi teneva prima impresse e vivamente raffigurate».

 

Il frutto di questa visione: «da quel momento fino all’agosto 1553 in cui si scrive questo, non diede mai neppure il più piccolo consenso alle sollecitazioni della carne; e proprio da questo effetto si può giudicare che la cosa veniva da Dio, anche se egli non osava sentenziarlo con tutta certezza e non diceva nulla di più che affermare quanto detto sopra. Però, sia il fratello che tutte le altre persone di casa capirono dal comportamento esterno il cambiamento che si era prodotto nella sua anima interiormente»[4].

 

Dopo Manresa

 

Il cammino di Ignazio, dopo il «Paradiso di Manresa», continua. Innanzitutto attraverso la visione di Cristo che lo accompagna nel suo viaggio a Gerusalemme e fino agli inizi degli studi: «Mentre si trovava lì [Padova], gli apparve Cristo nel modo in cui di solito gli appariva, come abbiamo detto sopra, e lo confortò molto (…) molte volte gli appariva nostro Signore, che gli infondeva molta consolazione e forza. Gli sembrava di vedere una cosa rotonda e grande, come se fosse d’oro; e gli si rappresentava questo dopo che, partiti da Cipro, giunsero a Giaffa (…) Mentre percorreva quelle strade [di Gerusalemme], trattenuto in quel modo dal cristiano della cintura, ricevette grande consolazione da nostro Signore: gli sembrava di vedere continuamente Cristo sopra di sé».

 

Durante gli studi, che Ignazio farà prima in Spagna (Alcalà e Salamanca) e poi a Parigi, le visioni intellettuali si interrompono. Un momento particolare di questo periodo avviene a Rouen, dove Ignazio ebbe «una grande consolatione et sforzo spirituale con tanta allegrezza, che cominciò a gridare per quei campi et parlar’ con Dio».

 

Come appare da questa descrizione, non si tratta propriamente di una visione come le altre. Di fatto, però, questa grande consolazione rappresenta un passaggio decisivo. Attraverso di essa, infatti, Dio spinge Ignazio a lasciare i «suoi» compagni per disporsi a ricevere i compagni «di Gesù». Ritornato a Parigi, infatti, Ignazio decide di non parlare più delle cose di Dio, ma di dedicarsi solo allo studio. Ed è proprio in questo tempo che egli «conversava con Mro. Pietro Fabro et con Mro. Francesco Xavier, li quali poi guadagnò a servizio di Dio per mezzo degli Exercitii».

 

Terminato il periodo di studi, in occasione dell’ordinazione sacerdotale e mentre attende, insieme con i primi «compagni di Gesù», di imbarcarsi per Gerusalemme le visioni intellettuali ritornano: «In quel tempo che fu a Vicenza hebbe molte visioni spirituali, et molte quasi ordinarie consolationi; et per il contrario quando fu in Parigi; massime quando si cominciò a preparare per essere sacerdote in Venetia, et quando si preparava per dire la messa, per tutti quelli viaggi hebbe grandi visitationi spirituali, di quelle che soleva havere stando in Manressa»[5].

 

 

La Storta e Roma

 

Un’altra tappa fondamentale è la visione avvenuta nella frazione de La Storta, alle porte di Roma. Non essendo partiti per Gerusalemme, Ignazio e i primi compagni di Gesù scendono a Roma per adempiere la seconda parte del voto di Montmartre: offrirsi al Papa, Vicario di Cristo, per essere inviati in qualsiasi parte del mondo. Ignazio, che «in questo viaggio fu molto specialmente visitato da Dio», da parte sua, aveva deciso «dipoi che fosse sacerdote, di stare un anno senza dire messa, preparandosi et pregando la Madonna lo volesse mettere col suo figliolo».

 

Arrivato in prossimità della cappellina de La Storta, Ignazio «facendo oratione, ha sentito tal mutatione nell’anima sua, et ha visto tanto chiaramente che Iddio Padre lo metteva con Cristo, suo figliuolo, che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo, senonché Iddio Padre lo metteva col suo figliuolo»[6].

