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Il silenzio e Gesù
abbandonato, Affettività, GLI
STRUMENTI La
comunione |
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Gli
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Il silenzio e la parola in Dio Uni-TrinitàIl Padre parla e
il Figlio ascolta. Il Padre dice tutto e il Figlio tutto ascolta. Il Padre
dicendo tutto al Figlio gli dona tutto se stesso ed è nel silenzio. Il
Figlio, avendo tutto ascoltato, ri-dice tutto al Padre, donando le parole
ricevute dal Padre ai discepoli: “le parole che tu hai date a me io le ho
date a loro” (Gv 17,7). E anche il Figlio è nel silenzio. In questo
silenzio del Padre e del Figlio parla lo Spirito, che nei discepoli ri-parla
al Padre e al Figlio, donando ad essi (discepoli, Padre, Figlio) la Parola
tutta espressione di Amore (la Parola raggiunge la sua piena capacità
comunicativa perché esprime il suo contenuto più profondo: amore). Il Padre è Padre
nel silenzio del Figlio che riceve tutte le sue parole: il Padre parla nel Figlio.
Il Figlio a sua volta è Figlio nel silenzio dei discepoli che ricevono da Lui
le parole del Padre: il Figlio parla al Padre nei discepoli. Ma questo
dialogo tra il Padre e il Figlio che avviene nei discepoli è Amore, è lo
Spirito. Il Padre e il Figlio dunque si parlano e si amano in un Terzo: lo
Spirito nei discepoli. A loro volta i
discepoli partecipano attivamente a questo Dialogo trinitario. I discepoli sono fratelli del Figlio e figli
del Padre nel silenzio del loro io, cioè nella misura in cui permettono allo
Spirito di incarnare la Parola “in loro”, di farla ritornare al Padre
“incarnata”. È l’apertura dei discepoli a questo movimento della Parola che
li rende capaci di parlare al Padre e di ascoltare il Padre. |
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Gesù abbandonato, Parola e SilenzioCome capire la Parola e il Silenzio che
formano il Dialogo trinitario? Chi ci può spiegare questo mistero? Solo Gesù può
spiegarcelo. E in particolare Gesù
abbandonato: Parola del Padre tutta donata agli uomini e parola degli
uomini tutta donata al Padre. Gesù abbandonato non ha più parole da dire né
come Dio né come uomo. Tutto ha dato di sé al Padre e agli uomini. Tutto ha
dato di sé Parola. Rimane solo un grido. E poi il silenzio. Il silenzio di un
Dio morto per amore. Ma allora questo
silenzio non è assenza di parola, ma Parola
incarnata nella sua più alta espressione, è Amore che si dice e si dà
nella sua più alta espressione, che non riesce nemmeno più a dirSi-comunicarSi,
perché non c’è più nulla di Sé da dire-comunicare: ha detto tutto, ha dato
tutto. Ma il Padre,
ri-conoscendo Se stesso nel Figlio, il suo stesso Amore, il suo stesso
Spirito che tutto dà e comunica di Sé, lo ri-chiama a Sé, alla Vita, come Uomo
nuovo. Ed ecco realizzata in Gesù la “nuova creazione”: la Trinità in noi e
in mezzo a noi. Gesù abbandonato
è Silenzio d’Amore che ri-dona Parola (Se stesso) al Padre e agli uomini,
affinché in Sé Silenzio (Parola tutta data per Amore) il Padre e gli uomini
possano di nuovo dirSi-amarSi-comunicarSi: “essi le hanno accolte e sanno
veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato”
(Gv 17,8). Silenzio è Parola e Parola è Silenzio: l’uno e l’altro
espressione-comunicazione dell’uni-co Amore che è Comunione, appunto,
(r)accoglimento reciproco di uno nell’altro. |
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Raccogliermi nel fratello
Anche noi siamo
coinvolti in questo bellissimo Dialogo trinitario. E ne faccia-mo
