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Gli strumenti della spiritualità di comunione

 

 

 

 

 

 

 

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Gli strumenti
della spiritualità
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e della Chiesa

 

Fratello e parola 1

 

Gli strumenti della
spiritualità di comunione
6

 

Bibliografia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Che cosa ci chiede la messa in pratica della spiritualità di comunione, affinché essa sia «principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l'uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell'altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità» (NMI, n. 43)

 

Cosa potremmo fare affinché essa diventi un «cammino spirituale», senza il quale «a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz'anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita» (NMI, n. 44)?

 

 

 

FRATELLO E PAROLA

 

Negli Esercizi spirituali s. Ignazio di Loyola dice che

 

«l’amore si deve mettere più nelle opere che nelle parole» (n. 230) e che esso consiste «nella comunicazione delle due parti, cioè, nel dare e comunicare l’amante all’amato ciò che ha, o di ciò che ha o può, a sua volta, l’amato all’amante; in modo tale che se uno ha scienza, darla a colui che non ce l’ha, se onori, se ricchezze, e così reciprocamente» (n. 231).

La prima cosa da fare quindi è amare, mettere in pratica l’arte di amare che il Vangelo ci in-segna: amare per primo, amare tutti, amare sempre, vedere Gesù nel fratello, farsi tutto a tutti eccetto che nel peccato, amare l’altro come me stesso, servire gratuitamente, tendere alla reciprocità.

 

La seconda cosa da fare, come espressione di questo amore, sarà parlare: nella spiritualità di comunione la necessità del fratello rende indispensabile la comunicazione interpersonale.

 

Per santificarci insieme infatti occorre usare la parola. Dovremo allora non solo parlare a Dio (e parlare a Lui del fratello) nella preghiera personale o comunitaria, ma anche parlare di Dio al fratello nel dialogo interpersonale e negli incontri di comunità.

 

Qui non si tratta di «predicare», ma di rivelare-donare «Dio in me» al fratello attraverso il mass-media della parola (e per estensione attraverso tutti gli altri mezzi di comunicazione di massa).

 

Per aiutarci a questo scopo cercheremo di conoscere più da vicino gli strumenti che Chiara Lubich propone per vivere concretamente la spiritualità di comunione.

 

Nella spiritualità di comunione l’uso della parola non esclude i tempi di silenzio come la meditazione. O gli esercizi spirituali che, proposti secondo la logica della spiritualità di comunione, devono integrare nel loro programma i momenti di solitudine e di meditazione silenziosa con quelli di comunione e di scambio di esperienze, ecc. Silenzio e parola sono al servizio del raccoglimento e della comunione: di me con Gesù dentro di me e di me con Gesù fuori di me.

 

 

Il silenzio e la parola in Dio Uni-Trinità

 

Il Padre parla e il Figlio ascolta. Il Padre dice tutto e il Figlio tutto ascolta. Il Padre dicendo tutto al Figlio gli dona tutto se stesso ed è nel silenzio. Il Figlio, avendo tutto ascoltato, ri-dice tutto al Padre, donando le parole ricevute dal Padre ai discepoli: «le parole che tu hai date a me io le ho date a loro» (Gv 17,7). E anche il Figlio è nel silenzio.

 

In questo silenzio del Padre e del Figlio parla lo Spirito, che nei discepoli ri-parla al Padre e al Figlio, donando ad essi (discepoli, Padre, Figlio) la Parola tutta espressione di Amore (la Parola raggiunge la sua piena capacità comunicativa perché esprime il suo contenuto più profondo: amore).

 

Il Padre è Padre nel silenzio del Figlio che riceve tutte le sue parole: il Padre parla nel Figlio. Il Figlio a sua volta è Figlio nel silenzio dei discepoli che ricevono da Lui le parole del Padre: il Figlio parla al Padre nei discepoli. Ma questo dialogo tra il Padre e il Figlio che avviene nei discepoli è Amore, è lo Spirito. Il Padre e il Figlio dunque si parlano e si amano in un Terzo: lo Spirito nei discepoli.