 

A Lainez, uno dei tre compagni con i quali fece quel viaggio, l’altro era Fabro, Ignazio disse che gli parve di «vedere Cristo caricato della croce e, accanto a Lui, il Padre che gli diceva: Voglio che tu prenda costui come tuo servitore. Gesù allora lo prendeva dicendo: Voglio che tu ci serva. Perciò, essendogli venuta una grande devozione per questo nome santissimo, volle che la congregazione si chiamasse Compagnia di Gesù»[7].

 

Nadal, che Ignazio inviava personalmente nelle comunità dei gesuiti per raccontare come era nata la Compagnia di Gesù, testimonia che «quando gli apparve Cristo con la croce… e il Padre gli disse: Vi sarò propizio a Roma, faceva capire chiaramente che Dio ci sceglieva come compagni di Gesù»[8].

 

Alla luce di queste tre testimonianze, la visione si rivela innanzitutto come risposta alla preghiera di Ignazio di «essere messo con il Figlio». Questa risposta però coinvolge non solo Ignazio, «voglio che tu ci serva», ma anche tutto il gruppo dei compagni, «ci sceglieva». Il Padre quindi mette «con Gesù» Ignazio e tutti gli altri compagni, eleggendoli e confermandoli tutti insieme come «compagni di Gesù».

 

E siamo di nuovo a Roma, dove Ignazio toglie per un attimo il velo della sua esperienza spirituale e ci dice che «anche adesso havea molte volte visioni, maxime quelle, delle quali di sopra si è detto, di veder Cristo come sole. Et questo gli accadeva spesso andando parlando di cose di importanza, et quello gli faceva venire in confirmatione (…) Quando diceva messa, haveva anche molte visioni; et che quando faceva le constitutioni le haveva anche molto spesso (…) erano visioni, che lui vedeva in confirmatione di alcuna delle constitutioni, et vedendo alle volte Dio Padre, alle volte tutte le tre persone della Trinità, alle volte la Madonna che intercedeva, alle volte che confirmava»[9].

 

 

Un vertice per tutti

 

Trovare Dio in ogni momento è il «vertice» dell’esperienza spirituale di Ignazio. Questo punto di arrivo è proposto a tutti coloro che vivono l’esperienza degli Esercizi spirituali, come è scritto nel secondo preambolo della Contemplazione per ottenere amore: «chiedere ciò che voglio: sarà qui chiedere conoscimento interno di tanto bene ricevuto, affinché io interamente riconoscendo, possa in tutto amare e servire sua divina Maestà» (233).

 

Il vertice dell’esperienza spirituale di Ignazio non si apre soltanto al soggetto «singolo», ma anche al soggetto «collettivo», come la Compagnia di Gesù: «… li si esorterà spesso a cercare in ogni cosa Dio nostro Signore, rigettando da sé, per quanto è possibile, l'amore di tutte le creature, per riporlo nel loro Creatore, amando in lui tutte e tutte in lui, conforme alla sua santissima e divina volontà».

 

E nell’ultima parte: «Per conservare e sviluppare non soltanto il corpo, cioè quello che è esterno della Compagnia, ma anche il suo spirito, e per conseguire il suo fine, che è di aiutare le anime al raggiungimento del loro fine ultimo soprannaturale, i mezzi che congiungono lo strumento con Dio e lo dispongono a lasciarsi guidare dalla sua mano divina sono più efficaci di quelli che lo dispongono verso gli uomini. Tali sono i mezzi di bontà e virtù, e specialmente la carità e l'intenzione pura del servizio divino e la familiarità con Dio nostro Signore negli esercizi spirituali di devozione, e lo zelo sincero delle anime, alieno dal cercare altro vantaggio se non la gloria di chi le ha create e redente. Pertanto, si ritiene che tutti insieme si debba aver cura che tutti quelli della Compagnia si diano alle solide e perfette virtù e alle cose spirituali»[10].

 

 

Gli Esercizi spirituali e l’unità

 

Ignazio ha trovato Dio nella «grande luce» del Cardoner e in quel «Paradiso» è rimasto tutta la sua vita. Gli Esercizi spirituali, che sono la vita di Ignazio espressa in un modo universale, ci fanno entrare e rimanere in Dio. Solo nella «grande luce» si può raggiungere il frutto descritto nel Titolo: «Esercizi spirituali per vincere se stesso e ordinare la propria vita, senza decidersi attraverso affezione alcuna che sia disordinata» (21).