l’esperienza quando il nostro amore è perfetto, cioè quando il nostro io è
“zitto” perché morto per amore di Dio e del fratello. Allora avvertiamo che
il silenzio e la parola, la solitudine e la comunicazione sono “leggeri”,
impregnati di Spirito. Sentiamo di rimanere “raccolti in comunione” con Gesù
dentro di noi e con Gesù nel fratello: E come Lo amo
in me, raccogliendomi in esso – quando sono sola – Lo amo nel fratello quando
egli è presso di me. Allora non amo solo il silenzio, ma anche la parola, la
comunicazione cioè del Dio in me col Dio nel fratello. [...] Occorre sì
sempre raccogliersi anche in presenza del fratello, ma non sfuggendo la
creatura, bensì raccogliendola nel proprio Cielo e raccogliendo sé nel suo
Cielo[1]. Noi dobbiamo
certamente amare Dio, Gesù nel nostro cuore, dove Egli è, e nella Santissima
Eucaristia, che sempre ci attende; ma dobbiamo amarlo anche in ogni altra sua
presenza che noi conosciamo, e quindi pure in tutti i fratelli che
incontriamo. In essi dobbiamo infatti ravvisare Gesù, quello stesso Gesù che
è presente nel nostro cuore. In tal modo
ogni nostro rapporto nella vita non è che con Uno solo, soltanto con Lui, con
Gesù. È questo il mio, il nostro modo specifico di vivere il: “Sola con Lui
solo”, perché tra me e Lui non c’è più nessuno che faccia da diaframma, anzi
sono sin d’ora già come mi troverò in punto di morte e subito dopo: io e Lui.
Ecco, quindi,
come attuare il nostro Ideale della perfetta comunione con i fratelli, che
coincide però col perfetto raccoglimento[2]. Io sono chiamato
a vivere sempre con Gesù, ad essere
in ogni momento della mia vita uno con Lui e ad orientare ogni momento verso
questa meta. Ora la mia giornata è fatta di tanti momenti. Alcuni,
come la preghiera, mi mettono in rapporto con Gesù dentro di me; altri con
Gesù fuori di me. Che Gesù sia dentro o sia fuori, Gesù mi chiede sempre è di amarlo. E amarlo significa in uno e nell’altro caso far tacere e mortificare il
mio io. Nella preghiera per
ascoltare la voce di Gesù e parlargli. Con il fratello per ascoltare la voce
di Gesù che mi chiede di mettere da parte tutto quello che non serve ad
amarlo nel fratello. E il fratello io lo incontro in ogni momento: in chiesa,
a scuola, nella riunione di comunità, in corridoio, a pranzo, giocando,
guardando la televisione, studiando, preparando l’apostolato,ecc. E tutti questi
sono momenti nei quali posso “raccogliermi nel fratello” ed essere uno con
Gesù. E se sono uno con Lui tutto è fatto. |
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Affettività, intelletto e volontàSappiamo che però il nostro silenzio e la nostra parola, il nostro raccoglierci l’uno nell’altro, oltre che immersi nella grazia divina e nella nostra buona volontà, sono soggetti ai “disturbi” (condizionamenti) della nostra affettività e al peccato. È importantissimo quindi mettere in atto tutte i mezzi necessari, affinché il nostro silenzio e la nostra parola partecipino del Dialogo trinitario. Occorre cioè tradurre la spiritualità di comunione in “prassi e metodo” Innanzitutto come
conversione intellettuale che
ci permetta nel concreto della nostra vita di accogliere il fratello e la reciprocità come “luogo
teologico” alla luce del quale ri-comprendere tutto il mistero di
Cristo (inteso come rivelazione di Dio e dell’uomo). Si tratta cioè di
fare mia la scelta di Gesù che ha
motivato tutta la sua esistenza: l’altro prima di me. Si tratta di rinnovare l’opzione fondamentale di fede,