 

A loro volta i discepoli partecipano attivamente a questo Dialogo trinitario. I discepoli sono fratelli del Figlio e figli del Padre nel silenzio del loro io, cioè nella misura in cui permettono allo Spirito di incarnare la Parola «in loro», di farla ritornare al Padre «incarnata». È l’apertura dei discepoli a questo movimento della Parola che li rende capaci di parlare al Padre e di ascoltare il Padre.

 

 

Gesù abbandonato, Parola e Silenzio

 

Come capire la Parola e il Silenzio che formano il Dialogo trinitario? Chi ci può spiegare questo mistero?

 

Solo Gesù può spiegarcelo. E in particolare Gesù abbandonato: Parola del Padre tutta donata agli uomini e parola degli uomini tutta donata al Padre. Gesù abbandonato non ha più parole da dire né come Dio né come uomo. Tutto ha dato di sé al Padre e agli uomini. Tutto ha dato di sé Parola. Rimane solo un grido. E poi il silenzio. Il silenzio di un Dio morto per amore.

 

Ma allora questo silenzio non è assenza di parola, ma Parola incarnata nella sua più alta espressione, è Amore che si dice e si dà nella sua più alta espressione, che non riesce nemmeno più a dirSi-comunicarSi, perché non c’è più nulla di Sé da dire-comunicare: ha detto tutto, ha dato tutto.

 

Ma il Padre, ri-conoscendo Se stesso nel Figlio, il suo stesso Amore, il suo stesso Spirito che tutto dà e comunica di Sé, lo ri-chiama a Sé, alla Vita, come Uomo nuovo. Ed ecco realizzata in Gesù la «nuova creazione»: la Trinità in noi e in mezzo a noi.

 

Gesù abbandonato è Silenzio d’Amore che ri-dona Parola (Se stesso) al Padre e agli uomini, affinché in Sé Silenzio (Parola tutta data per Amore) il Padre e gli uomini possano di nuovo dirSi-amarSi-comunicarSi: «essi le hanno accolte e sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato» (Gv 17,8).

 

Silenzio è Parola e Parola è Silenzio: l’uno e l’altro espressione-comunicazione dell’unico Amore che è Comunione, appunto, (r)accoglimento reciproco di uno nell’altro.

 

 

Raccogliermi nel fratello

 

Anche noi siamo coinvolti in questo bellissimo Dialogo trinitario. E ne facciamo l’esperienza quando il nostro amore è perfetto, cioè quando il nostro io è «zitto» perché morto per amore di Dio e del fratello.

 

Allora avvertiamo che il silenzio e la parola, la solitudine e la comunicazione sono «leggeri», impregnati di Spirito. Sentiamo di rimanere «raccolti in comunione» con Gesù dentro di noi e con Gesù nel fratello:

 

E come Lo amo in me, raccogliendomi in esso – quando sono sola – Lo amo nel fratello quando egli è presso di me. Allora non amo solo il silenzio, ma anche la parola, la comunicazione cioè del Dio in me col Dio nel fratello. [...] Occorre sì sempre raccogliersi anche in presenza del fratello, ma non sfuggendo la creatura, bensì raccogliendola nel proprio Cielo e raccogliendo sé nel suo Cielo[1].

 

Noi dobbiamo certamente amare Dio, Gesù nel nostro cuore, dove Egli è, e nella Santissima Eucaristia, che sempre ci attende; ma dobbiamo amarlo anche in ogni altra sua presenza che noi conosciamo, e quindi pure in tutti i fratelli che incontriamo. In essi dobbiamo infatti ravvisare Gesù, quello stesso Gesù che è presente nel nostro cuore.

 

In tal modo ogni nostro rapporto nella vita non è che con Uno solo, soltanto con Lui, con Gesù. È questo il mio, il nostro modo specifico di vivere il: “Sola con Lui solo”, perché tra me e Lui non c’è più nessuno che faccia da diaframma, anzi sono sin d’ora già come mi troverò in punto di morte e subito dopo: io e Lui.

