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Esercizi spirituali collettivi

Dal soggetto singolo al soggetto collettivo

 

 

 

 

 

 

 

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Primi passi di una ricerca
suscitata dall’esperienza
come animatore
di esercizi spirituali,
dai seguenti testi
di Karl Rahner
e Chiara Lubich,
in parte condivisa
con un gruppo di professori
e studiosi di spiritualità.

 

 

 

 

 

Scrive Karl Rahner:

 

Oggi e in futuro dobbiamo aspettarci, in virtù dell’epoca storico-culturale ed ecclesiale che va sorgendo, nuove forme di Esercizi in cui la chiesa potrà attuarsi in maniera finora sconosciuta, senza che essa sia solo una realtà oggettiva di cui l’esercitando tiene conto, bensì un soggetto che agisce e si attua nella comunità concreta dei fedeli, vale a dire non la somma dei singoli partecipanti agli Esercizi, ma piuttosto un soggetto autonomo in cui il singolo si sa inserito nella sua esistenza religiosa personale?...

Inoltre: accanto a questa nuova figura può e deve ancora continuare ad esistere quella forma di Esercizi che corrisponde alla concezione originaria secondo il suono letterale del libricino di Ignazio?


A riguardo di queste ultime due domande è in fondo cosa irrilevante se, una volta risposto affermativamente alla prima formulata più sopra, chiamiamo o meno con il nome di “Esercizi” questa nuova forma di attuazione del soggetto chiesa. Una volta che questa forma di autoattuazione attiva di una comunità risulti viva e chiara, dipenderà dalla storia di questa autoattuazione come la si debba chiamare. Il fatto che oggi non possiamo dir niente al riguardo non ha alcuna importanza particolare. A mio parere bisognerebbe rispondere affermativamente alla prima domanda[1]

 

Come gli Esercizi spirituali nella loro forma tradizionale erano attuazione del soggetto solitario davanti a Dio e attuazione della sovranità della sua volontà e proprio in tal modo sono stati concausa e distintivo della chiesa dell’epoca moderna, così, nella forma qui prospettata quale autoattuazione della chiesa – e nella salvaguardia del loro elemento una volta specificatamente nuovo -, potrebbero diventare concausa e distintivo della chiesa in quanto tale nell’epoca successiva all’epoca moderna…

 

In questa forma essi non sarebbero solo una variante in fondo casuale degli Esercizi finora praticati, disegnata con l’aiuto di metodi di dinamica di gruppo e di piccole concessioni ai bisogni collettivi di tipo psicologico, ma sarebbero qualcosa di specificatamente nuovo.

Questo nuovo è sì già preformato in Ignazio stesso[2], però presuppone la socializzazione superiore dell’epoca successiva all’epoca moderna e la sua attuazione in campo cristiano oltrepassando la maniera puramente profana. Se prendiamo seriamente il processo di un genuino discernimento collettivo degli spiriti attuato in un gruppo ecclesiale come decisione determinata ed esistentivamente e religiosamente importante per i membri del gruppo, allora dobbiamo dire che qui si tratta di qualcosa di nuovo e nel contempo di specificatamente ecclesiale[3]

 

Parallelamente gli Esercizi spirituali individuali continueranno ad avere il loro senso e dovranno essere praticati e sviluppati anche in futuro. Essi però non saranno più il distintivo epocale della chiesa, anche se rimangono e devono rimanere come il nuovo dell’epoca moderna, dopo che questo nuovo in quanto tale è stato superato dalla chiesa successiva all’epoca moderna. L’elemento specifico degli Esercizi ignaziani può certo imporsi nell’odierna forma nuova degli Esercizi collettivi quale autoattuazione attiva della chiesa, senza con ciò semplicemente sostituire gli Esercizi nel senso tradizionale e il loro valore[4].

 

Scrive Chiara Lubich:

 

I fedeli, che tendono alla perfezione, cercano, in genere, di unirsi a Dio presente nel loro cuore.

Essi stanno come in un grande giardino fiorito e guardano ed ammirano un solo fiore. Lo guardano con amore nei particolari e nell’insieme, ma non osservano tanto gli altri fiori.

Dio – per la spiritualità collettiva che egli ci ha donato – chiede a noi di guardare tutti i fiori perché in tutti è lui e così, osservandoli tutti, si ama più lui che i singoli fiori.