mettendo realmente la carità a base della mia esistenza, ri-motivando tutta
la mia vita a partire dalla relazione con il fratello vissuta sulla misura
del “come” Gesù mi ha amato. È la mia
“posizione etico-spirituale” con la quale definisco me stesso definendo
l’altro e la mia relazione con lui. È la mia posizione esistenziale, vitale
nel mondo che poi si traduce in gesti, pensieri, scelte, attività, progetti,
ecc. È il “perché” e il “come” della
mia vita. |
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Gli
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Riformare la spiritualitàUn secondo aspetto di questa traduzione
della spiritualità di comunione in “prassi e metodo” è la riforma della “spiritualità” intesa come
esperienza e come metodo. Si tratterà penso di ri-formare la nostra
formazione spirituale, ri-organizzando gli strumenti (antichi e nuovi) che
abbiamo a disposizione. È evidente che nella misura in cui quella
“conversione del cuore” sarà profonda e globale, questa ricerca pedagogica ne
sarà un frutto progressivo e spontaneo. In questa ricerca l’esperienza di Chiara
Lubich può aiutarci, perché lei ha già percorso questo itinerario e la
Chiesa, come abbiamo visto, l’ha fatta propria. Nella sua esperienza sono emersi infatti
alcuni strumenti che si sono rivelati quelli più propri di una spiritualità
di comunione. Il confronto con essi ci aiuterà a produrre quei necessari
cambiamenti, affinché la nostra formazione spirituale personale e comunitaria
sia fedele all’azione dello Spirito e all’insegnamento della Chiesa. Nei testi che leggeremo Chiara usa
l’espressione “spiritualità collettiva” per indicare la sua esperienza.
Qualche tempo dopo cambiò questa espressione in “spiritualità di comunione”. |
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Gli
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GLI
STRUMENTI DELLA SPIRITUALITà DI COMUNIONE
Il pattoIl patto dell’amore scambievole è il passaggio dalla spiritualità “individuale” alla spiritualità “di comunione”. Questo patto va sigillato con la promessa solenne di essere pronti a dare la vita l’uno per l’altro. È una “dichiarazione” nella quale ciascuno manifesta esplicitamente all’altro la sua volontà di amarlo “come” Gesù l’ha amato: “Io sono pronto a morire per te; io per te, tutti per ognuno”. Chiara e le prime focolarine lo fecero per la prima volta nella festa di Cristo Re del 1944. E da allora, in tutto il Movimento, sempre si è ripetuto, ricordato e richiamato all’attenzione di tutti, per ravvivare i rapporti e mantenere fedele il Movimento al carisma ricevuto da Dio: l’unità. Il primo
caposaldo su cui poggia è senz’altro il comandamento nuovo di Gesù: “Amatevi
a vicenda come io ho amato voi” (Gv 15,21). È
questa Parola di Gesù, assieme a quella dell’unità, la base della
spiritualità collettiva perché per attuarla non basta una sola persona. Ne
occorrono due o tante, una collettività, una piccola o grande comunità […] E
come facciamo in particolare? Io direi di ravvivare fra noi questo amore, e
perché il nostro agire abbia serietà, e si segni quasi una nuova tappa nel
cammino del nostro Santo Viaggio, consiglierei a voi e a me di ridichiararci
questo amore fra noi […] Fare come fecero le prime focolarine quando si
dissero: “Io sono pronta a morire per te; io per te”, e cioè tutte per ognuna,
gettando così le fondamenta della nostra Opera. E poi vedere di vivere
conseguentemente con tutta l’intensità. Sapete
che l’unità, mediante l’amore reciproco, non è che si operi una volta per