 

Ecco, quindi, come attuare il nostro Ideale della perfetta comunione con i fratelli, che coincide però col perfetto raccoglimento[2].

 

Io sono chiamato a vivere sempre con Gesù, ad essere in ogni momento della mia vita uno con Lui e ad orientare ogni momento verso questa meta. Ora la mia giornata è fatta di tanti momenti. Alcuni, come la preghiera, mi mettono in rapporto con Gesù dentro di me; altri con Gesù fuori di me. Che Gesù sia dentro o sia fuori, Gesù mi chiede sempre è di amarlo.

 

E amarlo significa in uno e nell’altro caso far tacere e mortificare il mio io. Nella preghiera per ascoltare la voce di Gesù e parlargli. Con il fratello per ascoltare la voce di Gesù che mi chiede di mettere da parte tutto quello che non serve ad amarlo nel fratello. E il fratello io lo incontro in ogni momento: in chiesa, a scuola, nella riunione di comunità, in corridoio, a pranzo, giocando, guardando la televisione, studiando, preparando l’apostolato,ecc.

 

E tutti questi sono momenti nei quali posso «raccogliermi nel fratello» ed essere uno con Gesù. E se sono uno con Lui tutto è fatto.

 

 

Affettività, intelletto e volontà

 

Sappiamo che però il nostro silenzio e la nostra parola, il nostro raccoglierci l’uno nell’altro, oltre che immersi nella grazia divina e nella nostra buona volontà, sono soggetti ai “disturbi” (condizionamenti) della nostra affettività e al peccato.

 

È importantissimo quindi mettere in atto tutte i mezzi necessari, affinché il nostro silenzio e la nostra parola partecipino del Dialogo trinitario. Occorre cioè tradurre la spiritualità di comunione in «prassi e metodo».

 

Innanzitutto come conversione intellettuale che ci permetta nel concreto della nostra vita di accogliere il fratello e la reciprocità come «luogo teologico» alla luce del quale ri-comprendere tutto il mistero di Cristo (inteso come rivelazione di Dio e dell’uomo).

 

Si tratta cioè di fare mia la scelta di Gesù che ha motivato tutta la sua esistenza: l’altro prima di me. Si tratta di rinnovare l’opzione fondamentale di fede, mettendo realmente la carità a base della mia esistenza, ri-motivando tutta la mia vita a partire dalla relazione con il fratello vissuta sulla misura del “come” Gesù mi ha amato.

 

È la mia «posizione etico-spirituale» con la quale definisco me stesso definendo l’altro e la mia relazione con lui. È la mia posizione esistenziale, vitale nel mondo che poi si traduce in gesti, pensieri, scelte, attività, progetti, ecc. È il «perché» e il «come» della mia vita.

 

 

Riformare la spiritualità

 

Un secondo aspetto di questa traduzione della spiritualità di comunione in «prassi e metodo» è la riforma della «spiritualità» intesa come esperienza e come metodo.

 

Si tratterà penso di ri-formare la nostra formazione spirituale, ri-organizzando gli strumenti (antichi e nuovi) che abbiamo a disposizione. È evidente che nella misura in cui quella «conversione del cuore» sarà profonda e globale, questa ricerca pedagogica ne sarà un frutto progressivo e spontaneo.

 

In questa ricerca l’esperienza di Chiara Lubich può aiutarci, perché lei ha già percorso questo itinerario e la Chiesa, come abbiamo visto, l’ha fatta propria.

 

Nella sua esperienza sono emersi infatti alcuni strumenti che si sono rivelati quelli più propri di una spiritualità di comunione. Il confronto con essi ci aiuterà a produrre quei necessari cambiamenti, affinché la nostra formazione spirituale personale e comunitaria sia fedele all’azione dello Spirito e all’insegnamento della Chiesa.