Dio che è in me, che ha plasmato la mia anima, che vi riposa in Trinità, è anche nel cuore dei fratelli.

Non basta quindi che io lo ami solo in me. Se così faccio il mio amore ha ancora qualcosa di personale e, per la spiritualità che sono chiamata a vivere, tendenzialmente egoistico: amo Dio in me e non Dio in Dio, mentre questa è la perfezione: Dio in Dio.

Dunque la mia cella, come dicono le anime intime a Dio, e, come noi diciamo, il mio Cielo, è in me e come in me nell’anima dei fratelli. E come lo amo in me, raccogliendomi in esso – quando sono sola –, lo amo nel fratello quando egli è presso di me.

Allora non amo solo il silenzio, ma anche la parola, la comunicazione cioè del Dio in me col Dio nel fratello. E se i due Cieli si incontrano ivi è un’unica Trinità, ove i due stanno come Padre e Figlio e tra essi è lo Spirito Santo.

Occorre sì sempre raccogliersi anche in presenza del fratello, ma non sfuggendo la creatura, bensì raccogliendola nel proprio Cielo e raccogliendo sé nel suo Cielo.

E, giacché questa Trinità è in corpi umani, ivi è Gesù: l’Uomo-Dio.

E fra i due è l’unità ove si è uno, ma non si è soli. E qui è il miracolo della Trinità e la bellezza di Dio che non è solo perché è Amore.

Allora l’anima, quando tutto il giorno volentieri ha perso il Dio in sé per trasferirsi nel Dio nel fratello (ché l’uno è uguale all’altro, come due fiori di quel giardino sono opera dell’identico fattore) ed avrà fatto ciò per amore di Gesù crocefisso e abbandonato che lascia Dio per Dio (e proprio Dio in sé per il Dio presente o nascituro nel fratello...), ritornata su se stessa o meglio sul Dio in sé (perché sola nella preghiera o nella meditazione), ritroverà la carezza dello Spirito che – perché Amore – è Amore per davvero, dato che Dio non può venir meno alla sua parola e dà a chi ha dato: dà amore a chi ha amato.

Così scompare la tenebra e l’infelicità con l’aridità e tutte le cose amare, rimanendo solo il gaudio pieno promesso a chi avrà vissuto l’Unità.

Il ciclo è completo.

Noi dobbiamo dar vita continuamente a queste cellule vive del mistico Corpo di Cristo – che sono i fratelli uniti nel suo nome – per ravvivare l’intero Corpo.

Il guardare tutti i fiori è avere la visione di Gesù, di Gesù che, oltre ad essere il Capo del mistico Corpo, è tutto: tutta la Luce, la Parola, mentre noi ne siamo parole. Però se ognuno di noi si perde nel fratello e fa cellula con esso (cellula del Corpo mistico), diviene Cristo totale, Parola, Verbo. È per questo che Gesù dice: “... e la Luce che Tu hai dato a me l’ho data ad essi” (Gv 17,22).

Ma occorre saper perdere il Dio in sé per Dio nei fratelli. E questo lo fa chi conosce ed ama Gesù crocifisso e abbandonato.

E quando l’albero sarà completamente fiorito – quando il Corpo mistico sarà completamente ravvivato – rispecchierà il seme donde è nato. Sarà uno, perché tutti i fiori saranno uno fra loro come ognuno è uno con se stesso.

Cristo è il seme. Il Corpo Mistico è la chioma.

Cristo è il Padre dell’albero: mai è stato così Padre come nell’abbandono ove ci ha generati figli suoi, nell’abbandono ove s’annulla rimanendo: Dio.

Il Padre è radice al Figlio. Il Figlio è seme ai fratelli.

E fu anche la Desolata che, nel tacito consenso ad esser Madre d’altri figli, gettò questo seme in Cielo e l’albero fiorì e fiorisce di continuo sulla terra[5].

 

Sugli Esercizi spirituali ignaziani/individuali

 

Negli Esercizi spirituali ignaziani è evidente che l’esperienza di Dio è personale. Ignazio usa termini che identificano la persona, l’uomo, «anima e corpo». Gli Esercizi come un itinerario che dall’«uomo creato» (ES 23) arriva a «me tempio» (ES 235). Leggi tutti i testi.