 

Per entrare nella «grande luce» occorre però una condizione: «colui che dà» e «colui che riceve» gli Esercizi devono essere uniti nel nome di Gesù. Per assicurare tale unità, Ignazio dispone, immediatamente dopo il Titolo, una breve nota chiamata Presupposto: «Affinché così colui che dà gli esercizi spirituali, come colui che li riceve, più si aiutino e si avvantaggino, si deve presupporre che ogni buon cristiano deve essere più pronto a salvare la proposizione del prossimo che a condannarla; e se non la può salvare, indagherà in che modo la intende; e, se male la intende, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti affinché, ben intendendola, si salvi» (22).

 

L’unità è alla base degli Esercizi spirituali. In quanto esperienza «dello Spirito Santo», essi sono possibili soltanto se i due protagonisti, «colui che dà» e «colui che riceve», stanno tra loro come il Padre e il Figlio nella Trinità. Prima di ogni «esercizio spirituale» essi devono premettere l’amore reciproco (Spirito Santo prima) che, facendoli uno, rende presente in mezzo a loro e in loro Gesù (un «di più» di Spirito Santo dopo). Gli Esercizi spirituali sono quindi possibili perché Gesù in mezzo è «Colui» che li dà e li riceve e ne è il loro mezzo, contenuto e fine. In questo senso allora il Presupposto racchiude sinteticamente l’aspetto soggettivo (personale e collettivo) e metodologico[11].

 

Ma l’unità è anche il cammino oggettivo degli Esercizi. Nelle quattro settimane infatti vengono proposti alla preghiera personale dell’esercitante gli avvenimenti della storia di salvezza. Per rendercene conto, è sufficiente considerare i cinque esercizi che in un certo modo rappresentano le «colonne» dell’intero itinerario degli Esercizi.

 

Il Principio e fondamento (23), nel quale l’unità è meditata come il disegno di Dio sul-l’umanità. L’esercizio del Re (91-99), chiave di lettura della contemplazione dei «misteri di Cristo», nel quale il Signore Gesù chiama tutto l’universo e ciascuno in particolare a condividere il suo ideale, l’unità.

 

La Cena (190-199), sacramento di unità, che dà inizio alla contemplazione della passione. L’Apparizione di Gesù risorto a Maria (218-225), compimento e inizio della nuova creazione, chiave di lettura della contemplazione dei misteri della risurrezione. E infine, la Contemplazione per ottenere amore (231-236), nella quale l’esercitante, fatto uno con il Figlio, contempla l’unità del cielo e della terra, Dio tutto e in tutti.

 

Negli Esercizi l’ultimo mistero della vita di Cristo che si contempla è l’Ascensione. La Pentecoste rimane «davanti» all’esercitante come il tempo futuro che lo attende una volta terminato il mese (cf. Contemplazione per ottenere amore) e gli è «alle spalle», nel passato, come evento fondante la sua personale esperienza dello Spirito (cf. Principio e fondamento).

 

Gli Esercizi spirituali si vivono dunque nel «giorno dello Spirito Santo», nel giorno di Pentecoste, perché questo è il giorno del tempo presente, l’eterno presente della Chiesa e del Signore Risorto presente in mezzo ad essa, l’eterno presente del Paradiso e della «grande luce».

 

 

Contemplare la Luce

 

Gli Esercizi dunque ci fanno entrare e rimanere nella «grande luce». E questo vale per i contenuti (i misteri della vita di Cristo), la metodologia, cioè, il concreto concatenarsi progressivo (le quattro settimane) di vari tipi di esercizi spirituali (meditazioni, contemplazioni, esami, applicazione dei sensi, ecc.) e infine per la forma di ogni singolo esercizio. Negli Esercizi la «grande luce» si incarna in un itinerario e un metodo: universale, progressivo, globale, flessibile, limitato nel tempo e ripetibile.

 

Per delineare alcuni tratti dell’esperienza spirituale che deriva dalla «grande luce» di Manresa, mi riferisco alla «giornata tipo» che caratterizza la seconda, terza e quarta settimana degli Esercizi, quindi, la maggior parte dell’itinerario. In questa «giornata» Ignazio propone cinque esercizi per la contemplazione dei misteri della vita di Cristo e di Maria.