 

Nei testi che leggeremo Chiara usa l’espressione «spiritualità collettiva» per indicare la sua esperienza. Qualche tempo dopo cambiò questa espressione in «spiritualità di comunione».

 

 

 

GLI STRUMENTI
DELLA SPIRITUALITà DI COMUNIONE

 

 

Il patto

 

Il patto dell’amore scambievole è il passaggio dalla spiritualità “individuale” alla spiritualità “di comunione”. Questo patto va sigillato con la promessa solenne di essere pronti a dare la vita l’uno per l’altro. È una “dichiarazione” nella quale ciascuno manifesta esplicitamente all’altro la sua volontà di amarlo “come” Gesù l’ha amato: “Io sono pronto a morire per te; io per te, tutti per ognuno”.

 

Chiara e le prime focolarine lo fecero per la prima volta nella festa di Cristo Re del 1944. E da allora, in tutto il Movimento, sempre si è ripetuto, ricordato e richiamato all’attenzione di tutti, per ravvivare i rapporti e mantenere fedele il Movimento al carisma ricevuto da Dio: l’unità.

 

Il primo caposaldo su cui poggia è senz’altro il comandamento nuovo di Gesù: “Amatevi a vicenda come io ho amato voi” (Gv 15,21).

 

È questa Parola di Gesù, assieme a quella dell’unità, la base della spiritualità collettiva perché per attuarla non basta una sola persona. Ne occorrono due o tante, una collettività, una piccola o grande comunità […]

 

E come facciamo in particolare? Io direi di ravvivare fra noi questo amore, e perché il nostro agire abbia serietà, e si segni quasi una nuova tappa nel cammino del nostro Santo Viaggio, consiglierei a voi e a me di ridichiararci questo amore fra noi […] Fare come fecero le prime focolarine quando si dissero: “Io sono pronta a morire per te; io per te”, e cioè tutte per ognuna, gettando così le fondamenta della nostra Opera. E poi vedere di vivere conseguentemente con tutta l’intensità.

 

Sapete che l’unità, mediante l’amore reciproco, non è che si operi una volta per sempre. Essa va rinnovata ogni giorno mediante propositi e fatti […]

 

È sacra questa dichiarazione d’amore reciproco, questo patto che vi domando; è solenne, anche se fatto nella semplicità; e non è privo di difficoltà. Con alcuni, infatti, sarà facile pronunciarlo; con altri occorrerà, alle volte, vincere il rispetto umano; con altri occorrerà preparare il terreno. È un atto non privo di sacrificio perché occorrerà, alle volte, vincere il rispetto umano, altre, superare l’indolenza o il tran tran spirituale in cui siamo magari caduti. Bisognerà praticare l’umiltà per far tacere l’amor proprio, pagare, insomma, il primo costo del passaggio da un modo di vivere individuale ad una spiritualità collettiva.

 

Ma il Signore benedirà ogni sforzo e, se poi saremo fedeli a quanto abbiamo detto, ci darà la gioia di scorgere la sua presenza, effetto dell’unità, dovunque ci volgiamo[3].

 

E in un altro passo:

 

È una cosa meravigliosa, che veramente stupisce tuttora, vedere come Gesù, sin da quando il Movimento fa i primi passi, spinge noi a sottolineare in maniera tanto forte la frase di san Pietro: “Soprattutto conservate tra voi una grande carità…” (1Pt 4,8).

 

Sì, perché questa è la novità della buona novella: prima di tutto la mutua continua carità. La carità a base di tutto, anima di tutto, unica capace di dar valore a tutto. In una lettera del ’48, indirizzata ad un gruppo di religiosi che hanno compreso e accolto il dono fatto da Dio al Movimento, è scritto: “… prima di tutto (anche se in questo ‘tutto’ ci fossero le cose più belle, le più sacre: come la preghiera, il celebrare la santa Messa, ecc., ecc.) siano uno!

 

Allora non saranno più loro ad agire, a pregare, a celebrare… ma sempre Gesù in loro![4].