 

Negli Esercizi spirituali ignaziani, soprattutto attraverso la contemplazione (visione) e l’applicazione dei sensi[6], la persona singola prende coscienza della sua più profonda personalità, viene «trasformata» in Cristo, impara a vivere «da Gesù», a «trovare Dio in ogni momento»[7]. L’anima della persona singola diventa (partecipa di) l’Anima di Cristo[8].

 

L’esperienza degli Esercizi spirituali ignaziani è esperienza di Dio in sé, partecipazione alla visione di Gesù, essere con Gesù (capo) cellula viva del Corpo mistico. Tale esperienza/visione (relazione con Gesù) e la comunicazione di essa a «colui che dà gli esercizi» (relazione con l’altro/a) rendono capace «colui che riceve gli esercizi» di ricevere in sé Amore[9].

 

La dinamica/metodo degli Esercizi spirituali ignaziani è personale, ma nel senso evangelico della parola. Gli Esercizi non sono un’esperienza che ha lo scopo di migliorare moralmente, psicologicamente o religiosamente l’io, il «mio io». Essi sono un’esperienza nella quale lo Spirito Santo insegna alla singola persona come vivere secondo la sua personalità più profonda: «Gesù-io».

 

Scrive Chiara Lubich:

 

Si pensa a volte che il Vangelo non risolva tutti i problemi umani e che porti soltanto il Regno di Dio inteso in senso unicamente religioso.

Ma non è così.

Non è il Gesù storico o solo Lui in quanto Capo del Corpo mistico a risolvere tutti i problemi umani. Gesù - quando la sua grazia opera in noi – è presente e agisce in noi.

Egli diventa la personalità vera, più profonda, di ognuno.

È Gesù, in quella data persona, che costruisce un ponte, fa una strada: Gesù-noi, Gesù-io, Gesù-tu…

Ogni cristiano, infatti, è più figlio di Dio (= altro Gesù) che figlio di suo padre. È come altro Cristo, membro del suo Corpo mistico, che ogni persona umana può portare un contributo suo tipico in tutti i campi: nella scienza, nell’arte, nella politica, nelle comunicazioni e così via. E maggiore sarà la sua efficacia se lavora insieme con altri uomini uniti nel nome di Cristo.

È l’incarnazione che continua, incarnazione completa che riguarda tutte le membra del Corpo mistico di Cristo[10].

 

Sugli “Esercizi spirituali collettivi”

 

Gli Esercizi spirituali ignaziani sono stati il frutto di una certa scrittura collettiva. Ignazio riporta nel libretto quanto sperimentava utile per la sua anima e per gli altri: «Mi rispose che gli Esercizi non li aveva scritti tutti di seguito, ma quello che accadeva nell’anima sua e trovava utile, ritenendo che avrebbe potuto giovare anche ad altri, lo annotava»[11].

 

Negli Esercizi spirituali ignaziani c’è un germe, un anticipo, di esperienza collettiva: la relazione d’amore reciproco tra «chi dà» e «chi riceve» gli Esercizi che innesta le due persone singole nella realtà del Corpo mistico di Cristo.

 

È questa “entrata” nella comunione trinitaria (paradiso) che permette ai “due” di partecipare (nuovamente) dello Spirito di Cristo (Pentecoste) e quindi di raggiungere Amore (ES 234), di vedere-sentire-amare l’Amore in tutte le cose e tutte le cose nell’Amore[12].

 

Lo testimoniano due passi degli Esercizi spirituali ignaziani. Il titolo delle Annotazioni (ES 1): «Annotazioni per avere qualche idea degli esercizi spirituali che seguono e per aiutare sia chi deve darli sia chi deve riceverli».

 

E il Presupposto (ES 22):

 

Affinché tanto chi dà gli esercizi come chi li riceve traggano maggior aiuto e vantaggio, bisogna presupporre che ogni buon cristiano dev’essere più pronto a salvare una affermazione del prossimo che a condannarla; e se non può salvarla, cerchi di sapere in che senso l’intenda, e se l’intendesse in modo sbagliato, lo corregga con amore; e se non basta, cerchi tutti i mezzi convenienti perché, intendendola rettamente, si salvi[13].

 

Gli Esercizi spirituali ignaziani dunque si possono dare e ricevere, cioè si può raggiungere il frutto (Amore), solo se due singole persone si aiutano (si amano) come il Padre e il Figlio, se esse sono unite nel nome di Gesù, se in loro e tra loro c’è lo Spirito Santo.