sempre. Essa va rinnovata ogni giorno mediante propositi e fatti […] È
sacra questa dichiarazione d’amore reciproco, questo patto che vi domando; è
solenne, anche se fatto nella semplicità; e non è privo di difficoltà. Con
alcuni, infatti, sarà facile pronunciarlo; con altri occorrerà, alle volte,
vincere il rispetto umano; con altri occorrerà preparare il terreno. È un
atto non privo di sacrificio perché occorrerà, alle volte, vincere il
rispetto umano, altre, superare l’indolenza o il tran tran spirituale in cui
siamo magari caduti. Bisognerà praticare l’umiltà per far tacere l’amor
proprio, pagare, insomma, il primo costo del passaggio da un modo di vivere
individuale ad una spiritualità collettiva. Ma il
Signore benedirà ogni sforzo e, se poi saremo fedeli a quanto abbiamo detto,
ci darà la gioia di scorgere la sua presenza, effetto dell’unità, dovunque ci
volgiamo[3]. E in un altro passo: È una
cosa meravigliosa, che veramente stupisce tuttora, vedere come Gesù, sin da
quando il Movimento fa i primi passi, spinge noi a sottolineare in maniera
tanto forte la frase di san Pietro: “Soprattutto conservate tra voi una
grande carità…” (1Pt 4,8). Sì,
perché questa è la novità della buona novella: prima di tutto la mutua
continua carità. La carità a base di tutto, anima di tutto, unica capace di
dar valore a tutto. In una lettera del ’48, indirizzata ad un gruppo di
religiosi che hanno compreso e accolto il dono fatto da Dio al Movimento, è
scritto: “… prima di tutto (anche se in questo ‘tutto’ ci fossero le cose più
belle, le più sacre: come la preghiera, il celebrare la santa Messa, ecc.,
ecc.) siano uno! Allora
non saranno più loro ad agire, a pregare, a celebrare… ma sempre Gesù in
loro![4]. Questo patto significa esser pronti a vedere il fratello sempre nuovo, cioè sempre degno di essere amato e capace di amarmi; vuol dire avere pazienza, sopportare, saper sorvolare; significa dare fiducia, sperare sempre, credere sempre, soprattutto non giudicare. Questo patto, che contribuisce a stabilire un rapporto soprannaturale, va poi messo in pratica in tutti i momenti della giornata nei quali il fratello, al quale abbiamo dichiarato di essere pronti a dare la nostra vita, questa vita ce la chiederà nelle tantissime forme e modalità di ogni giorno. Se io sono pronto a dare la mia vita per il fratello, cosa sarà, in confronto alla vita, dare un’ora del mio tempo, un libro, un sorriso, un quaderno di appunti, un’idea apostolica, un’intuizione spirituale frutto della mia preghiera, ecc.? Sarà sempre “meno” della vita, ma in realtà sarà tutta la mia vita in quel momento. La disponibilità a dare la vita si manifesta quindi nel distacco da tutto ciò è “mio” per mettermi al servizio del fratello. Si tratta di saper spostare tutto e dimenticare tutto quanto si fa di bello, di grande, di utile per farsi uno con il prossimo. Questa disponibilità deve sottostare agli atti d’amore che si fanno, affinché essi siano espressione effettiva della carità cristiana: tutto diventa occasione per dimostrare al fratello l’in-tenzione di dare la vita per lui. È una profonda conversione, è la conversione di ogni momento, è la mia risposta all’amore di Dio per me, è farmi uno con la Sua volontà! Questo patto si concretizza nella comunione di beni materiali e spirituali. Vediamo allora gli altri strumenti utili alla messa in comune dei “beni spirituali”. |
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Gli
strumenti |
La comunione d’animaSe è