 

Questo patto significa esser pronti a vedere il fratello sempre nuovo, cioè sempre degno di essere amato e capace di amarmi; vuol dire avere pazienza, sopportare, saper sorvolare; significa dare fiducia, sperare sempre, credere sempre, soprattutto non giudicare.

 

Questo patto, che contribuisce a stabilire un rapporto soprannaturale, va poi messo in pratica in tutti i momenti della giornata nei quali il fratello, al quale abbiamo dichiarato di essere pronti a dare la nostra vita, questa vita ce la chiederà nelle tantissime forme e modalità di ogni giorno.

 

Se io sono pronto a dare la mia vita per il fratello, cosa sarà, in confronto alla vita, dare un’ora del mio tempo, un libro, un sorriso, un quaderno di appunti, un’idea apostolica, un’intuizione spirituale frutto della mia preghiera, ecc.? Sarà sempre «meno» della vita, ma in realtà sarà tutta la mia vita in quel momento.

 

La disponibilità a dare la vita si manifesta quindi nel distacco da tutto ciò è «mio» per mettermi al servizio del fratello. Si tratta di saper spostare tutto e dimenticare tutto quanto si fa di bello, di grande, di utile per farsi uno con il prossimo.

 

Questa disponibilità deve sottostare agli atti d’amore che si fanno, affinché essi siano espressione effettiva della carità cristiana: tutto diventa occasione per dimostrare al fratello l’in-tenzione di dare la vita per lui. È una profonda conversione, è la conversione di ogni momento, è la mia risposta all’amore di Dio per me, è farmi uno con la Sua volontà!

 

Questo patto si concretizza nella comunione di beni materiali e spirituali. Vediamo allora gli altri strumenti utili alla messa in comune dei «beni spirituali».

 

 

La comunione d’anima

 

Se è una pratica cristiana, se serve alla nostra santificazione, anche in essa ci dovrà essere il lato cruciale; anch’essa, come il “patto”, potrà forse costare. Ma è evidente che, se si è pronti a dare la vita per i fratelli, come con la grazia di Dio vogliamo, si deve essere disposti almeno ad aprir loro il proprio cuore.

 

La “comunione d’anima” va fatta fra noi per rendere comuni i beni spirituali che possediamo, e concorrere così alla santità altrui come alla nostra. Noi – lo sappiamo – “siamo” tanto in quanto “siamo per gli altri”.

 

Si mette in comune tutto quello che è bello ed utile ai fini della santità e non per ultimi i frutti della nostra meditazione. […]

 

In questo modo ci si confronta ogni giorno, attraverso la lettura della Sacra Scrittura, di brani della nostra spiritualità, di scritti dei santi o di documenti della Chiesa atti allo scopo… Ci si mette alla presenza di Dio; si considera lo stato della nostra vita spirituale; ci si lascia illuminare da un argomento o da un altro che abbiamo sott’occhio; si parla con la Santissima Trinità, con Gesù o il Padre o lo Spirito Santo, oppure con Maria di tutto ciò che interessa la nostra anima; si fanno propositi da attua conseguentemente.

 

È bene tutto questo? È ottimo e va fatto sempre meglio, possibilmente ogni volta con maggiore diligenza.

 

Ma il semplice far meditazione, anche perfettamente, non è ancora un caposaldo della nostra spiritualità collettiva. Fanno così e forse meglio di noi, coloro che seguono spiritualità individuali. E fanno meditazione anche fedeli di altre religioni.

 

Noi siamo chiamati a portare beneficio anche degli altri quello che il Signore ci ha fatto comprendere nella meditazione e quello che è stato il frutto di essa. E questo si fa nella “comunione d’anima” […]

 

Dobbiamo ricordare, a nostro incoraggiamento, che quello che non si comunica si perde; mentre ciò che si dona torna rafforzato nell’anima del donatore oltre che risultare di utilità per gli altri.