 

Negli “Esercizi spirituali collettivi” questa esperienza vissuta da “due” si aprirà a “tre” o più: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20), raggiungendo una nuova dimensione (pienezza) dell’Amore.

 

Perché nascano gli “Esercizi spirituali collettivi” occorre una scrittura collettiva ad opera di un soggetto collettivo. Mi pare che il terreno dal quale possa emergere questo soggetto collettivo e questi nuovi Esercizi sia la spiritualità di comunione o dell’unità.

 

In «Guardare tutti i fiori» Chiara Lubich descrive la dinamica spirituale/mistica fondamentale di un’esperienza collettiva.

 

Come questa dinamica si possa concretizzare in una qualche forma di “Esercizi spirituali collettivi” è la ricerca che ci attende.

 

 

Inizio

 

 

 

 



[1] K. Rahner, Pietà moderna ed esperienza degli esercizi spirituali, in Teologia dall’esperienza dello Spirito, Edizioni Paoline, Roma 1978, pp. 228-229. Si tratta di una conferenza tenuta a Vienna nell’autunno 1974 a un gruppo di direttori di Esercizi.

[2] Si riferisce al primo gruppo di gesuiti che decise di dare vita alla Compagnia di Gesù dopo l’esperienza di un discernimento in comune. Il racconto è descritto nella Deliberazione dei primi padri. Cf. P. Monaco, Trovare insieme la volontà di Dio, in Unità e Carismi XVI (2006/6) 21-26.

[3] K. Rahner., op. cit., p. 236.

[4] Ibid., pp. 237-238.

[5] C. Lubich, Guardare tutti i fiori, in La dottrina spirituale, Città Nuova, Roma 2006, pp. 74-76; in Nuova Umanità XVIII (1996/2) 104, pp. 133-135; in Unità e Carismi XIX (2009/3) 16-20. Il testo è stato scritto nel 1950.

[6] Cf. ES 101-126: dal primo giorno della seconda settimana alla fine della quarta settimana degli Esercizi spirituali Ignazio propone 5 (o 4) esercizi di contemplazione, di cui l’ultimo è la cosiddetta «applicazione dei sensi».

[7] Ignazio di Loyola, Autobiografia, n. 99. Cf. P. Monaco, Sentire in sé la volontà del Padre, in Unità e Carismi XVII (2007/1) 35-41.

[8] Ignazio sceglie l’Anima di Cristo come incipit degli Esercizi e nei colloqui con Cristo.

[9] Cf. ES 230-237: la Contemplazione per ottenere amore che si trova alla fine dell’itinerario degli Esercizi.

[10] C. Lubich, Gesù abbandonato e la notte collettiva e culturale, in Unità e Carismi XVII (2007/3-4) 6.

[11] Ignazio di Loyola, op. cit., n. 99.

[13] I due testi nell’originale spagnolo: «Annotaciones para tomar alguna inteligencia en los exercicios spirituales que se siguen, y para ayudarse, asi el que los ha de dar, como el que los ha de rescibir» (ES 18); «Prosupuesto. Para que así el que da los exercicios espirituales, como el que los rescibe, más se ayuden y se aprovechen se ha de presuponer que todo buen christiano ha de ser más prompto a salvar la proposición del próximo, que a condenarla; y si no la puede salvar, inquira cómo la entiende, y, si mal la entiende, corríjale con amor; y si no basta, busque todos los medios convenientes para que, bien entendiéndola, se salve» (ES 22).

I verbi sottolineati (ayudarse, se ayuden y se aprovechen) oltre al significato riflessivo contengono anche quello della reciprocità.

Le annotazioni, per così dire, indicano le “regole” che negli Esercizi ciascuno dei due deve osservare per stabilire una corretta relazione (d’aiuto), per essere di aiuto non soltanto a se stesso ma anche all’altro.

Il Presupposto, poi, fa emergere il “patto d’amore” che soggiace a quello precedente e che si può esplicitare quando i due, in qualche modo, hanno già iniziato a stabilire una certa relazione di reciprocità. In esso, infatti, emerge anche l’uguaglianza dei due di fronte alla verità, perché ciascuno dei due può dire qualcosa di non corretto.