una pratica cristiana, se serve alla nostra santificazione, anche in essa ci
dovrà essere il lato cruciale; anch’essa, come il “patto”, potrà forse
costare. Ma è evidente che, se si è pronti a dare la vita per i fratelli,
come con la grazia di Dio vogliamo, si deve essere disposti almeno ad aprir
loro il proprio cuore. La
“comunione d’anima” va fatta fra noi per rendere comuni i beni spirituali che
possediamo, e concorrere così alla santità altrui come alla nostra. Noi – lo
sappiamo – “siamo” tanto in quanto “siamo per gli altri”. Si
mette in comune tutto quello che è bello ed utile ai fini della santità e non
per ultimi i frutti della nostra meditazione. […] In
questo modo ci si confronta ogni giorno, attraverso la lettura della Sacra
Scrittura, di brani della nostra spiritualità, di scritti dei santi o di
documenti della Chiesa atti allo scopo… Ci si mette alla presenza di Dio; si
considera lo stato della nostra vita spirituale; ci si lascia illuminare da
un argomento o da un altro che abbiamo sott’occhio; si parla con la Santissima
Trinità, con Gesù o il Padre o lo Spirito Santo, oppure con Maria di tutto
ciò che interessa la nostra anima; si fanno propositi da attua
conseguentemente. È
bene tutto questo? È ottimo e va fatto sempre meglio, possibilmente ogni
volta con maggiore diligenza. Ma il
semplice far meditazione, anche perfettamente, non è ancora un caposaldo
della nostra spiritualità collettiva. Fanno così e forse meglio di noi,
coloro che seguono spiritualità individuali. E fanno meditazione anche fedeli
di altre religioni. Noi
siamo chiamati a portare beneficio anche degli altri quello che il Signore ci
ha fatto comprendere nella meditazione e quello che è stato il frutto di
essa. E questo si fa nella “comunione d’anima” […] Dobbiamo
ricordare, a nostro incoraggiamento, che quello che non si comunica si perde;
mentre ciò che si dona torna rafforzato nell’anima del donatore oltre che
risultare di utilità per gli altri. Un
esempio della “comunione d’anima” ce lo da Maria di fronte alla cugina
Elisabetta. Nel “Magnificat” la Madre di Gesù, la tutta umile, parla di sé,
di ciò che Dio ha operato in Lei e lo fa a gloria di Dio. è evidente che tra
lei e la cugina vi era già l’amore reciproco, ma il “Magnificat” lo ha
rinsaldato. Così
dobbiamo fare anche noi, stando attenti che tutto serva unicamente al bene
dei fratelli e che nulla abbia a che fare con la nostra vanagloria[5]. |
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Gli
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La comunione delle esperienze della Parola di vitaLa “Parola di vita” è una frase del
Vangelo da mettere in pratica che ogni mese Chiara Lubich commenta. È una
pratica a sé stante risalente [...] ai primi giorni della vita del Movimento
[…] Per la Parola vissuta con radicalità Cristo si forma in noi. È importantissima
poi la Parola perché, per suo mezzo, facciamo nostra tuta quella grande regola
(così abbiamo visto il Vangelo sin dai primi tempi) da cui è stata tratta la
nostra spiritualità. Dal Vangelo, infatti, apprendiamo certamente le parole
riguardanti la carità, ma anche quelle che toccano le altre virtù che noi
siamo chiamati a vivere [...]: la fede, la speranza, la temperanza, la
giustizia, la fortezza, la prudenza, la pazienza, la purezza, l’umiltà, la
mitezza, la pietà, l’obbedienza, la povertà, la misericordia, ecc. È
importantissimo quindi vivere la Parola. Ma ciò non basta. Noi
siamo chiamati a mettere in comune le nostre esperienze su di essa. Perché?