 

Un esempio della “comunione d’anima” ce lo da Maria di fronte alla cugina Elisabetta. Nel “Magnificat” la Madre di Gesù, la tutta umile, parla di sé, di ciò che Dio ha operato in Lei e lo fa a gloria di Dio. è evidente che tra lei e la cugina vi era già l’amore reciproco, ma il “Magnificat” lo ha rinsaldato.

 

Così dobbiamo fare anche noi, stando attenti che tutto serva unicamente al bene dei fratelli e che nulla abbia a che fare con la nostra vanagloria[5].

 

 

La comunione delle esperienze della Parola di vita

 

La “Parola di vita” è una frase del Vangelo da mettere in pratica che ogni mese Chiara Lubich commenta.

 

È una pratica a sé stante risalente [...] ai primi giorni della vita del Movimento […] Per la Parola vissuta con radicalità Cristo si forma in noi.

 

È importantissima poi la Parola perché, per suo mezzo, facciamo nostra tuta quella grande regola (così abbiamo visto il Vangelo sin dai primi tempi) da cui è stata tratta la nostra spiritualità. Dal Vangelo, infatti, apprendiamo certamente le parole riguardanti la carità, ma anche quelle che toccano le altre virtù che noi siamo chiamati a vivere [...]: la fede, la speranza, la temperanza, la giustizia, la fortezza, la prudenza, la pazienza, la purezza, l’umiltà, la mitezza, la pietà, l’obbedienza, la povertà, la misericordia, ecc.

 

È importantissimo quindi vivere la Parola. Ma ciò non basta.

 

Noi siamo chiamati a mettere in comune le nostre esperienze su di essa. Perché? Perché il Signore vuole così in una spiritualità collettiva ed il non praticare questa comunione è una grave omissione. I santi non dubitano tanto ad attribuire al nemico degli uomini (al diavolo) questa trasgressione.

 

Sant’Ignazio di Loyola parla in una sua lettera della “falsa umiltà”, che sarebbe un’arma che il diavolo usa per danneggiare le persone. Dice: “Vedendo il servitore del Signore tanto buono e umile che… pensa di essere del tutto inutile… gli fa pensare che, se parla, di qualche grazia [come sarebbe la luce che viene dal vivere la Parola, aggiungiamo noi] concessagli da Dio N. S., grazia di opere, propositi e desideri, pecca con [una] specie di vanagloria perché parla a suo onore. Procura quindi che non parli dei benefici ricevuti dal suo Signore, impedendo così di produrre frutto in altri e in se stesso, dato che il ricordo dei benefici ricevuti aiuta sempre a cose più grandi (Lettera del 18 giugno 1537 in Epistolario I, 99-107).

 

Io aggiungerei che qualche volta non si pratica la comunione sulle esperienze della Parola di vita per pigrizia o perché trascinati da un falso attivismo e più portati quindi a guardare fuori piuttosto che dentro[6].

 

 

L’ora della verità

 

L’ora della verità è lo strumento che più di ogni altro manifesta l’esigenza e la qualità dell’amore che devono avere le persone che vogliono vivere la spiritualità di comunione. Si tratta di una forma particolare di correzione fraterna e di mutua edificazione, due espressioni dell’amore reciproco già praticate dai primi cristiani (cf. Col 3,16; 2Cor 13,11; Eb 10,24-25).

 

Sappiamo che i primi cristiani, desiderosi di perfezione per mantenersi alla sequela di Gesù, ed amanti dei fratelli nei quali avevano piena fiducia, arrivavano persino a volte a confessare l’uno all’altro i propri peccati.

 


Qui si tratta di tutt’altra cosa. I peccati noi li diciamo ai confessori, ma, per la carità, che pure noi nutriamo per i nostri simili e per il desiderio di contribuire a santificare con noi anche loro, ci impegniamo ad offrire ad essi, con amore, quanto possiamo osservare in loro di negativo e positivo. È una pratica esigente, ma serve molto al Santo Viaggio. Nel Movimento si era soliti attuarla sin dai primi tempi e ne abbiamo tuttora un’impressione assai bella.