 

Primo e secondo esercizio, due contemplazioni di due misteri (102-104). La contemplazione inizia con la preghiera preparatoria e tre preamboli: il primo, «ricordare la storia che voglio contemplare»; secondo, con i sensi dell’immaginazione la «composizione vedendo il luogo»; terzo, «domandare ciò che voglio», ovvero, nella seconda settimana «conoscimento interno del Signore, che per me si è fatto uomo, affinché più lo ami e lo segua», nella terza, «dolore, dispiacere e confusione, perché per i miei peccati il Signore va alla passione … dolore con Cristo addolorato, strazio con Cristo straziato, lacrime, intima pena di tanta pena che Cristo soffrì per me» (193 e 203); nella quarta, «rallegrarmi e godere intensamente di tanta gloria e gioia di Cristo nostro Signore» (213).

 

Dopo questi preamboli inizia la parte centrale della contemplazione (106-109). Si tratta di «vedere le persone», «ascoltare ciò che dicono», «osservare ciò che fanno» e, in ciascuno di questi tre movimenti, «riflettere in me stesso», cioè, diventare uno con ciò che si vede e si ascolta, lasciarsi unire e unirsi alla persona che si contempla. Quindi, alla luce di questa relazione unitiva e unificante, l’esercitante è invitato a «ricavare profitto», trarre frutto, cambiamento, avanzamento. Infine la contemplazione termina con un colloquio con la persona che si contempla.

 

Terzo e quarto esercizio, ripetizione (118). Si tratta di ritornare sui punti più importanti, dove ci sono stati i maggiori e più forti movimenti dell’anima, sentimenti spirituali, mozioni, ecc. Si fa ripetizione per andare in profondità, interiorizzare, personalizzare, semplificare, per lasciar parlare e agire in sé colui che si contempla, per stabilire con la persona che si contempla una relazione sempre più interiore e profonda.

 

Quinto esercizio, esercitare i cinque sensi (121-126). Si tratta di «passare i cinque sensi dell’immaginazione per (attraverso, su)» le contemplazioni dei due misteri della vita di Cristo e Maria. Il primo punto è «vedere le persone con la vista immaginativa»; il secondo, «udire con l’udito ciò che dicono o possono dire»; il terzo, «odorare e gustare con l’olfatto e con il gusto l’infinita soavità e dolcezza della divinità dell’anima e delle sue virtù e di tutto, secondo la persona che si contempla»; il quarto, “toccare con il tatto… abbracciare e baciare i luoghi». In ciascuno di questi punti sempre si deve «riflettere in se stesso» e «ricavare profitto». Quindi l’esercizio si conclude con il colloquio.

 

 

Una relazione sensibile

 

Perché Ignazio propone per un così lungo periodo (tre settimane su quattro) questo «esercizio dei sensi» come conclusione della giornata di Esercizi? Credo che Ignazio voglia condurre la persona che contempla ad esercitare la propria «sensibilità spirituale», quella dell’uomo nuovo in Cristo.

 

Nella contemplazione e nell’esercizio dei sensi l’esercitante conosce la persona di Gesù e Maria, entra in contatto con il loro modo di sentire e, in particolare, con la «divinità dell’anima». Egli, cioè, entra dentro la loro anima e vi trova e fa esperienza di Dio.

 

Nello stesso tempo, però, mentre sente e gusta la persona di Gesù, o Maria o la loro relazione reciproca, l’esercitante conosce il suo personale modo di sentire, entra dentro la sua anima e diventa sempre più capace di «sentire e gustare le cose internamente» (5), cioè, di sentire e gustare Dio in sé e fuori di sé, nell’altro e insieme con l’altro.

 

Nella «relazione sensibile» con Gesù e Maria l’esercitante impara a trovare Dio nella «sua» anima. Nella reciproca in abitazione, raggiunta attraverso l’esercizio dei sensi nella loro dimensione più interna, la sensibilità dell’esercitante diventa capace con sempre maggiore immediatezza di amare, sentire, trovare Dio e compiere la sua volontà.

 

Il primo tempo di elezione, quello più perfetto e sicuro, è il risultato di questa immediatezza: «quando Dio nostro Signore così muove e attrae la volontà che, senza dubitare né poter dubitare la tal anima devota segue ciò che è mostrato; così come san Paolo e san Matteo lo fecero nel seguire Cristo nostro Signore» (175).