Perché il Signore vuole così in una spiritualità collettiva ed il non
praticare questa comunione è una grave omissione. I santi non dubitano tanto
ad attribuire al nemico degli uomini (al diavolo) questa trasgressione. Sant’Ignazio
di Loyola parla in una sua lettera della “falsa umiltà”, che sarebbe un’arma
che il diavolo usa per danneggiare le persone. Dice: “Vedendo il servitore
del Signore tanto buono e umile che… pensa di essere del tutto inutile… gli
fa pensare che, se parla, di qualche grazia [come sarebbe la luce che viene
dal vivere la Parola, aggiungiamo noi] concessagli da Dio N. S., grazia di
opere, propositi e desideri, pecca con [una] specie di vanagloria perché
parla a suo onore. Procura quindi che non parli dei benefici ricevuti dal suo
Signore, impedendo così di produrre frutto in altri e in se stesso, dato che
il ricordo dei benefici ricevuti aiuta sempre a cose più grandi (Lettera del
18 giugno 1537 in Epistolario I, 99-107). Io
aggiungerei che qualche volta non si pratica la comunione sulle esperienze
della Parola di vita per pigrizia o perché trascinati da un falso attivismo e
più portati quindi a guardare fuori piuttosto che dentro[6]. |
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Gli
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L’ora della veritàL’ora della verità è lo strumento che più
di ogni altro manifesta l’esigenza e la qualità dell’amore che devono avere
le persone che vogliono vivere la spiritualità di comunione. Si tratta di una
forma particolare di correzione fraterna e di mutua edificazione, due espressioni
dell’amore reciproco già praticate dai primi cristiani (cf. Col 3,16; 2Cor
13,11; Eb 10,24-25). Sappiamo che i primi cristiani, desiderosi
di perfezione per mantenersi alla sequela di Gesù, ed amanti dei fratelli nei
quali avevano piena fiducia, arrivavano persino a volte a confessare l’uno
all’altro i propri peccati. Qui
si tratta di tutt’altra cosa. I peccati noi li diciamo ai confessori, ma, per
la carità, che pure noi nutriamo per i nostri simili e per il desiderio di
contribuire a santificare con noi anche loro, ci impegniamo ad offrire ad
essi, con amore, quanto possiamo osservare in loro di negativo e positivo. È
una pratica esigente, ma serve molto al Santo Viaggio. Nel Movimento si era
soliti attuarla sin dai primi tempi e ne abbiamo tuttora un’impressione assai
bella. Il
fatto è che un fratello può essere veramente utile all’altro così come una
mano sa lavare l’altra. Ricordo al proposito un proverbio africano il quale
dice che il fratello è come un occhio che abbiamo dietro. E sta a significare
che il fratello vede dove noi non vediamo. Occorrerà
radunarsi in un gruppo non troppo numeroso, secondo le varie vocazioni
dell’Opera. Perché porti i suoi frutti, occorrerà avere un po’ di tempo a
disposizione ed agire con calma. Dovrà essere presente un responsabile come
moderatore per confermare o correggere quanto viene detto. Sarà bene prima di
ogni altra cosa rinnovare il Patto fra tutti, perché tutto si svolga solo
nell’amore pieno. E con
che animo occorrerà che si disponga chi viene sottomesso al fraterno giudizio
degli altri? Col pensiero di essere sempre un servo inutile e infedele (cf.
Lc 17,10), di essere nulla, perché tale è ognuno dinanzi a Dio. Così né si
turberà, né si esalterà per tutto quanto viene detto. Si
tirerà poi a sorte uno del gruppo. E, sotto la guida del moderatore, ogni
fratello dirà di quello scelto qualche difetto, qualche imperfezione, qualche
neo che gli sembrerà d’aver riscontrato in lui. Rifacendo poi il giro, ognuno
dirà qualche virtù, qualche pregio che avrà potuto osservare. Alla
fine – questa la nostra continua constatazione – tutti sono invasi da una
grande gioia e non si sa perché. È, forse, l’esperienza della libertà
cristiana; l’attuazione della Parola: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,23). Ma
quando e come si fa “l’ora della verità”? Sarà bene farla una volta ogni
tanto [...] È una
specie di cosmesi spirituale. E, come quando si pratica il cosmetico su un
volto, toglie le impurità e rende morbida ed elastica la pelle e dà un senso
di benessere, in modo simile succede per le nostre anime[7]. |