 

Il fatto è che un fratello può essere veramente utile all’altro così come una mano sa lavare l’altra. Ricordo al proposito un proverbio africano il quale dice che il fratello è come un occhio che abbiamo dietro. E sta a significare che il fratello vede dove noi non vediamo.

 

Occorrerà radunarsi in un gruppo non troppo numeroso, secondo le varie vocazioni dell’Opera. Perché porti i suoi frutti, occorrerà avere un po’ di tempo a disposizione ed agire con calma. Dovrà essere presente un responsabile come moderatore per confermare o correggere quanto viene detto. Sarà bene prima di ogni altra cosa rinnovare il Patto fra tutti, perché tutto si svolga solo nell’amore pieno.

 

E con che animo occorrerà che si disponga chi viene sottomesso al fraterno giudizio degli altri? Col pensiero di essere sempre un servo inutile e infedele (cf. Lc 17,10), di essere nulla, perché tale è ognuno dinanzi a Dio. Così né si turberà, né si esalterà per tutto quanto viene detto.

 

Si tirerà poi a sorte uno del gruppo. E, sotto la guida del moderatore, ogni fratello dirà di quello scelto qualche difetto, qualche imperfezione, qualche neo che gli sembrerà d’aver riscontrato in lui. Rifacendo poi il giro, ognuno dirà qualche virtù, qualche pregio che avrà potuto osservare.

 

Alla fine – questa la nostra continua constatazione – tutti sono invasi da una grande gioia e non si sa perché. È, forse, l’esperienza della libertà cristiana; l’attuazione della Parola: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,23).

 

Ma quando e come si fa “l’ora della verità”? Sarà bene farla una volta ogni tanto [...]

 

È una specie di cosmesi spirituale. E, come quando si pratica il cosmetico su un volto, toglie le impurità e rende morbida ed elastica la pelle e dà un senso di benessere, in modo simile succede per le nostre anime[7].

 

 

Il colloquio

 

Durante l’ora della verità [...] sono i fratelli e le sorelle a dire qualcosa di negativo o di positivo sul nostro conto. Ma anche se, per certi particolari, il fratello vede di noi quello che noi non sappiamo vedere, senza dubbio nessuno conosce meglio noi di noi stessi.

 

Noi siamo a conoscenza dei nostri desideri di perfezione, delle luci che ci consolano, dei propositi che di tanto in tanto formuliamo, dei risultati, ma anche delle ombre che ci turbano, delle paure e della lotte che sosteniamo per andare avanti.

 

Noi sappiamo – se lo Spirito ci illumina – a che punto può essere la pianticella della nostra unione con Dio… E di cose del genere, come si è stato suggerito un’altra volta, mettiamo al corrente i nostri fratelli nella comunione d’anima.

 

Tuttavia, come, per mantenere la salute del corpo, non sono sempre sufficienti le nostre cure ma ci affidiamo a persone esperte come magari per un check-up completo; come non basta lavare e curare con amore la nostra automobile, per viaggiare sicuri, ma occorre di tanto in tanto l’occhio esperto di un meccanico, così è bene controllare, di tempo in tempo, l’andamento della nostra anima con chi conosce più di noi la vita dello spirito.

 

Ed è per questo che si consiglia il colloquio con un fratello o con una sorella più avanti di noi per esperienza o più adatta, per quella grazia particolare che ha nei nostri riguardi.

 

Ed è per questo che pure noi saremo alle volte chiamati a fare dei colloqui con qualcuno che conosce meno di noi la strada della perfezione.

 

Anche Gesù faceva colloqui con singole persone. Il Vangelo ne riporta alcuni. E sono stati importanti come i suoi discorsi alle folle [… (cf. Gv 4,1-26; 3,1-21)]

 

È proprio da Lui che occorre imparare a fare i colloqui. Egli non chiude gli occhi sulla realtà delle persone che ha davanti: la samaritana peccatrice, Nicodemo, uomo di pietà, anche se pauroso. E in tutti i casi Egli trova il modo di rivelare loro le grandi realtà che è venuto a portare al mondo.