 

La contemplazione, che raggiunge il suo vertice nell’esercizio dei sensi, è una relazione di unità tra colui che contempla e colui che è contemplato. Essi stanno quindi come il Padre e il Figlio. Il «frutto» che si ricava è quindi Spirito Santo, Gesù in me ed io in lui, l’uomo nuovo che tutto ricapitola in sé, che tutto sente in sé.

 

 

Essere Luce

 

Potremmo dire quindi che ’esperienza spirituale per Ignazio è un sentire che discerne se stesso ed elegge in se stesso ciò che è riconosciuto come volontà del Padre.

 

Interessante a questo riguardo è il passaggio che Ignazio fa dal «riflettere in me stesso» nella contemplazione al «riflettere in se stesso» nell’esercizio dei sensi.

 

Attraverso la contemplazione e l’esercizio dei sensi, il «sentire di Dio» diventa il «mio sentire». In Gesù, da me conosciuto sensibilmente, io e il Padre sentiamo e operiamo come uno (cf. Gv 10, 30; 1 Cor 6, 17).

 

La «grande luce» del Cardoner ha condotto Ignazio a «trovare Dio ogni volta che voleva», come dire, ad «amare Dio in tutte le cose e tutte le cose in Dio». Questa grazia corrisponde alla «visione» della realtà sperimentata nel Paradiso, è la partecipazione alla visione e all’azione dello Spirito Santo che unisce l’umano e il divino in una sola Realtà, quella di cui l’esercitante, nella contemplazione e nell’esercizio dei sensi, fa esperienza in Gesù e Maria e in sé, nell’Anima di Cristo che è anche la sua. L’esercitante, in altre parole, contemplando la Luce diventa Luce che vede e compie la volontà del Padre che è anche la Sua.

 

Sensi umani, dell’immaginazione e spirituali. Sensi che entrano in relazione con l’umanità e la divinità di Cristo. Proiettando i propri sensi fuori di sé in Cristo, la persona che contempla si apre e si dispone a ricevere la divinità, o meglio e in più, a lasciar manifestare lo Spirito Santo che già è in lei. Questa apertura è uno svuotamento, è un consegnare il proprio spirito nelle mani di un altro, è un morire per amore: modello e via di questa esperienza è Gesù abbandonato, nel quale l’esercitante trova la sua «nuova» sensibilità.

 

Contemplando Cristo e Maria, applicando alle loro persone i suoi sensi, entrando cioè in una «relazione sensibile» con la Luce, l’esercitante è condotto, dentro i suoi sensi e con i suoi sensi, cioè con tutta la sua persona, a sentire in sé come Luce la Realtà.

 

Sentire Cristo rende capace l’esercitante di sentire la Realtà nell’unità e distinzione di increato e creato, Dio tutto in tutti, Paradiso, «grande luce». E, diventato Luce, egli è reso capace di sentire e compiere la volontà di Dio.

 

Così Ignazio concludeva la maggior parte delle sue lettere: «pregando la Santissima Trinità che per la sua infinita e somma bontà ci dia grazia abbondante perché sentiamo la sua santissima volontà e la compiamo interamente»[12].

 

Inizio

 

 

 

 

 



[1] Ignazio di Loyola, Autobiografia, ed. Maurizio Costa, CVX-CIS, Roma 1991, n. 99.

[2] Autobiografia, nn. 19-29.

[3] Autobiografia, nn. 30-31.

[4] Autobiografia, n. 10.

[5] Autobiografia, nn. 41, 44, 48, 79-82, 95.

[6] Autobiografia, n. 96.

[7] G. Lainez, Adhort. in examen (1559) n. 7, in MI FN II 133.

[8] G. Nadal, Predica di Salamanca, n. 5, FN I 307.

[9] Autobiografia, nn. 99-100.

[10] Costituzioni, in Ignazio di Loyola, Gli scritti, ed. Mario Gioia, UTET, Torino 1977, nn. 288 e 813.

[11] Cf. Annotazioni 1-20.

[12] Lettera a sr. Teresa Rejadell (18.06.1536), in MI Epp I 99-107.