 


Così dobbiamo comportarci nei colloqui che facciamo con i nostri fratelli: dobbiamo partire dalla loro situazione presente - che verremo a conoscere se ci metteremo nell’atteggiamento giusto (quello di amarli con tutto il cuore e tutta la mente) e se saremo totalmente vuoti (come ci insegna il mistero di Gesù Abbandonato) - perché il fratello possa aprirsi completamente, svuotando nel nostro cuore la piena che a volte ha nel suo spirito, così che si dia il via così alla realizzazione, fra noi, di quel rapporto trinitario che dobbiamo stabilire con lui.

 

Poi, ascoltando lo Spirito che certamente parla in noi se abbiamo amato, parliamo, pronti non solo a ridonare la pace e la serenità al fratello, ma a rivelargli nuovamente, nelle mille sfumature, l’Ideale che un giorno lo ha illuminato [...]

 

E come dobbiamo comportarci se siamo noi in posizione di ricevere? È già chiaro. Dobbiamo disporci anche noi a stabilire con il fratello o la sorella, che è presente per aiutarci, un rapporto trinitario. Ed anche in questo caso è maestro Gesù abbandonato, colui che, avendo donato tutto, si è fatto il vuoto.

 

Ma qui occorre creare il vuoto in noi donando la nostra situazione spirituale con le sue lotte e le sue vittorie, i suoi regressi e i suoi progressi.

 

E poi, mettendoci in atteggiamento di ascolto, sicuri che lo Spirito Santo darà la sua luce a chi ci deve illuminare, e che è soprattutto a Lui, allo Spirito Santo, che dobbiamo la nostra gratitudine se siamo stati aiutati, sollevati e incoraggiati.

 

Se tutto procederà in questo modo, anche qui, come nell’ora della verità, il risultato sarà una profonda gioia: gioia per la pace ritrovata o aumentata, gioia per vedere ancora e sempre meglio il nostro cammino dietro a Gesù, causa di ogni nostra felicità[8].

 

Nella spiritualità di comunione il direttore spirituale è «Gesù in mezzo» (Gesù in me e nel fratello) che parla in me e attraverso il fratello. È Lui che nell’unità mi nutre, guida e dirige verso di Sé. Ed io nella misura in cui sono coinvolto nella dinamica dell’unità, mi lascio nutrire, guidare e dirigere da Lui.

 

Se nella spiritualità individuale la condivisione di gruppo è in un certo senso pensata in funzione della direzione spirituale personale, cioè come un aiuto al cammino individuale, nella spiritualità di comunione i rapporti si invertono: la comunione con il fratello prende il primo posto e il colloquio personale ne diventa un aiuto.

 

Sembra una sfumatura. È una rivoluzione! È la realizzazione di quella parola di Gesù che dice: «Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo» (Mt 23,8-10).

 

 

 

bibliografia

 

Chiara Lubich, Santità di popolo, Città Nuova, Roma 2001.

 

Chiara Lubich, La spiritualità collettiva e i suoi strumenti, in Unità e Carismi 3-4 (1995) 12-19.

 

Michel Vandeleene, Io - il fratello - Dio nel pensiero di Chiara Lubich, Città Nuova, Roma 1999, pp. 269-280.

 

Unità e Carismi 3-4 (1997), 1 (2006).

 

Inizio

 

 



[1] Chiara Lubich, Guardare tutti i fiori, in Nuova Umanità, 18 (1996) 133.

[2] Id., Santità di popolo, Città Nuova, Roma 2001, pp. 80-81.

[3] Ibid., pp. 22-23.

[4] Id., L’unità e Gesù abbandonato, Città Nuova, Roma 1984, pp. 37-38.

[5] Id., Santità di popolo, op. cit., pp. 25-27.

[6] Ibid., pp. 28-30.

[7] Ibid., pp. 31-32.

[8] Ibid., pp. 34-36.